#NoDAPL: i Sioux per l’acqua, contro l’oleodotto

24/11/2016 di Francesca R. Cicetti

Standing Rock resiste ancora, difende ancora la propria acqua e la propria terra. Ma non siamo nel 1876.

NoDApl

Una tribù Sioux schierata a difendere la propria terra. Un esercito Americano in marcia per sottrargliela. Non siamo nel 1876 e questa non è la battaglia di Little Bighorn. E non c’è nulla di consolante nel constatare la confusione, l’anacronismo. Il tempismo del tutto mancato. Siamo invece nel 2016, North Dakota. Nessun totem conteso, ma duecento chilometri di oleodotto che secondo i progetti dovrà attraversare le raffinerie di Bakken fino agli stati più a sud, il South Dakota, l’Iowa e l’Illinois. Trasportando una quantità di petrolio che sia aggira attorno ai 550 000 barili al giorno. Passando pericolosamente vicino al Lago Oahe. E dove passa il petrolio, l’acqua non può passare.

Non si tratta solo di acqua da bere, ma anche di acqua per irrigare, acqua per i rituali religiosi della riserva in un territorio tradizionalmente sacro, di fondamentale importanza per più di una tribù di Nativi. I Sioux di Standing Rock la difendono da aprile, in un pianto di proteste non sempre pacifiche. Difendono il loro lago, le loro terre. Il diritto dei Lakota Sioux Hunkpapa di non veder trivellate le proprie case, i terreni da sempre destinati alla sepoltura. Ma lo spettacolo deve continuare, a costo di sviscerare un sito archeologico, una casa, a costo di rivoltare la terra. Il cuore di una cultura ferita.

A tentare di fermare il serpente nero, i sit-in dei Nativi e il sostegno dell’ormai ex presidente Obama. Inutile chiedersi già da ora quali conseguenze porterà il cambio d’inquilino alla Casa Bianca, ma forse è possibile qualche speculazione: niente di buono per i difensori dell’acqua corrente. Donald Trump non ha certo fatto dell’ambientalismo la sua bandiera, per non parlare dei diritti delle minoranze. E dire che di altre tensioni non c’è bisogno, tra chi si oppone alla North Dakota Pipeline e le forze dell’ordine. La polizia ha già difeso a gran voce il diritto di sgomberare le barricate con ogni mezzo e in ogni momento. Tra domenica e lunedì, sparando colpi con cannoni d’acqua, nella temperatura ghiacciata del South Dakota, provocando diciassette casi di ipotermia tra i protestanti e una corsa forsennata in ospedale. C’erano -3 gradi, quella notte.

Ma non siamo nel 1876, e questa non è una guerra per il territorio. O forse lo è. Ma senza archi e frecce, senza cavalli. Le granate e i proiettili non letali ne hanno brutalmente preso il posto. Le ultime notti di Standing Rock sono state un caos completo. Un covo aberrante di violenze sanguinarie, una confusione comprensibile solo attraverso gli occhi dei presenti. Di chi protesta e testimonia su quante mani siano state alzate contro uomini e donne pacifici. Sul freddo gelido della notte bagnata dai colpi di cannone. Acqua per spegnere i fuochi, si è detto. Ma sparata contro i protestanti, congelati quasi a morte. Per ora si contano all’incirca 167 feriti; due persone anziane con arresti cardiaci, una tredicenne colpita alla testa da un proiettile di gomma. In ultimo, la vergognosa tragedia di Sophia Walinsky, con un braccio strappatole via da una granata. Una disgrazia recente, dolorosa, contro una donna disarmata. Infinitamente più di quanto una società civile deve essere disposta a sopportare.

Si alzano molte voci, dalle ultime notti di Standing Rock. È una gara di testimonianze per vincere la guerra della narrazione. Una gara tra la polizia e i protestanti, a colpi di dolore e bugie. Chi vince questa guerra, guadagna terreno, accaparra per sé quell’autorità morale che si riserva ai protettori delle giuste cause. Non è in gioco solamente la sopravvivenza di una porzione di nuda terra, ma anche quella di una cultura antica. E sacra, come l’acqua. Che per ora vive attraverso l’ombra di centinaia di manifestanti, con i visi congelati da piccoli cristalli di ghiaccio, le espressioni confuse dal gas, le ossa spezzate. Standing Rock resiste ancora, difende ancora la propria acqua e la propria terra. Ma non siamo nel 1876.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.