Nomine CSM e Consulta: il gioco dei partiti che non cambiano mai

12/09/2014 di Giacomo Bandini

Come funzionano le nomine dei vertici della giustizia italiana? Cosa implica l'impossibilità di questi giorni di arrivare ai nomi giusti?

Cosa cambi sinceramente nella vita quotidiana di un cittadino l’elezione dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura (il CSM), e della Corte Costituzionale (anche detta Consulta, per il palazzo che la ospita), non è chiaro o, meglio, è sconosciuto ai più. Cosa cambi a livello di equilibri politici, correntizi e giochetti di potere è piuttosto noto, e lo dobbiamo sorbire periodicamente in prima pagina. Nel frattempo la magistratura continua ad avere un peso specifico nelle vicende politiche italiane mentre la politica, viceversa, continua le sue lotte di potere anche nelle nomine relative alla giustizia. In questi giorni, infatti, ne abbiamo l’ennesima prova, fra accordi, franchi tiratori e fumate nere.

Csm, cos’è? – Per vederci un po’ più chiaro è utile un breve ripasso sulle funzioni del Csm. Si tratta dell’organo di governo e amministrazione della magistratura ordinaria. Secondo l’art. 105 della Costituzione esso deve agire autonomamente e adempiere ad alcune funzioni che gli spettano, “secondo le norme dell’ordinamento giudiziario”. Queste funzioni sono relative all’assunzione e alla gestione dei magistrati e, dunque, coinvolgono anche trasferimenti, spostamenti ed eventuali sanzioni.

Le modalità di elezione – Per quanto riguarda le modalità di elezione di Csm e Corte Costituzionale, sono diverse. Nel primo caso la Costituzione prevede che due terzi siano eletti da tutti i magistrati ordinari tra gli appartenenti alle varie categorie e per un terzo dal Parlamento in seduta comune, scelti tra professori ordinari di università in materie giuridiche ed avvocati dopo quindici anni di esercizio della professione. La legge ordinaria, invece, ha disposto il numero dei componenti elettivi del Csm: 24, di cui 16 eletti dai magistrati e 8 di nomina parlamentare. Questi ultimi sono eletti dal Parlamento in seduta comune con votazione a scrutinio segreto e con la maggioranza dei tre quinti dei componenti dell’assemblea per i primi due scrutini, mentre dal terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza dei tre quinti dei votanti. Quorum comunque non facilissimi da superare, e per i quali è inevitabilmente richiesto un consistente consenso – leggasi accordo – politico. Riguardo la composizione della Consulta, qui si parla di quindici giudici nominati per un terzo dal Presidente della Repubblica, per un terzo dal Parlamento in seduta comune e per un terzo dalle supreme magistrature ordinarie ed amministrative. Il quorum è dei tre quinti dei membri dell’Assemblea e vale la medesima considerazione di poco fa.

Ex presidente dell'Antitrust, Antonio Catricalà è oggi uno dei nomi più citati per la Corte Costituzionale
Ex presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà è oggi uno dei nomi più gettonati per un posto nella Corte Costituzionale

I nomi in ballo fin ora – Ecco cosa sta succedendo questi giorni in Parlamento, creando qualche perplessità nell’osservatore e nel commento degli organi di informazione. Le Camere riunite in seduta comune non sono ancora riuscite ad eleggere, per la nona volta consecutiva, i due giudici della Corte Costituzionale che dovrebbero sostituire i componenti decaduti da giugno. I nomi della convergenza fra le forze di maggioranza e opposizione dovevano essere due volti noti: Luciano Violante e Antonio Catricalà. Questi non hanno però raggiunto per la terza volta consecutiva il quorum dei tre quinti. Dall’altro lato, dopo sei tentativi, degli 8 membri del Csm in quota parlamentare solamente tre sono stati eletti: l’attuale sottosegretario al Mef, Giovanni Legnini; l’ex vicepresidente della Camera Antonio Leone (Ncd); l’ex responsabile Giustizia della Margherita e sindaco di Arezzo, Giuseppe Fanfani.

La magistratura dei partiti – Così, prevedibilmente, sono partite le accuse reciproche. Chi sono i franchi tiratori? Con il voto a scrutinio segreto effettivamente risulta sempre difficile calcolare le defezioni. Dunque, chi ha violato i patti? In realtà, un po’ tutti, poiché in gioco vi sono interessi non di poco conto. Il Csm, come tutta la magistratura, è da anni vero e proprio terreno fertile per feudi di stampo politico. È risaputo peraltro come il sistema delle carriere faciliti l’avanzamento per merito dell’appartenenza ad una corrente, nel quale non hanno peso i reali meriti professionali dei magistrati. Questo si riflette, per rimanere su temi attuali, anche sulla questione delle sanzioni ai magistrati per le varie tipologie di comportamenti non consoni o per irresponsabilità. A conti fatti, sono le correnti interne a decidere chi sanzionare o meno.

Giochi e tempo perso – Nel già complicato e difficile comparto giustizia si continua, allora, a render tutto molto lento e macchinoso. È da giugno infatti che il Csm attende le nomine e probabilmente dovrà attendere ancora, contando la scarsa propensione agli accordi di questi giorni e le maggiori preoccupazioni rivolte ad altri campi, come la situazione internazionale, le altre nomine e, per esempio, alla situazione in Emilia Romagna per il Pd. Tra l’altro, proprio al suo interno è ipotizzabile l’ennesima protesta delle fronde contro Renzi, che rivelano in questo caso una certa irresponsabilità. Non solo verso i propri elettori, schieratisi con una certa visione del partito alle primarie, ma soprattutto nei confronti di tutti i cittadini, e questo vale anche per i franchi tiratori di Forza Italia. Sì, perché le elezioni dei membri del Csm e della Consulta forse non permetteranno alla casalinga di pagare meno il pane e la frutta. Ma la loro attività, che necessita dei nuovi componenti, si rivela indispensabile per gestire alcune scadenze fondamentali del comparto giustizia. Come le nomine relative alle Procure oppure il contributo fondamentale alla nuova riforma voluta dal ministro Guardasigilli, Andrea Orlando. Pareri da cui si deve passare obbligatoriamente, e che, a conti fatti, hanno un netto peso specifico sul il singolo cittadino.

Non sarebbe quindi meglio che le nomine avvenissero con modalità più trasparenti e, soprattutto, fossero spostate, almeno in parte dalle rapaci mani dei partiti? In Italia non potrebbe mai esistere il modello anglosassone di magistratura, ma un cambiamento appare più che mai auspicabile. Invece di scannarsi per ridicole questioni e sui nomi, che piacciano o non piacciano, non sarebbe forse il caso di ripensare in Parlamento alla questione giustizia e nomine in una volta sola? Agendo come in questi giorni si sta solo perdendo tempo e credibilità, ancora una volta.

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Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
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