Net neutrality – Gli Stati Uniti hanno deciso

04/03/2015 di Enrico Casadei

È arrivata la decisione storica della Federal Comunication Commission: Internet è stata riclassificata sotto il Title II del Comunication Act quale servizio di pubblica utilità

Net Neutrality

Il bit torna ad essere solo un bit. La decisione è stata il risultato di un lungo dibattito in America, di cui avevamo già parlato qui. Anche il presidente, Barack Obama, si era schierato: “Internet è troppo importante per permettere che i fornitori della banda larga siano gli unici a fare le regole”. Una discussione nata apparentemente per motivi etici, si è poi trasformata in un problema politico, tra democratici e repubblicani. Riassumendo: ai colossi delle infrastrutture come At&T, Verizon e ComCast dovrebbe essere ammesso fornire un servizio diverso in base al prezzo pagato dagli utenti?

In realtà la questione nascondeva anche un problema economico, d’altronde quale vantaggio avrebbero le telco ad investire nel settore e nelle infrastrutture se non possono puntare, discrezionalmente, sui prezzi dei servizi e di conseguenza sui ricavi? Viceversa, come potrebbero, ad esempio, le piccole startup combattere ad armi pari con i colossi del settore? Se si pensa, quando Internet nacque un bit era davvero solo un bit e non era possibile vedere se trasportava un pezzo di un video su Youtube o la comunicazione tra macchinari medici di un ospedale.

“Nobody knows you’re a dog”, era il motto del primo periodo della rete. Dal 2002 fino al 26 febbraio scorso, gli Stati Uniti d’America avevano regolato o, meglio, deregolato l’accesso, in quanto Internet era classificato come Telecomunication service e quindi la Fcc non aveva poteri di intervento. E così si erano formate grandi compagnie che gestivano le autostrade della Rete, come abbiamo ricordato nello scorso articolo.

Adesso invece, sotto il Title II (Broadcasting service), Internet potrà essere disciplinato dalla stessa autorità. E la prima regola riguarda appunto l’impossibilità di discriminare in base al costo del servizio (cosiddetta paid periodization). La Fcc avrà anche maggiori poteri sugli accordi di interconnessione, cioè quei contratti con cui le aziende dei contenuti pagano i fornitori del servizio di connessione. Esultano quindi le aziende come Google e Amazon che hanno evitato considerevoli aumenti nei costi, che sarebbero probabilmente ricaduti sulle spalle dei clienti.

Nella valutazione i cinque membri della commissione si sono spaccati tra i tre democratici, favorevoli, guidati da Tom Wheeler che presiede la stessa Fcc e sotto l’ediga di Obama, e due repubblicani, contrari. Ad ogni modo questi ultimi non si sono dati per vinti e hanno già fatto sapere che tenteranno di capovolgere la decisione dell’Agenzia federale. Il tentativo passerà per una nuova legge di segno opposto al Congresso, Congressional Review Act. Ipotesi per la verità improbabile, a causa del potere di veto del presidente democratico.

L’alternativa è la minaccia di adire vie legali e: le telco americane aspettano solo che la Fcc pubblichi le specifiche delle regole (un semplice manuale da 300 pagine) per fare la loro mossa. Per ora At&T, mediante il suo capo delle pubbliche relazioni, Jim Cicconi, fa sapere in una nota che i due voti contrari sono “un invito a rivedere la decisione infinite volte”. Tuttavia, “è necessario cercare una soluzione bipartisan che unisca e non divida”. Anche Verizon ha esposto le sue ragioni in una nota…scritta in codice morse! Per esprimere in modo originale come la nuova normativa sia un passo indietro. Un documento, in codice, retrodatato al 26 febbraio 1934, anno di emanazione del Comunication Act. “Oggi la Fcc ha approvato un’ordinanza richiesta dal Presidente Obama che impone sui servizi Internet a banda larga regole che erano state scritte ai tempi della locomotiva a vapore e del telegrafo”. Tuttavia, la Casa Bianca non ha inviato piccioni viaggiatori ma mail per ringraziare i privati cittadini che nei mesi scorsi hanno supportato questa rivoluzione.

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Enrico Casadei

Nasce a Bologna nell’aprile del 1988, tuttavia ha vissuto sempre a Cesena, in piena Romagna. Consegue la laurea in Giurisprudenza nel 2013 e in Consulenza Aziendale l’anno successivo presso la Luiss Guido Carli di Roma, e sempre con lode. Per un semestre ha esercitato la pratica forense, dopodiché ha deciso di cambiare strada.
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