I neologismi sono un male necessario?

16/03/2017 di Francesca R. Cicetti

Una lingua reattiva è un bene: l’ostinata modernizzazione forzata non lo è. Altrimenti si rischia di finire dalla padella alla brace, dal tanto odiato burocratese a un ancora più odiato itanglese: è anche questo un neologismo, ma estremamente efficace.

Neologismi

Da settant’anni almeno non ci aspettiamo che la lingua italiana resista stoicamente agli innesti e alle contaminazioni straniere. Non pensiamo certo a chiamare amburghese un buon panino di carne; inorridiamo al pensiero del calcolatore su cui navigare in internet. A nessuno piacciono le chiusure, ma al tempo stesso avvertiamo uno stringente senso di irritazione nell’ascoltare, in diretta televisiva, i giornalisti discutere di contractors che operano nel compound offshore. Per non parlare della diffidenza attorno ai neologismi. Rabbrividiamo al sentire sindaca o buonismo. Leaderizzare o postare ci provocano l’orticaria. Insomma, qualche contaminazione ci sembra naturale: troppe, no.

Siamo più fedeli alla nostra lingua di chiunque altro. Eppure, smettere di reagire agli stimoli esterni non rende la lingua più viva. Al contrario, la seppellisce. Faremmo bene ad abituarci a parlare di modernazione, orrorismo e sviluppismo. Di tutte quelle espressioni spontanee, nate da una penna intelligente o da un commento estemporaneo. Non pensate a tavolino, né per resistere. Ma che, alla fine, sopravvivono agli anni. Sono tra noi, e molte lo saranno per parecchio tempo: vale la pena provare ad accoglierle.

All’inglese, poi, è quasi impossibile resistere. In primis, perché è la lingua della comunità internazionale, della finanza, della stragrande maggioranza delle riviste scientifiche. E poi, forse ancor più, è la lingua di internet. O del web, come si dice. E questo è concesso. Intollerabile è invece la smania di inglesizzare dove non c’è necessità.

E qui non ci si preoccupa delle chiacchiere da bar, ma della politica, dove l’inglese si insinua come una serpe e conquista il posto d’onore nel nostro lessico quotidiano. Perché discutiamo di Jobs Act, e non di riforma del lavoro? E da quando si parla di quantitative easing? L’immissione di liquidità non è già in italiano un concetto sufficientemente sfuggente? Quando abbiamo deciso di renderlo ancora più inafferrabile?

Una lingua reattiva è un bene: l’ostinata modernizzazione forzata non lo è. Altrimenti si rischia di finire dalla padella alla brace, dal tanto odiato burocratese a un ancora più odiato itanglese – è anche questo un neologismo, e stavolta efficace. Il risultato, in entrambi i casi è lo stesso: sconfortante confusione, e comprensione ai minimi livelli.

D’altro canto, non si può pretendere un parere sulla stepchild adoption, sull’accountability o sul whistleblowing, se nessuno ha ben chiaro di che si tratta. Certo, nessuno ammette di non sapere cosa sia il wealth management, o che la user-friendliness non sia poi così amichevole. E il vero trojan horse sembra essere il nostro desiderio di apparire smart, più per vezzo che per reale necessità. Insomma, chi dice che “il meeting era low-quality e lo staff in attesa della deadline aspettava il break” non merita alcun rispetto. E di sicuro non porta alcun bene alla causa di una lingua ferita.

Reattività è la parola d’ordine: ovvero neologismi sì, inglesismi sì, prestiti anche. Ma lasciamo fuori gli inutili sfoggi di vanità. Parlare per non essere compresi non è un merito, ma un ingenuo palliativo per il nostro senso di inferiorità. E continuare su questa strada non ci renderà più cool.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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