Nicola Spedalieri, per il trono attraverso l’altare

11/01/2014 di Silvia Mangano

Nicola Spedalieri

«La Salvezza della Società è un mezzo, che debbe essere a due estremi congiunto: e si può assomigliare a un carro da due destrieri tirato, i quali se le comuni forze amichevolmente non temprino, non avanzeranno cammino. Nell’uno è simboleggiato l’interesse di chi governa, e nell’altro quello di ogni individuo, onde la Società si compone».

Appoggiato alla balaustra dell’Accademia dei Quirini, Nicola Spedalieri iniziava con queste parole la seconda parte del discorso che sarebbe poi confluito nel Ragionamento sopra l’arte di governare, pubblicato nel 1779. L’intervento dello Spedalieri, lungi dall’essere di carattere trascendentale, risvegliò l’uditorio con una sentenza perentoria: lo Stato e il popolo devono fare ciascuno la sua parte. Il re deve evitare una condotta moralmente scorretta e l’abuso nell’esercizio del potere e il popolo deve smetterla di pensare di potersi autogovernare, perché, pur esistendo pari dignità umana, non esiste uguaglianza fisica, intellettiva e sociale (barbaramente potremmo dire che chi fa il contadino non può far leggi e chi diventa giurista non può zappare la terra). Purtroppo come disse un Saggio («Nessuno è profeta in patria») e come ebbe modo di constatare il sacerdote siciliano, l’Europa dell’Ancien Régime non era ancora pronta ad accogliere le intuizioni dello Spedalieri.

Nicola SpedalieriNato e cresciuto in Sicilia, entrò in seminario a undici anni (1751) e divenne sacerdote una decina di anni più tardi. Si dedicò all’insegnamento della filosofia e della teologia per tutta la vita e polemizzò aspramente contro i conservatori e i rivoluzionari dell’epoca. Pur avendo una formazione ecclesiastica, non disprezzò lo studio dei filosofi «profani» come Rousseau. Cercò piuttosto di arricchire la filosofia aristotelico-tomistica, di cui il suo pensiero era imbevuto, con le esigenze dei suoi tempi. Dal ginevrino accolse la teoria del contratto sociale come genesi dello Stato, ma rigettò completamente la lettura negativa di esso. Per lo Spedalieri, la Società («a cui è destinato l’uomo dalla natura») era un complesso organismo nato dalla stipulazione di una convenzione tra gli uomini basata sul principio del «do ut facias» (ti do affinché tu faccia) per la salvaguardia della comunità.

Il primo bersaglio della sua carriera filosofica furono i giansenisti e il dispotismo illuminato, entrambi sostenitori del giurisdizionalismo, a discapito dell’influenza della religione nella gestione del governo. Questo «spirito sovvertitore dei troni», così lo chiamava lui, avrebbe portato alla distruzione della monarchia. Sono gli anni che precedono la Rivoluzione Francese e nessun italiano meglio di lui comprese fino in fondo il pericolo delle idee giacobine. Ma soltanto con il degenerare degli eventi successivi al 1789, si decise a pubblicare il capolavoro della sua vita: Dei diritti dell’uomo libri sei nei quali si dimostra che la più sicura custode dei medesimi nella società civile è la religione cristiana e che però l’unico progetto utile alle presenti circostanze è di far rifiorire essa Religione (nel 1791 non si scherzava con l’intitolazione dei libri!). Dal titolo provocatorio, l’opera si prefiggeva l’intento di analizzare e sottoporre a critica le idee propagandate dai rivoluzionari francesi. Partendo da una riflessione generale sui diritti dell’uomo, lo Spedalieri immagina una campionatura di società e ne delinea un possibile sviluppo sulla base dei presupposti di partenza: «Società affidata a puri Mezzi naturali» (Libro II); «Società di uomini Irreligiosi» (Libro III); «Società che abbia per base il Deismo» (Libro IV); «Società che abbia per base il Cristianesimo» (Libro V). La complessa struttura del trattato è organizzata in modo schematico: in primis viene proposta una questione (es. «idea del Deismo»), ne segue l’elenco e l’illustrazione dei vantaggi («vantaggi che promette il Deismo alla società civile»), dopodiché si passa alle obiezioni («se il Deismo ha i mezzi per effettuare le sue promesse»), infine se ne dimostra l’inutilità ai fini del buon governo («il Deismo nella società civile non dee tollerarsi») e si prosegue all’analisi di un altro sistema di pensiero. Nonostante, secondo lo Spedalieri, il cristianesimo sia l’unica alternativa in grado di assicurare i diritti fondamentali dell’uomo, perché religione fondata sulla carità, l’opera si conclude con la presa di coscienza che le società cristiane non «risentono più dell’influsso della loro religione». Questo problema viene affrontato nel sesto libro, intitolato per l’appunto «Qual progetto convenga alle circostanze?».

A prescindere dalle convinzioni personali, la riflessione di Nicola Spedalieri tocca corde tutt’ora molto sensibili. Nel contesto del Dei Diritti dell’uomo Libri sei, lo Spedalieri si pone il problema della tirannia. Cosa fare nel caso in cui un re (o qualsiasi altra forma di governo nata dal contratto «do ut facias») si dimostrasse indegno del potere ricevuto? Il contratto stipulato, risponde il filosofo, verrebbe automaticamente meno, ma il governo non potrebbe essere destituito né da un singolo cittadino, né dall’«unione di alcuni» e nemmeno dalla «moltitudine». Sarebbe necessaria la fondazione di un «Corpo della Nazione» antecedente alla nomina del governo, costituito dai rappresentati più «illuminati», più saggi, appartenenti a ciascun ordine della società e di comprovata tempra morale, in grado di poter rappresentare tutti i sudditi. Soltanto il «Corpo della Nazione» potrebbe (in caso di assoluta necessità) destituire o condannare un tiranno.

La chiara adesione alla concezione «ascendente» del potere, cioè dalla sua derivazione dal basso, dal popolo, e l’impulso alla creazione di un Collegio che temperasse l’assolutismo, gli assicurarono un biglietto di sola andata per il ripostiglio dei filosofi scomodi. I libri vennero banditi dalle corti europee (a esclusione di Roma, dove le alte gerarchie ecclesiastiche ne apprezzarono il contenuto) e Nicola Spedalieri fu fatto oggetto di aspre critiche sia da parte dei rivoluzionari sia da parte dei circoli controrivoluzionari (gli affibbiarono persino il soprannome di «prete giacobino»). Nonostante le intuizioni, ad oggi nessuno ha ancora avuto il coraggio di ammettere la valenza profetica delle sue opere. Dopo essere stato messo a bando dal diciannovesimo secolo, il ventesimo si pulì la coscienza tributandogli una statua nel centro di Roma.

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Silvia Mangano

Classe 1991. Si laurea con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma. Attualmente studia Scienze Storiche – Età moderna e contemporanea alla Sapienza. Frequenta un diploma di perfezionamento in religioni comparate presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e scrive per la rivista di divulgazione storica InStoria.
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