Netanyahu al Congresso, per l’elettorato israeliano

06/03/2015 di Michele Pentorieri

Il discorso del leader israeliano a Washington, caratterizzato dalla scelta di attaccare la politica distensiva di Obama nei confronti dell’Iran, ha provocato numerose critiche. Ma l’obiettivo è mantenere alto negli israeliani il senso di insicurezza in vista delle elezioni.

Netanyahu, Israele e Stati Uniti

Lo scorso martedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha tenuto l’attesissimo discorso al Congresso statunitense. Contenutisticamente non originalissimo, a dire il vero. Attacchi verbali all’Iran e allo Stato Islamico, ma anche una veemente critica nei confronti di quella parte dell’Occidente rea di voler normalizzare le sue relazioni con Teheran. A colpire, più che la sostanza del discorso, è stata, semmai, la forza delle sue invettive e le reazioni ad esse.

Davanti ad un Congresso disertato da una parte consistente dei democratici, Netanyahu ha pronunciato la sua consueta filippica contro l’Iran che, alla stregua dell’IS, starebbe pianificando la creazione di un impero islamico. Non solo: il leader del Likud ha anche affermato che l’Iran non va trattato come uno Stato “normale”, poiché ha dimostrato più volte di non essere affidabile. Qualora fosse intenzione di Teheran essere inclusa nel novero delle nazioni “normali” ed avere con esse delle pacifiche relazioni diplomatiche, ha continuato Netanyahu, l’Iran dovrebbe smetterla di aggredire i suoi vicini. Aspre sono state le critiche ai negoziati sul nucleare, accusati di stare aprendo la via alla dotazione della bomba atomica da parte della Repubblica Islamica. Bomba atomica che costituirebbe una minaccia sia per Israele che per il mondo intero. Particolarmente ad effetto, infine, è stato lo strumentale richiamo al nazismo: “così come il regime nazista non era un problema esclusivamente ebraico, allo stesso modo non lo è quello iraniano”.

Il terzo discorso da Primo ministro di Netanyahu di fronte al Congresso – dopo quelli del 1996 e del 2011 – più volte interrotto da calorosi applausi, è durato 45 minuti ed è stato salutato con cinque minuti di applausi. Al di fuori del Campidoglio, tuttavia, non è stato accolto con favore unanime. Innanzitutto perché John Boehner, speaker della Camera dei Rappresentanti, aveva invitato Netanyahu senza la previa consultazione della Casa Bianca. In secondo luogo, perché il discorso ha di fatto condannato duramente la politica obamiana del dialogo con Rohani. Addirittura, il Presidente degli Stati Uniti si è rifiutato di incontrare il Primo ministro israeliano mentre era a Washington. Non solo: ha anche riservato al discorso stesso un trattamento alquanto superficiale, dichiarando di non averlo visto e che, leggendone la trascrizione, non vi ha rilevato nulla di nuovo. Infine, il Segretario di Stato John Kerry ha pubblicamente affermato che Netanyahu “potrebbe sbagliarsi”.

Come previsto, Obama, impegnato in un difficile equilibrismo tra normalizzazione dei rapporti diplomatici con l’Iran e critiche provenienti da un Congresso ostile, non sembra avere intenzione di seguire Netanyahu nella sua rappresentazione di Teheran come il male assoluto. Non altrettanto prevedibile è stata la conferenza stampa congiunta tenuta Domenica 1 Marzo da 180 ex generali e comandanti dell’esercito israeliano, del Mossad, dello Shin Beth e della polizia nazionale dello stato ebraico. In quell’occasione, i partecipanti avevano chiesto a Netanyahu di non danneggiare ulteriormente il rapporto con gli Stati Uniti con un discorso provocatorio al Congresso. Peraltro, recentemente al Jazeera ed il Guardian hanno pubblicato un documento riservato del Mossad -risalente ad alcuni giorni dopo il discorso di Netanyahu all’ONU del 2012- dal quale si evince che Teheran non ha in cantiere la costruzione dell’atomica. Semmai, l’Iran ci è andato vicino in due occasioni, ma comunque mai in funzione di un attacco contro Israele. La prima volta fu negli anni ’80, in occasione della guerra con l’Iraq di Saddam Hussein che provocò un milione di morti. Fu proprio Saddam, allora, ad affermare di volersi dotare dell’arma atomica, provocando il tentativo di emulazione da parte di Teheran. Un rinnovato interesse iraniano per l’atomica venne registrato anche nel 1998, allorquando il Pakistan testò il suo arsenale nucleare, spaventando l’allora Presidente Khatami.

In sostanza, il discorso di Netanyahu dipinge l’Iran come uno Stato pronto a dotarsi dell’atomica, ma questa tesi è smentita dalle stesse forze di sicurezza israeliane. Oltre a ciò, ha infastidito non poco Obama e Kerry provocando, di conseguenza, malumori interni allo Stato ebraico stesso soprattutto tra coloro i quali avevano già previsto che il discorso avrebbe incrinato i rapporti con gli Stati Uniti.

Per questo motivo, la ratio del discorso va cercata altrove e precisamente nelle elezioni israeliane del prossimo 17 Marzo. Lo scenario è quello di una lotta all’ultimo voto, con i sondaggi che vedono, per ora, in leggerissimo vantaggio il centro-sinistra guidato da Herzog e Livni, con l’inedita lista formata da partiti arabi a recitare il ruolo di terza forza. Il malcontento verso le politiche interne di Netanyahu è tangibile, soprattutto a causa del considerevole aumento del costo della vita. Tutt’altra storia in materia di politica estera: in questo campo “Bibi” riesce ancora ad imporre la sua immagine di supremo paladino della sicurezza israeliana, ostentando decisione e mostrando i muscoli ai minacciosi avversari regionali. In considerazione di ciò, è ovvio che la campagna elettorale del leader del Likud si concentri sulla politica estera. Lo spauracchio iraniano costituisce per Netanyahu un’arma ancora efficace per convincere gli elettori a scegliere la linea dura del suo partito. Consapevole del risalto e della visibilità che il suo discorso al Congresso avrebbe ottenuto, Netanyahu ha fatto, quindi, ancora una volta leva sulle ataviche paure del suo popolo. Paure talmente radicate che nemmeno un rapporto del Mossad in cui viene rivelata l’inconsistenza della minaccia nucleare iraniana riesce a scalfire.

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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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