La nuova sinistra di Civati, anti-renziana ed amletica

21/11/2014 di Edoardo O. Canavese

Se ne va? Resta? Il dubbio civatiano continua a tener banco nel Pd, rinfocolato dai primi scricchiolii nei sondaggi su Renzi e dal nuovo fronte, quello con Cuperlo e Fassina. Sognando la leadership di una sinistra, che sia dentro o fuori dai democratici

Pippo il Bluffer? – Era il 3 ottobre scorso quando ci chiedevamo, da queste colonne, quanto mancasse alla fuoriuscita di Pippo Civati dal Pd. Sono passati quasi due mesi da allora, ma la condizione del deputato monzese non è cambiata di una virgola. Le minacce di lasciare il partito si susseguono quotidiane, rese diverse dalle precedenti solo per il casus belli, ieri l’Italicum, oggi il Jobs Act, e per la quantità di ironia instillata. Eppure l’addio non viene mai ufficializzato. Dobbiamo dunque arrenderci all’idea di Civati come un eterno bluff politico, incapace di abbandonare un partito che, per quanto scomodo ideologicamente, continua comunque a garantirgli quella copertura mediatica senza la quale difficilmente sopravvivrebbe politicamente? No, se si ammette che forse Pippo sta rischiando di minare la sua stessa credibilità di fronte ai propri sostenitori, ma anche che un personaggio tanto ambizioso quanto intelligente come lui pare aver colto che qualche spiraglio per una sua ascesa alla leadership si stia creando.

Crepe renziane – Difficile credere che Civati non sperasse in un vacillare percentualistico del Pd. Oggi che tutti gli istituti di ricerca concordano nel sospingere i democratici sotto i 40 punti elettorali, il deputato monzese può dire che “i sondaggi cominciano a dire che qualcosa non va, ma si vedeva”. Cosa non va? Il governo è impantanato nel più ampio processo di riforma del lavoro e della legge elettorale, e l’immobilismo, anche quando causato da palesi agenti esterni all’esecutivo, non piace a nessuno e sfiducia l’elettorato. Lo sa Renzi, lo sa Civati e chi sta riunendo intorno a lui per la conta della dissidenza intestina al segretario. Non senza sfruttare il momento di eccezionale consenso che Salvini sta calamitando su di sé, rivendicando l’etichetta di sinistra in luogo di una galoppante ultra-destra di protesta e di un grasso centro renziano schiacciato su posizioni liberiste e sugli accordi del Nazareno.

Nichi Vendola e Filippo Civati
Nichi Vendola e Giuseppe Civati

La gauche c’est moi – Perché, se nello scaltro gergo civatiano il Pd è diventato un nuovo corpus democristiano, Renzi invece è uomo di destra. E quale miglior oppositore interno a Renzi di un’anima genuinamente di sinistra, giovane, sensibile alle piazze sindacali, mediaticamente ficcante? E’ per questo che, se prima a Civati guardava con interesse soprattutto Vendola, in difficoltà d’immagine in un partito depauperato a livello nazionale dalla fuoriuscita di illustri parlamentari verso il Pd, oggi si registra inedita attenzione anche da parte della “sinistra bersaniana”.

Giorni fa Civati è apparso al fianco di Cuperlo, Fassina, D’Attorre e della bindiana Miotto per presentare otto emendamenti “anti-povertà” di minoranza alla manovra economica del governo. Un’istantanea che ha fatto sorgere nuove ipotesi sulle future strategie di Civati e, più in generale, dell’opposizione dem a Renzi, rispetto alle quali si potrebbe profilare un clamoroso scenario: Pippo Civati leader di minoranza di sinistra, dentro o fuori al Pd.  A forzare il quadro, il cacciatore dei 101 a capo di coloro i quali vengono dai più indicati come i traditori di Prodi.

“Quanti circoli abbiamo?” – E’ probabilmente la più ricorrente domanda che in questi mesi è circolata all’interno della minoranza Pd. Perché, senza la garanzia che gli iscritti e le unità base del Partito Democratico, i circoli per l’appunto, decidano in numero significativo di aderire ad un nuovo progetto anti-renziano, al di fuori dei confini di un Pd non più riconosciuto, non vi sarà scissione. Il problema di Renzi è che tra le percentuali elettorali e quelle interne al partito, con riferimento agli iscritti storici, c’è differenza, e tanta. Le lacrime di Livia Turco a “L’aria che tira”, che gemette la disaffezione di tanti compagni di fronte ad un segretario così duro con la sinistra storica, sono un segnale d’allarme. Se la base si spaccasse, il progetto di Renzi perderebbe quella legittimità interna ottenuta attraverso le primarie, mentre un nuovo centrosinistra potrebbe contare su un solido punto di rifondazione.

“Quanti siamo?” – Questa invece è la seconda, forse più complessa questione sul tavolo degli anti-renziani: noti nel partito, un po’ meno nelle urne. Civati da parte sua ha spesso evocato lo spazio elettorale che potrebbe interessare da vicino un nuovo cantiere di centrosinistra. Il monzese non ha mai celato simpatia nei confronti dell’elettorato del M5S, e conta di riuscire ad attirare una buona fetta di quel 25% incassato da Grillo nel 2013, tanto a livello elettorale quanto, già oggi, a livello parlamentare. La “cosa rossa” di Pippo e compagni strizzerebbe inoltre l’occhio a Sel e a quel 4% che spinse al Parlamento Europeo la Lista Tsipras. Tuttavia non si dovranno scordare due elementi di disturbo in questo scenario potenzialmente roseo: il primo, la forza di Renzi, che già ha portato il Pd oltre ogni previsione, e che non è ancora esaurita; il secondo, forse più preoccupante, l’ascesa vertiginosa di Salvini, che nelle ultime settimane sta facendo breccia un po’ ovunque nell’elettorato, anche a sinistra. Paola Bacchiddu, già Lista Tsipras e oggi salviniana, insegna.

 

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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