Note a margine su alcune dichiarazioni di Matteo Renzi

06/04/2015 di Federico Nascimben

Nel corso dell'intervista di ieri al Messaggero, il presidente del Consiglio Renzi ha ribadito alcuni concetti che derivano da una edulcorazione dei dati a fini propagandistici

Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha rilasciato ieri un’intervista al Messaggero in cui ribadisce alcuni concetti più volte espressi da lui e da esponenti del suo Governo; concetti che il più delle volte derivano da una edulcorazione dei dati a fini propagandistici.

Rispondendo alla prima domanda posta dalla giornalista sulle previsioni economiche di (de)crescita del Pil, sempre e costantemente riviste al ribasso in maniera consistente (prima +0,8%, poi +0,4% per il 2014, il cui dato definitivo è stato, invece, -0,4%; 1,3% per il 2015, diminuito oggi ad un +0,7%), Renzi precisa che nel Documento di economia e finanza (Def) l’esecutivo utilizzerà stime prudenti, nonostante molte previsioni siano più ottimistiche; e sostiene – come più volte fatto – che i numeri non interessino alla gente comune, dimenticandosi del fatto che solo una crescita sostenuta può creare occupazione e ridurre la disoccupazione:

L’anno scorso tutti gli esperti internazionali avevano fatto previsioni ottimistiche e poi abbiamo visto come è andata a finire. Noi eravamo stati in media, ma quest’anno abbiamo deciso di essere più prudenti e anche se in tanti prevedono una crescita superiore all’1%, abbiamo scelto di volare basso e stare allo 0,7%. Ma non è la percentuale che conta, i numeri interessano agli addetti ai lavori: la verità è che c’è un clima nuovo in Italia“.

Il 9 maggio 2014, lo stesso Renzi però, sullo stesso tema, non aveva tenuto la stessa prudente linea, affermando:

La previsione dell’Ocse di una crescita del Pil italiano solo dello 0,5% sarà smentita. Lo scommetto. Ieri Moody’s ha detto che l’Italia può crescere fino al 2%, altro che 0,5 per cento“.

La seconda domanda è particolarmente interessante, perché riprende il tema relativo al numero positivo di nuovi occupati, che sarebbe merito delle misure contenute nel jobs act e della decontribuzione contenuta nella legge di stabilità per il 2015 (di cui ci siamo occupati qui e qui). Il caso in questione parte da alcuni dati lordi forniti dal ministero del Lavoro, e gettati al pubblico ludibrio dal titolare del Dicastero, Giuliano Poletti, secondo cui, su base annua, tra gennaio e febbraio i contratti a tempo indeterminato sarebbero stati 79.000 in più. Tali dati sono stati forniti al lordo delle cessazioni di lavoro, così da poter comparire facilmente nei titoli di giornali e telegiornali, per poi essere stati precisati in seguito al “pressing” del Sole24Ore: il dato con “specificazioni” scende a 45.000 unità e per l’80% riguarda stabilizzazioni di contratti precari. Ma secondo Renzi:

I contratti stabili non sono dei numeri. Sono dei ragazzi che facevano i precari e si vedono trasformato il lavoro in un contratto a tutele crescenti: vanno in banca e ottengono un mutuo. Hanno le ferie. Per noi sono numeri, per loro è la vita, altro che storie. Poi ognuno legge le statistiche come crede. Personalmente mi fa tenerezza vedere come l’armata dei gufi si aggrappi esultante a qualche zero virgola negativo: il dato di fatto è che mai come in questo momento assumere conviene. Alla fine dell’anno vedremo se i risultati sono quelli che speravamo o no“.

Ad oggi, infatti, non vi è alcuna ripresa dell’occupazione, come tra l’altro le stesse previsioni del Governo confermano, proprio perché la “ripresa” dell’economia non avviene a ritmi sostenuti, nonostante i noti fattori esterni eccezionalmente positivi (Qe, tasso di cambio, prezzo del petrolio). E con un’economia così stagnante è altamente improbabile che l’occupazione netta sia positiva. Per questo motivo l’80% di nuovi contratti a tempo indeterminato ha finora riguardato stabilizzazioni. I conti definitivi, però, li faremo solo a fine anno, giustamente.

