Nucleare, Stati Uniti e Iran. Come cambia la geopolitica del Medio Oriente

03/04/2015 di Andrea Viscardi

L’accordo raggiunto sul nucleare iraniano rappresenta una svolta storica delle relazioni tra occidente e Iran, capace di modificare le dinamiche geopolitiche del medio oriente.

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L’Iran, alla fine, non avrà la bomba nucleare. O almeno non la svilupperà per vie ufficiali, il resto è tutto da vedere. In primis, sarà da siglare – entro il 30 giugno – l’intesa definitiva, ma i punti principali sono già stati evidenziati: da una parte limitazioni per quanto riguarda l’arricchimento e l’apertura a controlli periodici da parte della comunità internazionale. Dall’altra la riduzione progressiva delle sanzioni economiche. In realtà, restano molte ombre che si dovranno chiarire da qui ai prossimi mesi, come la genericità rispetto alla trasformazione di alcuni impianti, che lasciano spazio – se non specificati al meglio – alla possibilità di Teheran di sviluppare nuove e più veloci tecnologie di arricchimento, ridimensionando di molto gli stessi principi dell’accordo.

Una conseguenza, in ogni caso, è certa: la distensione, se portata sino in fondo, potrà inaugurare una nuova era della geopolitica mediorientale. Nel ribilanciamento dei rapporti con gli stati dell’area, gli Stati Uniti si sono accorti di un elemento non trascurabile. Non l’Arabia Saudita, non Israele, ma proprio Teheran è stata la prima forza a schierarsi contro il Califfato dell’Isis, bloccandone l’avanzata e impedendo una possibile capitolazione iraqena. Un elemento non di poco conto se consideriamo come, ad oggi, né Riyad né Gerusalemme abbiano in realtà fatto molto per contrastare l’escalation di terrore targata Al-baghdadi.

Certamente, i più obietteranno che la configurazione di tale situazione rispecchi una divisione interna in atto tra le forze musulmane: sciiti da una parte e sunniti dall’altra. Una guerra civile religiosa a tutto campo, basti vedere, ad esempio, proprio le contrapposizioni in Yemen tra l’Iran e proprio l’Arabia Saudita.

In questa chiave di scontri intestini, oggi più forti che mai, si gioca il nuovo obiettivo di Washington: riuscire a non distaccarsi troppo dagli alleati storici, quali Israele e quelli del Golfo, ma al contempo distendere i rapporti con stati considerati sino a ieri nemici, se utili per contrastare l’avanzata dello Stato Islamico, verso cui l’asse di alleanza odierna si sta dimostrando solo marginalmente efficace. Israele, da parte sua, è forse la questione più delicata tra le dinamiche in atto. Dopo la rielezione di Netanyahu è più isolata che mai, e lancia fortissimi segnali di insofferenza, individuando nel possibile successo dei negoziati il riconoscimento ufficiale di Teheran come una potenza regionale legittimata e, perché no, potenzialmente egemonica, soprattutto nell’area che va dalla Siria allo Yemen.

Non vi è dubbio che da oggi l’Iran avrà una libertà d’azione maggiore, e che la parola “egemonia” sia uno degli assi chiave dei suoi obiettivi nel medio-lungo termine, in quanto epicentro, anche nei decenni passati, della sua aspirazione politica. E anche per questo, da Tel Aviv affermano che l’esercito sarebbe già stato incaricato di studiare dei possibili piani di azione, soprattutto di sabotaggio degli impianti nucleari, qualora ve ne fosse la necessità.

Ultima nota, non meno importante, quella energetica. L’Iran è il quarto produttore mondiale di petrolio, e il secondo di gas. L’abolizione delle sanzioni potrà permettere la riapertura dei flussi di approvigionamento. In primis, verso l’Europa. Le conseguenze sono immaginabili, e si tradurranno, probabilmente, in una nuova diminuzione del prezzo del petrolio. Non prima, però, della firma definitiva dell’accordo e della fine del percorso di annullamento delle sanzioni. Se ne riparlerà, dunque, nella migliore delle ipotesi, a fine 2015. Forse addirittura nel 2016.

Ciò che invece è fuori discussione, sono le ripercussioni che l’accordo avrà sul panorama internazionale. Ora resta solo da capire se, ed in che modo, il tutto verrà portato a compimento entro il 30 giugno. Israele e Arabia Saudita permettendo.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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