Il No della Grecia e il futuro dell’Europa

06/07/2015 di Alessandro Mauri

La vittoria del No al referendum in Grecia è l'ennesima sorpresa di una trattativa dalla quale dipende il futuro dell'Europa

L’esito del referendum in Grecia coglie di sorpresa tutti gli osservatori: sebbene il no fosse in vantaggio nella maggior parte dei sondaggi, nessuno era riuscito a prevedere una vittoria così schiacciante, con il sì fermo al 38,7%.

L’esito del referendum – Il referendum in Grecia prevedeva un quesito sull’accettazione o meno dell’accordo che era stato proposto lo scorso 25 giugno da parte dei creditori (accordo che in realtà non esisteva più, dal momento che era stato di fatto ritirato dall’Eurogruppo). Sebbene tutti i sondaggi dessero un testa a testa tra i sostenitori del sì, che quindi avrebbero accettato gli accordi, e quelli del no, il risultato è stato molto più netto, con il secondo fronte che ha superato il 60% dei voti. Sin dalla chiusura dei seggi alle 18:00 di domenica, le proporzioni della vittoria del no sono apparse immediatamente in tutta la loro ampiezza, e il partito di Siryza ha iniziato i festeggiamenti. Sicuramente è pesata la lunga crisi e gli scarsi risultati fin qui raggiunti dopo anni di politiche imposte dalla Troika, nonostante sia evidente a tutti come molte delle proposte dei creditori siano riforme che effettivamente servono alla Grecia (su tutte quella del sistema pensionistico e del sistema fiscale). L’ormai ex ministro dell’economia Yanis Varoufakis ha in seguito dichiarato: “I greci hanno detto un coraggioso No a cinque anni di ipocrisia e all’austerità; il No di oggi è un grande sì alla democrazia […], da domani, grazie a questo bel no, chiameremo i nostri partner per trovare un terreno comune e definire un’intesa positiva”. Ed è proprio su questo punto che si concentrano i dubbi, sul fatto cioè se sia possibile, dopo un esito così eclatante, giungere rapidamente ad un accordo.

Un nuovo accordo? –  Il premier Alexis Tsipras, e lo stesso Varoufakis, avevano da subito assicurato che un eventuale vittoria del No avrebbe rafforzato la posizione della Grecia nelle trattative che il governo ellenico ha sempre dichiarato di voler proseguire dopo il referendum di domenica. Il fronte dei creditori dovrà sicuramente prendere atto del netto rifiuto del popolo greco alle richieste della ex Troika, ma fino a che punto sarà disposto a cedere alle richieste di Atene e venir meno alle proprie posizioni? Innanzitutto occorre sottolineare come i creditori apparissero divisi già prima del referendum, con il Fondo Monetario Internazionale che aveva messo in evidenza il peso insostenibile del debito greco, e che quindi sarebbe stata necessaria una nuova ristrutturazione. Di tutt’altro avviso l’Unione Europea – e in particolare Angela Merkel – che non ha per nulla apprezzato la mossa di Tsipras di indire un referendum a trattative in corso, non dichiarandosi disposta ad erogare nuovi aiuti solamente in cambio di riforme e del rispetto di vincoli su alcuni indici di bilancio. Appare piuttosto difficile che la Germania, che rappresenta il paese con il maggior peso politico in queste trattative, sia disposta a cedere dalle sue posizioni e a  venire incontro alle richieste della Grecia, specie dopo il pesante intervento di Varoufakis che aveva definito “terroristi” i creditori. Proprio per favorire un accordo, e togliere un pesante scoglio alle trattative, lo stesso ministro dell’economia ha annunciato le sue dimissioni, e quindi non sarà più lui a trattare con l’Eurogruppo. Una scelta comprensibile, se si considera il duro scontro degli scorsi giorni e le critiche sul suo modo di portare avanti le trattative mosse sostanzialmente da tutti i creditori.

Lo scenario possibile – A questo punto gli scenari possibili sono due: se prevale la linea morbida, i creditori e la Grecia arriveranno ad un accordo meno pressante di quelli proposti in precedenza, con la prospettiva però che anche gli altri paesi in difficoltà aumentino le proprie richieste all’Unione Europea. Paesi come la Spagna, l’Italia o il Portogallo potrebbero chiedere vincoli meno stringenti o estendere l’orizzonte temporale entro cui rientrare nei parametri di deficit e debito pubblico, anche per evitare l’inevitabile ascesa dei partiti euroscettici. Se invece prevale la linea dura europea, allora la Grecia sarà condannata ad un default con conseguenze pesantissime per l’economia del paese, che dovrebbe razionare i beni e prolungare la chiusura delle banche e il controllo dei movimenti di capitale. Oltre a questo la Grecia sarebbe condannata a non potersi finanziare sui mercati per molti anni, con la conseguenza di dover presentare obbligatoriamente bilanci in pareggio (vista l’impossibilità di indebitarsi per coprire eventuali deficit), e ciò la obbligherebbe a introdurre misure di austerity non molto diverse da quelle richieste dai creditori. Oltre alle perdite dovute al mancato rimborso dei debiti, questo scenario potrebbe danneggiare i creditori europei in maniera indiretta: se venisse a mancare  l’unità dell’Eurozona, l’Unione stessa non rappresenterebbe più una scelta irrevocabile, e la fiducia e il peso politico nei confronti degli altri competitori mondiali (USA e Cina su tutti), verrebbe inevitabilmente meno. Nonostante questo, gli investitori pensano che lo scenario più plausibile sia proprio quello di una uscita della Grecia dall’Euro, come dimostra anche il pesante tonfo delle borse, il che lascerebbe davvero poche speranze di ripresa all’economia greca.

Non c’è tempo – Quello che gioca contro un eventuale nuovo accordo tra Grecia e creditori è il fattore tempo: Atene ha già mancato il pagamento al FMI dello scorso giugno, e nei prossimi giorni giungono a scadenza ulteriori debiti nei confronti della BCE. Non è ancora chiaro come verranno adempiuti questi pagamenti, specie perché le trattative, per quanto rapide possano essere, richiedono tempo. Come se non bastasse le banche hanno ormai esaurito la liquidità e, senza l’intervento della BCE mediante la liquidità di emergenza (ELA), non arriverebbero a martedì. La BCE garantisce ELA fintanto che le banche elleniche forniscono collaterali adeguati, come i titoli di stato greci; dal momento che nessuno garantisce un accordo, e quindi il rimborso dei titoli del debito pubblico, non è detto che la BCE continui ad accettare questa situazione. Difficilmente il presidente dell’Istituto di Francoforte Mario Draghi prenderà una decisione tanto grave, dal momento che ha sempre sostenuto di non voler prendere decisioni politiche, che non spettano alle autorità monetarie, ma i governatori delle banche centrali dei paesi più intransigenti (Bundesbank su tutti) potrebbero imporre la loro linea.

In conclusione, è difficile prevedere le conseguenze dell’esito del referendum in Grecia, soprattutto considerando che questa vicenda ci ha mostrato che nulla può essere dato per scontato, e che gli imprevisti e i cambi di rotta sono sempre dietro l’angolo.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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