Niente tagli alle pensioni, assicura il Governo

16/04/2015 di Federico Nascimben

Mentre il ministro Poletti assicura che non ci saranno tagli alle pensioni, un rapporto evidenzia i trend molto negativi della spesa previdenziale italiana. Occorre andare verso una ridefinizione del sistema di welfare

Nel corso del question time alla Camera di ieri, il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, ha assicurato che il Governo non interverrà con ulteriori tagli sulle pensioni di maggiore importo, ipotesi ventilata a seguito dell’operazione trasparenza portata avanti dal presidente dell’Inps, Tito Boeri, che sul tema aveva avanzato una proposta di ricalcolo.

Poletti ha infatti affermato che, “per quanto concerne la riduzione delle pensioni superiori ai 2 mila euro, che è stata qui citata come una delle opzioni, credo di poter dire in modo molto chiaro che il Governo ha espresso chiaramente l’intenzione di non voler procedere in questa direzione, né all’interno della spending review né per quello che riguarda un eventuale intervento sul tema generale della previdenza”.

Sempre ieri, alla Camera, invece, è stato presentato da Itinerari Previdenziali il secondo rapporto sulla spesa previdenziale italiana, dal quale emergono alcuni dati interessanti e preoccupanti allo stesso tempo. Dal rapporto emerge infatti che nel 2013 la spesa pensionistica complessiva (al netto della quota della GIAS, cioè della Gestione per gli interventi assistenziali, pari a 33,3 miliardi di euro) ha raggiunto l’importo di 214,5 mld (+1,62% sul 2012, che a sua volta segnava +3,3% sul 2011 e + 6,2% del 2011 su 2010).  Tuttavia il reale esborso per lo Stato è stato (si perdoni il gioco di parole) di 205 mld, perché dai 247,8 mld complessivi occorre sottrarre i 43 mld di Irpef, addizionali comunali e regionali che sono una pura partita di giro.

Il saldo tra entrate e uscite previdenziali nel 2013 è stato negativo e il disavanzo complessivo ha raggiunto i 25,4 mld (+ 22% sul 2012), confermando il trend fortemente negativo del 2010-2013 (nel 2012 il disavanzo era di 20,7 mld, + 26,6% rispetto al 2011; mentre il  disavanzo nel 2011 era di 16,4 mld, + 26,3% rispetto ai 13 mld del 2010). Da notare che il peggioramento del saldo è molto importante è ci riporta ai livelli del 1995. Da sottolineare, inoltre, che senza gli attivi della Gestione lavoratori parasubordinati (+ 6,7 mld nel 2013) e delle Gestioni delle Casse dei liberi professionisti (+3,3 mld), e di quelli delle gestioni Commercianti (380 milioni) e dei Lavoratori dello Spettacolo (ex ENPALS) con 320 milioni, il disavanzo sarebbe stato addirittura di 36,2 mld.

Questo perché, invece, le gestioni che hanno contribuito maggiormente alla creazione di tale disavanzo nel 2013 sono state:

– La gestione dei dipendenti pubblici (ex Inpdap) che ha registrato un deficit di 26 mld, ma al netto delle entrate corrispondenti alla contribuzione aggiuntiva a carico dello Stato, pari a 10,6 mld (che porterebbero tale deficit a 30,6 mld).

– La gestione ex Ferrovie dello Stato che presenta un saldo negativo di 4,2 mld. Qui è interessante notare come si arrivi a tale deficit nonostante numeri molto esigui: 50.533 attivi e 228.590 pensionati, grazie ai prepensionamenti; “quindi si può dire che gli italiani oltre alla tariffa ordinaria pagano un extra biglietto pro capite di oltre 70 euro l’anno”, sottolinea il rapporto.

– La gestione CDCM, cioè i lavoratori agricoli autonomi, “il cui disavanzo tra contributi e prestazioni (al netto dell’intervento della GIAS, che ha assunto direttamente a suo carico l’onere delle pensioni liquidate con decorrenza anteriore dal 1/1/1989 per un importo di 2,4 mld), ammonta a 3,1 mld”.

Altrettanto interessante è notare come “8,5 mln di prestazioni pensionistiche di natura assistenziale (integrazioni al minimo, maggiorazioni sociali, assegni e pensioni sociali, pensioni di invalidità e di guerra), in totale quasi il 52% dei pensionati, sono esenti dal pagamento dell’Irpef. Pertanto è plausibile stimare che circa il 50% dell’Irpef totale sulle pensioni gravi solo su 2,6 milioni di pensionati con importi medi superiori a 28.556 euro lordi l’anno”. A cui, tra l’altro, “la quattordicesima e l’importo aggiuntivo non si possono sommare come numero di prestazioni perché nella maggior parte dei casi riguardano soggetti già beneficiari di altre prestazioni assistenziali. Il costo totale dei trattamenti in esame per il 2013 ammonta a 32,5 mld, completamente a carico della fiscalità generale“.

Per concludere, e rimanere sempre nell’ambito dei costi che si scaricano sulla collettività, poiché il totale delle prestazioni eccede le entrate contributive, alla quota di finanziamento a carico della fiscalità generale, pari a 25,4 mld (di cui abbiamo già parlato), occorre sommare:

– La quota GIAS di 33,3 mld;

– La quota GIAS relativa al sostegno alle entrate contributive per 12,8 mld;

– L’apporto dello Stato alla gestione dei dipendenti pubblici pari a 10,6 mld;

– La parte assistenziale di 21,7 mld (comprendente di  quattordicesima e importo aggiuntivo).

In totale quindi l’onere a carico della fiscalità generale è stato nel 2013 pari a 103,8 mld  (cioè 6,5 punti di Pil, nel 2012 la quota a carico della fiscalità generale, invece, era di 94,1 mld). Ma ciò non sarebbe comunque sufficiente a valutare l’esborso complessivo, perché “a queste cifre andrebbero aggiunti gli importi delle spese assistenziali sostenute dagli Enti Locali che per carenze di contabilità nazionale sono difficilmente quantificabili”.

Unendo le parole del ministro Poletti, secondo cui non vi saranno tagli alle pensioni sopra i 2.000 euro, alle cifre fornite dal rapporto emerge chiaramente come occorra intervenire più in generale sul sistema di welfare, visti i trend fortemente negativi e i costi a carico della fiscalità generale, nonostante l’intervento della riforma Fornero. Proprio per questo, come abbiamo più volte detto, occorrerà andare sempre più verso una completa ridefinizione dello spazio riservato al welfare pubblico e a quello privato, riservando sempre più territorio al secondo, attraverso previdenza e sanità complementare. Punti che richiederanno anche una forte innovazione da parte delle imprese, che sotto questo aspetto sono rimaste indietro a causa di problemi strutturali noti.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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