La risposta alla terza domanda ruota intorno ad un’ambiguità di fondo, utilizzata come giustificazione per il bonus da 80 euro, a volte misura per “rilanciare i consumi”, a volte misura di “giustizia sociale e di redistribuzione”. Dato che nel 2014 non c’è stato alcun aumento dei consumi, questa volta prevale la seconda giustificazione:

Gli 80 euro al mese per chi sta sotto i 1.500 euro sono innanzitutto giustizia sociale. Lei ricorderà che abbiamo fatto questa manovra proprio mentre mettevamo il tetto ai supermanager pubblici. Perché di questo si trattava: un piccolo gesto di restituzione“.

La quarta domanda è sulle misure che il Governo intende adottare per reperire le risorse necessarie al fine di evitare che scattino le clausole di salvaguardia previste nella legge di stabilità, magari partendo dal lavoro svolto da Carlo Cottarelli:

L’Iva nel 2016 non aumenterà. Credo che annulleremo le clausole di salvaguardia già con le misure contenute nel Def. Ma non esiste nel modo più categorico che ci sia aumento delle tasse. Con tutto il rispetto, non ho letto nelle carte di Cottarelli idee geniali: sono le solite cose che ci diciamo da decenni. Non vanno scritte, vanno fatte. Ma per farle occorre intelligenza. La riduzione delle partecipate non si fa dalla sera alla mattina ma con leggi serie per i Comuni e strumenti industriali e finanziari che supportino chi vuole investire sul serio sulle public utilities. Se ci saranno ulteriori risorse la priorità sarà per le famiglie e per rendere stabili gli incentivi alle imprese per assumere“.

Senza ribadire quanto abbiamo più volte scritto, in primis, così come sono noti i punti nevralgici su cui intervenire, è altrettanto noto che è inutile nominare commissari per la revisione della spesa che producono rapporti che vengono lasciati sul tavolo, così da perdere qualche altro decennio di tempo. Secondariamente, la promessa di non aumentare le tasse ad ogni intervento economico è talmente ovvia da essere vacua in Italia: secondo quanto si apprende la revisione delle tax expenditures non avrà alcun fine di rimodulazione al ribasso delle aliquote nominali, ma allargherà semplicemente la base imponibile, equivalendo cioè ad un aumento della pressione fiscale.

Se il compito di questo esecutivo – come sostiene il presidente del Consiglio – è quello di “restituire speranza all’Italia”, mentre gli altri “scommettono sul fatto che le cose continuino ad andare male”, e quindi “puntano sulla rabbia”, sarebbe altrettanto opportuno che quantomeno non si continuasse sulla strada della edulcorazione e negazione della realtà, attraverso una lettura completamente parziale dei dati. Purtroppo ormai siamo arrivati alla fase del voluto occultamento di una parte di questi per i noti fini propagandistici. E se davvero si vuole ristabilire quel rapporto di fiducia fra cittadini e politica, trattare i primi come dei decelebrati (o almeno quella piccola minoranza che cerca di andare un attimino oltre la lettura del titolo) produce l’effetto contrario, aumentando il clima di reciproco sospetto che da sempre contraddistingue il rapporto tra cittadini/contribuenti e Stato.

P.S.: Il 3 aprile Dario Di Vico ha scritto sul Corriere della Sera un editoriale nel quale evidenzia come gli italiani non credano nella ripresa imminente. Secondo un sondaggio di Ixè, infatti, “il 63% dei nostri concittadini non vede i segnali di un’inversione di tendenza e continua a pensare che il tunnel della crisi sia ancora lungo. […] Tra i tanti fattori che influenzano l’opinione pubblica i sondaggisti dicono che ce ne sono due prevalenti: l’andamento delle tasse e le dinamiche del mercato del lavoro. Proprio osservando entrambi questi indicatori gli italiani ne ricavano una sensazione pessimistica”. Sarà un caso.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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