Palestina: i negoziati continuano, verso una svolta storica?

11/02/2014 di Stefano Sarsale

Dopo sei mesi di lunghe trattative, il Presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas ha proposto, durante un’intervista, una soluzione per la sicurezza del futuro Stato palestinese

La proposta Abbas – Dopo sei mesi di lunghe trattative, il Presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas ha proposto, durante un’intervista, una soluzione per la sicurezza del futuro Stato palestinese. Questa prevede, a tempo indeterminato, l’impiego di una forza militare NATO a guida americana, le cui truppe saranno posizionate su tutto il territorio e all’interno di Gerusalemme. Si prevede, quindi, una  proroga dei tempi riguardanti il ritiro dei militari israeliani dal West Bank: se nelle fasi iniziali del negoziato si era parlato di 3 anni, l’attuale proposta prevede una permanenza non inferiore ai 10 anni (prorogabili fino a 15).

Paura terrorismo – La proposta appare molto incentrata sulle tematiche care a Israele dal momento che il nuovo Stato palestinese avrebbe così a disposizione solo una forza di polizia con funzioni  di ordine pubblico, mentre alla NATO sarebbe affidato il compito di controllare il traffico di armi e il fenomeno terroristico che Israele teme possa proliferare, una volta ritirati i propri militari. Non dimentichiamo, infatti, che è proprio l’esistenza di quest’ultima minaccia il motivo principale per cui Israele si rifiuta di ritirare il proprio esercito, temendo il proliferare indisturbato di terroristi lungo il proprio confine. Thomas Friedman, ha riassunto i punti focali in un editoriale del New York Times, affermando che il piano prevede l’installazione di sofisticati sistemi di sicurezza alla frontiera con la Giordania, per impedire il contrabbando di armi e di terroristi nello Stato palestinese, rivolto contro Israele”.

Confini pre ’67 –Per quanto riguarda Israele invece, la richiesta è quella di accettare come base di discussione le linee di confine precedenti il ’67, con la possibilità di scambi territoriali in base al principio di uguaglianza, per conservare i grandi insediamenti intorno a Gerusalemme e lungo la Linea verde. Quanto a Gerusalemme, Israele dovrebbe accogliere l’idea che Gerusalemme Est diventi capitale del futuro Stato palestinese.

Kerry
Il Segretario di Stato americano, John Kerry.

Un buon passo avanti, ma non tutto è risolto – Il Presidente Abbas ha sottolineato tuttavia anche gli ostacoli che ad ora permangono tra le due parti: Israele da un lato ha infatti insistito per una presenza militare a lungo termine nella Valle del Giordano e non accetta compromessi riguardo i tempi concernenti il ritiro delle truppe, dall’altra  il Presidente dell’Autorità palestinese sa benissimo le implicazioni che comporterà il riconoscimento dello Stato di Israele. La proposta arriva in una fase delicata dei negoziati, mediati dal Segretario di Stato americano John Kerry, il quale si appresta a presentare un quadro di principi fondamentali per un accordo di pace, che dovrebbero portare ad un piano di sicurezza, una linea di confine riconosciuta tracciata lungo le linee del 1967, il riconoscimento palestinese di Israele come stato ebraico e Gerusalemme come capitale condivisa.

Grande ruolo statunitense – Il termine dei negoziati è previsto per il 29 aprile, ma è probabile che proseguiranno anche oltre, a causa dello scetticismo del Primo Ministro israeliano Netanyahu riguardo una possibile presenza nell’area di truppe estere. Egli ritiene che la sicurezza non possa essere pianificata solo in base al fattore tempistico, ma debba necessariamente basarsi sulla situazione reale. La trattativa, dunque, nonostante le infinite problematiche che deve affrontare, continua. È anche vero però che gli interlocutori sono mutati: oramai si svolge, più che tra israeliani e palestinesi, tra “Palestina” e USA e tra Israele e USA, come ha giustamente notato il Ministro degli Esteri israeliano Lieberman, uomo di destra e sostenitore del tentativo diplomatico statunitense, scavalcando la sinistra di Bennet.

Nessuno vuole rompere con Washington – Volontà o meno delle parti di proseguire sino in fondo, nessuna delle due vuole prendersi la colpa del fallimento, perché le conseguenze di una rottura con Washington suscitano viva paura nei player: Per i palestinesi significherebbe infatti isolarsi dalla Comunità internazionale, essenziale per bilanciare il preponderante peso negoziale di Israele. Ma anche mettere a serio rischio il flusso di finanziamenti, vitali per tenere in vita l’Autorità palestinese. Per Israele d’altro canto, rompere con gli Stati Uniti – dopo le tensioni sulla questione iraniana – significherebbe scontrarsi forse definitivamente con uno dei suoi più importanti e geopoliticamente rilevanti alleati, specialmente sul terreno della difesa, andando altresì ad alimentare in maniera incontrollabile la campagna di delegittimazione e boicottaggio che affligge l’economia israeliana.

Una cosa è però certa: se l’accordo quadro si limiterà a enunciazioni di principio vaghe e senza sostanza, questa sarà stata l’ennesima occasione persa per cercare di porre fine a una controversia che va  avanti da ormai più di 40 anni.

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Stefano Sarsale

Dopo la laurea triennale in Scienze politiche e Relazioni internazionali a Pisa 2011, consegue quella Magistale presso la LUISS Guido Carli di Roma con votazione 110. Consegue succesivamente una seconda laurea Magistale in Security and Terrorism presso l'università di Kent, Canterbury. Esperienze lavorative presso il Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.) a Roma, Il Conflict Analysis Research Centre (CARC) a Canterbury, l'nstitute for National SecurityStudies (INSS) a Tel Aviv e l'European Strategic Intelligence and Security Centre (ESISC) a Bruxelles.
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