Net Neutrality: la svolta americana

14/01/2015 di Enrico Casadei

Il dibattito statunitense sulla Net Neutrality si infiamma dopo il Consumer electronic show, mentre la proposta di Tom Wheeler, presidente della Fcc, sarà valutata il 5 febbraio

Net Neutrality

A proseguire il dibattito sulla Net Neutrality in America sono state le recenti dichiarazioni di Tom Wheeler, presidente Fcc (Federal Communication Commission – agenzia governativa che regola radio e telecomunicazioni negli Usa), lo scorso 8 gennaio al Ces, Consumer electronic show a Las Vegas. Sembrerebbe, infatti, che gli interventi del presidente Obama di novembre abbiano colpito nel segno e abbiano forzato la mano di Wheeler verso un deciso cambio di orientamento in merito alla definizione dei servizi internet.

La net neutrality è un “paradiso”, è quel principio per il quale – riassumendo in modo un po’ semplicistico ma chiaro – tutto il traffico su Internet deve essere trattato allo stesso modo, senza corsie preferenziali. Nel 2002, la Fcc classificò la banda larga sotto il Title I del Telecommunications Act, categoria di servizi per i quali sono previsti pochissimi margini di manovra governativi perchè non di pubblica utilità. Sembrava insomma che gli americani si fossero resi conto di come, per garantire la piena inclusività degli utenti, è necessario prima di tutto stimolare gli investimenti delle compagnie di tlc, le quali sono ovviamente guidate solo dalla redditività.

Perciò al di là dell’Atlantico, il settore ha vissuto una de-regolamentazione tale da permettere, nell’ultima decade, la nascita di veri e propri giganti: Verizon, At&T e Comcast rappresentano circa i due terzi delle imprese di settore e usufruiscono di immense economie di scala e scopo. Tali compagnie, libere da vincoli burocratici sul cosiddetto servizio minimo, hanno potuto modulare le proprie offerte in base alla convenienza economica, differenziando i servizi offerti in base alle tariffe pagate. Grazie al ritorno ottenuto hanno investito nell’infrastruttura costruendo una delle backbone (cioè le strutture base sulle quali poi sono implementate tutte le reti minori) più grande del pianeta.

Eppure, oggi, gli statunitensi sembrano aver cambiato idea. Nel 2010, la Fcc, con un’interpretazione estensiva della Section 706, tentò di regolare la materia. Naturalmente una delle big, Verizon, impugnò la decisione e nel gennaio dello scorso anno la Corte d’Appello di Washington D.C. accolse il ricorso, sulla base dell’illegitimità della normativa senza una preventiva riclassificazione sotto il Title II quale servizio di pubblica utilità.

A gettare benziana sul fuoco, lo scorso novembre, era intervenuto lo stesso Obama, il quale aveva fatto sapere che la Casa Bianca chiedeva alla Fcc di adottare “regole severissime” in tema. La decisione ha alla base la preoccupazione per un internet a due velocità e una società sempre più povera digitalmente. Perciò ha dettato quattro punti su cui la Fcc dovrebbe concentrarsi:

  1. “No blocking”: l’Ispnon può bloccare l’accesso ad un sito legale;
  2. “No throttling”: l’Ispnon può modulare la velocità di accesso ai siti;
  3. “Trasparenza”: applicazione della neutralità su tutti i punti di interconnessione;
  4. “No alla paid prioritization”.

L’accesa discussione tra i due orientamenti, diametralmente opposti, verte principalmente su quest’ultimo punto. Da un lato quelli che vorrebbero consentire le connessioni a due velocità e quindi una disciminazione, dall’altro quelli che vorrebbero mantenere l’accesso alla rete alle stesse condizioni per tutti. Sembra un dibattito puramente “etico”, ma in realtà si tratta di una decisione che avrebbe forti risvolti economici, sugli investimenti nel settore. Forse una soluzione di compromesso potrebbe prevedere, secondo Mashable, una soluzione in cui solamente le connessioni finali tra gli utenti e gli Isp, sarebbero strettamente regolate. Vero è che fino alla celebre fiera dell’hi-tech, Wheeler proponeva delle soluzioni a metà tra i due fronti, come ad esempio la possibilità di implementare corsie preferenziali da riservare solamente a certi contenuti online a patto che fosse “commercialmente ragionevole” (dimenticandosi comunque di definire nei dettagli il significato).

Dalle ultime dichiarazione emerge invece lapalissianamente la volontà di schierarsi apertamente a favore della Net Neutrality: “proporremo regole che diranno no al blocco, al rallentamento del traffico e al pagamento per avere la priorità”. Tant’è che presenterà una proposta ai commissari (che operano comunque in piena indipendenza dall’esecutivo) nella riunione fissata per il prossimo 5 febbraio, mentre il voto finale sulla nuova normativa è previsto per il 26 febbraio. Proposta che si fonderà sulla valutazione del comportamento degli Isp secondo il metro di giudizio del “giusto e ragionevole“, lo stesso usato per le società dei pubblici servizi per assicurarsi che non ledano né la concorrenza né gli interessi dei consumatori.

Tuttavia anche all’interno dei sostenitori dell’Open Internet ci sono perplessità: infatti secondo il senatore repubblicano Robert McDowell lo standard del “giusto e ragionevole” da applicarsi agli Isp come se fossero utilities “aprirà la porta ad anni di contenzioso”. Dal canto loro i big dell’ict non hanno chiuso la porta al dialogo ma rammentano come, una riclassificazione sotto il Title II, sarebbe solo un onere regolatorio che finirà con l’ostacolare investimenti e innovazione.

Nella lettera inviata, lo scorso dicembre, al presidente della Fcc dalla Tia, Telecomunication Industry Association, si chiedeva in modo esplicito di non riclassificare la banda larga quale servizio di telecomunicazione. Non perchè contraria a una rete aperta e libera quanto perchè la conseguenza della scelta sarebbe una forte diminuzione degli investimenti infrastrutturali da parte delle varie società impegnate a espandere la rete: “Non si fa un investimento se non si ha la certezza di poterlo recuperare”,  si legge nella lettera. Inoltre, secondo l’associazione, l’incertezza e l’eventuale riclassificazione avrebbero rallentato gli investimenti per i prossimi anni di circa 33 miliardi di dollari. Come sempre una scelta all’apparenza scontata, ha diverse sfaccettature e implicazioni.

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Enrico Casadei

Nasce a Bologna nell’aprile del 1988, tuttavia ha vissuto sempre a Cesena, in piena Romagna. Consegue la laurea in Giurisprudenza nel 2013 e in Consulenza Aziendale l’anno successivo presso la Luiss Guido Carli di Roma, e sempre con lode. Per un semestre ha esercitato la pratica forense, dopodiché ha deciso di cambiare strada.
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