Nuovo Codice degli appalti, in nome del rischio, dell’efficienza e della legalità

04/03/2016 di Ludovico Martocchia

L’Anac al centro della riforma, nuovi compiti per il tuttofare Cantone. Aumentano i rischi per il privato nel settore delle concessioni. Più stringenti i criteri di qualificazione.

ANAC

A Renzi non piacciono i tecnicismi. Tanto più per argomenti che gli elettori non conoscono, o peggio, per temi che i comuni cittadini reputano loschi e pieni di ombre. Un esempio è il settore degli appalti, fondamentale per il mondo delle imprese in correlazione alla pubblica amministrazione. Non a caso il settore dei contratti pubblici occupa in media il 15 per cento del Pil dei paesi dell’Unione europea.  Non sono briciole, si parla di public money. E parecchi. Renzi ha accompagnato l’adozione del decreto legislativo sugli appalti, con dichiarazioni ad effetto, di berlusconiana memoria, per rendere più “scenografico” l’obiettivo raggiunto. Così si è fantasticato riguardo il Ponte sullo stretto: un’opera necessaria e fattibile secondo il Presidente del Consiglio, però solamente dopo la conclusione della Salerno-Reggio Calabria e l’alta velocità nel meridione. Ciò a cui guarda il premier è il modello Expo, di successo, grazie alla regolazione dell’Anac.

È proprio l’Autorità nazionale anticorruzione guidata da Raffaele Cantone al centro del nuovo testo del Governo. Innanzitutto, ai 217 articoli che sostituiranno i 660 del vecchio Codice degli appalti, verranno affiancate delle particolari linee guida, che prenderanno il posto del regolamento generale previsto dal precedente sistema. In pratica, queste linee guida generali, da approvare con decreto del Ministro dei trasporti e delle infrastrutture previo parere dell’Anac, delineeranno un nuovo assetto di soft-law meno rigido. L’input del cambiamento proviene dall’Unione europea, in particolare dalle direttive 23, 24 e 25 del 2014, recepite con l’approvazione del nuovo Codice. In pratica, il ministro Delrio e Renzi immaginano un ruolo sempre più rilevante dell’Anac in termini di regolazione. Il problema però riguarda le risorse a disposizione dell’Autorità: «Non vogliamo più soldi, ma la possibilità di spendere», ha dichiarato Cantone.

La parola d’ordine voluta da Delrio è stata: qualificazione. A questo è servito l’abbassamento del tetto da 1 milione a 150 mila euro sotto il quale le imprese partecipanti alla gara non debbono avere la certificazione Soa (è un attestato obbligatorio che qualifica i requisiti per essere ammessi dalla stazione appaltante). Attraverso questa modifica si è cercato di ridurre il più possibile la discrezionalità della pubblica amministrazione. Sebbene si possa notare una certa contraddizione nel lasciare il criterio dell’offerta economica vantaggiosa come unico metodo per selezione le offerte, eliminando quelli del minor prezzo. In poche parole, se da un lato si cerca di limitare la discrezionalità dell’amministrazione con la qualificazione delle imprese, dall’altro essa aumenterà nel momento della scelta dell’offerta migliore.

Ma è dal lato delle imprese che provengono le novità maggiori. Per l’aggiudicazione dei contratti di concessione, compare una nuova formula: viene trasferito “il rischio operativo” in capo ai privati. Cosa vuol dire? Il privato che realizzerà e costruirà l’opera dovrà “rischiare” il totale del valore dell’investimento, senza nessuna garanzia dal patrimonio pubblico. E’ una nuova parte svantaggiosa per le imprese, che se non riceveranno un finanziamento bancario entro un anno dalla stipula del contratto, quest’ultimo verrà risolto di diritto. A favore però dei privati sarà la liberalizzazione dei subappalti, possibili non più in una quota inferiore del 30 per cento. Un altro rischio per le imprese (e stavolta anche per lo Stato), verrà dal periodo di transizione, che intercorre dall’abrogazione del vecchio Codice fino all’approvazione di vari regolamenti e decreti per l’entrata a pieno regime nel nuovo testo.

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Ludovico Martocchia

Nato e cresciuto nella periferia romana. Ha frequentato il Liceo Scientifico Francesco D'Assisi, ora studia Scienze Politiche alla Luiss. Da sempre appassionato di politica, si interessa anche di filosofia, storia, economia e sport. Ma prima di ogni cosa, libero pensatore.
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