Obama 2.0: nuova amministrazione, scelte coraggiose

13/01/2013 di Luciano Di Blasio

obamaRieletto, forse anche più facilmente del previsto, il 6 novembre 2012, Barack Obama giurerà per la seconda volta come Presidente degli Stati Uniti il 21 gennaio. Cosa prevede la sua agenda per i prossimi 4 anni? Un’idea possiamo farcela andando a dare un’occhiata ai nuovi nomi scelti per la sua amministrazione – il cosiddetto Cabinet, organo non previsto dalla Costituzione cui, però, i Presidenti USA sono sempre stati molto affezionati: i suoi membri sono i capi dei vari dipartimenti, sono scelti (e, in caso, sostituiti) a piacimento dal presidente e dopo aver giurato sono sottoposti all’approvazione, in maggioranza semplice, del Senato.

Oltre al clamore suscitato dalla nomina – già tanto analizzata dai nostri media – di John Kerry, ex candidato democratico alla Casa Bianca sconfitto da George W. Bush nel 2004, come Segretario del Dipartimento di Stato per sostituire Hillary Clinton, protagonista di un’uscita di scena, in queste settimane, decisamente avvolta nel mistero, sono ora al centro del dibattito i nomi di Jack Lew, Chuck Hagel e John O’ Brennan, rispettivamente nuovi segretari, più o meno ufficiali, per i Dipartimenti del Tesoro e della Difesa, e Direttore della CIA.

Jack Lew è una nomina oggettivamente facile: è un fedelissimo di Obama, un democratico di vecchia data, che sembra vantare la giusta esperienza per dirigere il Tesoro perché, pur essendo un avvocato, è stato per tantissimi anni impegnato nel settore del budgeting, in ruoli di crescente importanza, dal privato e fino ad arrivare a ricoprire la carica di vicedirettore dell’Ufficio di Management e Budget durante la seconda amministrazione Clinton, per poi andare a ricoprire la direzione di quello stesso Ufficio nella seconda parte del primo mandato di Obama. In quest’occasione, il Senato ha accettato la sua nomina all’unanimità, sintomo di grande stima bipartisan.

Hagel, invece, non è una nomina scontata, ma una scelta interessante per Obama: è un repubblicano, ha combattuto in Vietnam e ha inizialmente appoggiato, con il suo voto da Senatore, la guerra in Iraq, criticando poi le posizioni di Bush quando appariva evidente che il conflitto fosse diventato una polveriera, arrivando a dichiarare che lui aveva “giurato fedeltà alla Costituzione, non al partito o al presidente”. Era il 2005, e Hagel era da molti considerato un possibile candidato repubblicano alla presidenza degli USA. Ora Hagel concorda con Obama sulla necessità di un’uscita veloce dall’Afghanistan e sembra aver compreso che questo non è più momento, per gli USA, di essere guerrafondai. I problemi mediatici relativi a questo nome, però, derivano dalla sua presunta omofobia (si è opposto alla nomina di un ambasciatore perché dichiaratamente gay) e, anche peggio per un membro dell’amministrazione degli Stati Uniti, dalle sue forti critiche alle lobby ebraiche unite alla sua contrarietà verso sanzioni più forti per l’Iran.

Brennan, invece, un omone di 1 metro e 80 che potrebbe tranquillamente fare il “cattivo” in un film di Terminator, era già stato preso in considerazione da Obama per la direzione della CIA durante il suo primo mandato, ma egli stesso si era tirato fuori a causa delle polemiche sulle sue dichiarazioni, durante l’era Bush junior, a favore di tattiche d’interrogatorio piuttosto spinte, che avrebbero in ogni caso minato il suo voto di conferma davanti al Senato. Obama lo scelse comunque, per la sua grande esperienza, come vice consulente della Sicurezza Nazionale per la Sicurezza Interna e la Lotta al Terrorismo, nonché, in un ruolo tutto personalizzato degli USA contemporanei, come consigliere capo per l’Antiterrorismo. Posizione nella quale ha potuto coordinare una squadra che è riuscita, nel 2011, a individuare e uccidere Osama Bin Laden, spauracchio statunitense e autentico simbolo del terrorismo contemporaneo.

Ça va sans dire, le sfide tra le mani di Lew riguardano la difficile situazione economica del gigante americano, mentre per Kerry, Hagel e Brennan la politica estera offre spunti spinosi in Siria, Medioriente e Iran, con la questione Afghanistan ancora aperta.

Colpisce forse la mancanza di donne, in queste posizioni di preminenza nell’amministrazione USA: erano quasi 10 anni che almeno una donna, forte, rappresentava il genere nelle alte sfere. Ma se un presidente devoto alle uguaglianze e ai diritti come Obama sceglie e mancano donne – nonostante la stimatissima Susan Rice, donna e competente, fosse stata considerata per il posto della Clinton, costretta poi a rinunciare viste le polemiche legate all’attacco all’ambasciata USA in Libia l’11 settembre scorso -, forse vuole semplicemente dire che negli USA il problema quote rosa è superato: si scelgono le persone che si ritengono più adatte, certamente soddisfando alcuni equilibri di potere, ma indipendentemente dal genere. Della serie la competenza premia, a prescindere. E le nostre donne, in Italia, devono lottare per avere un sistema che le scelga perché brave, non perché donne, altrimenti dov’è l’emancipazione?

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Luciano Di Blasio

Nasce a Lanciano (CH) il 20/03/1987 e cresce a Ortona (CH): un abruzzese dalle velleità internazionali. Maturità scientifica (100/100, premiato dalla fondazione De Medio) a Francavilla al Mare (CH), vince il premio come miglior studente di matematica della provincia di Chieti. Vive un anno a Newcastle (UK) studiando ingegneria elettronica, sei mesi a Rio de Janeiro. Si laurea in Lingue e Letterature Moderne (Tor Vergata, inglese e portoghese) con una tesi in letteratura inglese post-coloniale sullo scrittore nigeriano Ken Saro-Wiwa. Attualmente iscritto al secondo anno Corso di Laurea Magistrale in International Relations (Scienze Politiche, LUISS). Membro fondatore dell'associazione GiovaniRoma 2020. Drogato di letteratura, politica, F1, tennis e calcio.
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