Obama e l’Afghanistan: una situazione complicata

21/06/2013 di Iris De Stefano

Il Presidente americano alle prese con la difficile decisione riguardante le modalità di ritiro delle truppe americane

La luce di una pace sicura è in vista, la marea delle guerre si ritira, è tempo di concentrarci sui bisogni del nostro popolo. La missione di ricostruire nazioni comincia a casa nostra, concludiamo i combattimenti e riprendiamoci il sogno americano, per questa generazione e per le prossime”. Queste erano le parole di Barack Obama, pronunciate nel giugno del 2011 per sancire il ritiro di 10.000 uomini dall’Afghanistan. A distanza di due anni dal discorso del Presidente degli Stati Uniti, e a quasi dodici dall’attacco alle Torri Gemelle da parte di Al Qaeda, in Afghanistan la situazione sembra meno rosea che mai.

Il ritiro – Se alla fine del 2009 era stato annunciato un “surge” ovvero un aumento delle truppe stanziate nell’area di ben 30mila unità per cercare in tempi brevi di concludere la missione, dalla fine del 2011 in poi l’amministrazione americana ha iniziato a riportare i propri soldati in patria. Dei 100mila americani presenti in Afghanistan al momento di massima presenza, durante l’anno del decimo anniversario dell’11 settembre, già 10 mila soldati erano ritornati in patria, mentre altri 23 mila circa l’anno scorso. Secondo il generale John Allen (ex comandante delle truppe americane e di quelle Nato) non si sa ancora invece il numero di unità che verranno rimpatriati durante quest’anno. L’indecisione è frutto della poca chiarezza riguardo la profondità del ruolo degli americani nel compito di addestramento delle forze di polizia afghane. Se pare sia evidente un maggior disinteressamento delle truppe a stelle e strisce nelle operazioni di combattimento, nel gennaio di quest’anno indiscrezioni provenienti dalla Casa Bianca parlavano di un presidente impegnato a considerare l’ipotesi di una “opzione zero” ovvero del ritiro totale, prima mai paventato e idea confermata anche dal vice consigliere alla sicurezza nazionale Ben Rhodes. Le indiscrezioni avrebbero avuto maggior forza dal discorso annuale sullo stato dell’Unione, in cui Obama ha chiaramente detto che “alla fine del 2014 la nostra guerra in Afghanistan sarà terminata” e che “il nostro impegno per un Afghanistan unito e sovrano continuerà, ma la natura del nostro impegno cambierà: fare training ed equipaggiare le forze afghane in modo tale che il Paese non cada nuovamente nel caos”.

L’opzione zero – I progetti americani vanno però a scontrarsi con la realtà la quale, come dicevamo, è meno rosea di quanto prevista. Il ritiro totale paventato dall’amministrazione americana non sarebbe frutto di una totale sicurezza dell’area, come cerca -con successo in molti casi – di far passare la Casa Bianca, bensì dell’insicurezza della zona e della poco affidabilità di Hamid Karzai, il presidente dell’Afghanistan che deve trovare un compromesso tra le varie anime del suo Stato, tra cui quella temuta dagli americani, dei talebani. La soluzione dell’opzione zero ricalcherebbe quindi quella utilizzata in Iraq, dove, poiché non si riusciva a trovare una soluzione condivisa con il governo di Baghdad, sono rimasti solo civili americani, sotto la guida del Dipartimento di Stato e con il compito di addestrare le forze di polizia. Nel frattempo però, a causa della sensazione di insicurezza dovuta al ritiro dei contingenti internazionali, del pugno poco fermo di Karzai e al conseguente vuoto di potere, il numero di episodi violenti è incrementato.

Barbara De Anna – È notizia di oggi infatti quella della morte di Barbara De Anna, la quarantenne fiorentina funzionaria dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). La donna era rimasta gravemente ferita in un episodio di guerriglia del 24 maggio scorso. I talebani avevano infatti iniziato una nuova offensiva contro le sedi di organizzazioni governative e non, ree – secondo il loro portavoce Zabiullah Mujahid – di nascondere membri della CIA che si occupavano di addestrare uomini del servizio segreto afghano. Trasportata prima nell’ospedale di Emergency dove le condizioni erano già state dichiarate gravi, poi nell’ospedale militare della base aerea di Bagram era stata infine spostata a Ramstein, in Germania, nel più grande ospedale militare americano in Europa dove è deceduta a causa delle ustioni che le coprivano l’80 percento della superficie corporea.

Il futuro – Sull’Afghanistan sarebbe necessaria una seria analisi e un’attenta pianificazione politica e militare del futuro; stime delle Nazioni Unite parlano di un aumento del 24% delle vittime civili della guerra rispetto allo scorso anno e la stessa Emergency dichiara un aumento delle ammissioni di feriti di guerra a Kabul e Lashkar-gah del 42% rispetto al 2012 e del 70% rispetto al 2011. Jan Kubis, rappresentante speciale in Afghanistan del segretario generale dell’Onu, ha confermato questi dati, spiegando che più di 3 mila persone sono rimasti uccise o ferite nei primi cinque mesi di quest’anno, un terzo delle quali sono bambini. Numeri terribili che devono esser tenuti in conto quando si parla di lasciare il paese a se stesso poiché, dopo dieci anni di occupazione internazionale, è diventato un “posto sicuro”.

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Iris De Stefano

Nata a Napoli il 02/10/90 dopo la maturità classica ha studiato Relazioni Internazionali a "L'Orientale" di Napoli e alla LUISS Guido Carli di Roma. Esperienze in Belgio e in Spagna.
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