Nuove speranze di riunificazione per Cipro

30/04/2015 di Michele Pentorieri

Le elezioni di Domenica hanno consacrato Akinci alla guida di Cipro Nord. Al centro dei progetti del moderato, la ripresa dei colloqui per abbattere l’ultimo muro d’Europa.

Domenica scorsa i cittadini della Repubblica di Cipro Nord si sono recati alle urne in occasione del secondo turno delle elezioni presidenziali. Ad imporsi è stato il moderato di sinistra Mustafa Akinci, ottenendo il 60,3% delle preferenze. Gran parte della campagna elettorale portata avanti da Akinci è stata incentrata sul dialogo con il Presidente della parte meridionale dell’isola (Repubblica di Cipro) Nicos Anastasiades e sull’annuncio della ripresa dei negoziati per la riunificazione dell’isola. Il 67enne ha sconfitto il Presidente uscente Derviş Eroğlu, conservatore, in carica dal 2010.

A risultare determinante per la vittoria è stata la stanchezza di una divisione che dura ormai da 41 anni. Anche i cittadini della parte settentrionale dell’isola, infatti, sono ora più decisi che mai a chiedere la fine di questa grottesca situazione, a causa della quale Nicosia risulta essere l’ultima città divisa d’Europa. Akinci ha saputo intercettare questo desiderio di riunificazione, dichiarando fin da subito la sua volontà di dialogare costruttivamente con Anastasiades che, dal canto suo, ha ovviamente accolto con giubilo le intenzioni del suo omologo. Eroğlu ha probabilmente pagato la sua fama da “falco” e le sue posizioni ancora dure –e per questo considerate obsolete- circa la riunificazione.

Attualmente, turco-ciprioti e greco-ciprioti sono divisi da una linea verde sorvegliata dalle Nazioni Unite e la stessa Nicosia è attraversata da un muro che la divide. Le trattative per riunificare l’isola non hanno fatto registrare recentemente significativi passi in avanti a causa soprattutto di questioni territoriali e dispute sulla condivisione del potere. La reazione di Erdoğan a queste elezioni è stata, come previsto, negativa. Subito dopo l’esito elettorale, infatti, ha affermato che “il Signor Presidente (Akinci) dovrebbe stare attento a ciò che dice”. Ciò che dice è, in sostanza, che le due parti di Cipro dovrebbero considerarsi come Paesi fratelli. Tali affermazioni, però, risultano minacciose solo ad un Presidente il cui Paese perpetra un’occupazione militare di un territorio da 41 anni, assegnandogli lo status di nazione indipendente (unico Paese al mondo a farlo) e che non ha alcuna intenzione di cessare tale occupazione. Eppure, allo stato attuale, la divisione risulta antistorica e controproducente per la stessa Turchia.

L’essenza dell’antistoricismo sta nella ratio stessa della misura. Nel 1960, l’isola di Cipro divenne indipendente (dall’Inghilterra) entrando a far parte quello stesso anno dell’ONU. Vista la compresenza, all’interno dei confini nazionali, di etnia greca e turca, la Costituzione previde ampie garanzie a tutela della eguale rappresentanza di ambedue. Così, il greco Makàrios fu eletto Presidente, mentre per la vicepresidenza fu scelto il turco Kutçuk. Il compromesso si dimostrò tuttavia di difficile applicazione e già nel 1963 i turco-ciprioti si ritirarono dal Governo, dando vita nel 1967 ad una propria amministrazione autonoma. Nel 1974 la situazione precipitò: la Grecia dei colonnelli predispose un colpo di Stato che rovesciasse Makàrios e procedesse all’annessione dell’isola. La Turchia reagì occupando, grazie alla superiorità bellica, una parte dell’isola superiore a quella occupata tradizionalmente dalla minoranza turca e proclamandovi uno Stato indipendente. In Grecia, la prospettiva di una guerra contro la Turchia concorse anche all’intensificazione del dissenso contro il regime dei colonnelli.

Le violenze e i trasferimenti forzati di popolazione operati in quegli anni dai turchi fanno parte dell’immaginario collettivo dei greco-ciprioti. Emblematico è il caso della città di Famagosta, abitata in maggioranza da greco-ciprioti costretti, a seguito dell’avanzata turca, a lasciare la città senza prospettive di ritorno. L’evacuazione ha anche portato a casi estremi come quello del quartiere di Varosha, brulicante di turisti negli anni ’70 e ridotto a zona fantasma dall’esercito di Ankara. Il risentimento dei greco-ciprioti, unito al rifiuto da parte turca di ritirare le proprie truppe dal nord dell’isola, hanno fatto finora naufragare tutte le trattative per la riunificazione del Paese. A ciò va aggiunto che la condizione attuale costituisce una pregiudiziale importante all’intensificazione delle trattative per l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea.

Dal canto loro, i turco-ciprioti sono ben consapevoli che, in caso l’isola fosse riunificata, sarebbero i primi a beneficiarne. La situazione economica è difficilissima, a causa anche delle sanzioni internazionali. L’amicizia con la Turchia, presupposto della sua stessa esistenza, sta diventando sempre meno conveniente. Ankara favorisce il massiccio afflusso di turchi continentali sull’isola (provenienti soprattutto da Anatolia e Kurdistan), con l’obiettivo di “turchizzare” sempre di più la zona. La cosa non fa assolutamente piacere alla popolazione autoctona, che anzi denuncia un processo di assimilazione culturale al quale vorrebbe porre fine.

In sostanza, allo stato attuale, l’unico che sostiene ancora la divisione è Erdoğan. Se il pericolo che la Grecia annetta l’isola è ormai nullo e la prospettiva secondo la quale la minoranza turca possa essere oggetto di persecuzioni da parte della maggioranza greca è altamente improbabile, restano le ragioni economiche. Ankara, infatti, non abbandonerà a cuor leggero un territorio che, oltre ad essere geopoliticamente molto importante, può vantare la presenza di numerosi giacimenti di gas al largo delle sue coste.

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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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