I negoziati di Vienna sul nucleare iraniano e l’ombra russa

10/04/2014 di Stefano Sarsale

Le difficoltà che si celano dietro il raggiungimento di un accordo, soprattutto in seguito all'esito del referendum in Crimea

L’Iran ha preso parte all’avvio di un nuovo round di negoziati sulla delicata questione del nucleare con le potenze mondiali. I colloqui, che si concluderanno domani (10 Aprile), si stanno svolgendo a Vienna e hanno come obiettivo quello di raggiungere un accordo globale sul programma nucleare di Teheran, dopo l’intesa ad interim valida sei mesi raggiunta a fine novembre ed entrata in vigore il 20 gennaio. Aspettando l’esito degli incontri, facciamo il punto della situazione attuale.

Parte e controparte – Nei negoziati si confrontano, da una parte, la comunità internazionale che, preoccupata e intimorita delle conseguenze del programma nucleare, chiede un ridimensionamento nei quantitativi dell’arricchimento dell’uranio all’Iran; dall’altra l’Iran, fermo sostenitore del suo programma nucleare, motivato esclusivamente da questioni energetiche e, quindi, intenti pacifici. I timori della comunità internazionale sono incentrati non meramente sull’arricchimento per fini energetici, ma per gli eventuali risvolti di tipo bellico che potrebbero portare Teheran in poco più di 2 mesi (secondo le stime americane) a poter assemblare testate atomiche. Questa altalenante situazione si trascina da anni, ma un primo round di negoziazioni è partito nel mese di novembre dello scorso anno. Ricordiamo che fin da quando l’ex Presidente Ahmadinejad dette avvio al programma, l’Iran è stato sottoposto a pesantissime sanzioni economiche che ne hanno pesantemente debilitato l’economia.

Rouhani
Hassan Rouhani.

Due sono stati i tipi di regimi sanzionatori verso l’Iran: uno è quello messo in atto da organismi internazionali (Onu) e sovranazionali (Unione Europea) e uno invece messo in atto da singoli stati, dunque su base bilaterale (ad esempio Stati Uniti, Canada, Regno Unito). Le sanzioni Onu sono state motivate dal rifiuto di Teheran di interrompere il processo di arricchimento dell’uranio e a collaborare con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Tali sanzioni prevedono nello specifico il blocco del rifornimento di armamenti pesanti e di tecnologia nucleare, il blocco delle esportazioni delle armi iraniane, il congelamento dei beni di alcuni individui e imprese che si ritiene abbiano un ruolo nel programma nucleare iraniano. L’UE ha invece posto misure restrittive del commercio di componenti che possono essere utilizzati da Teheran per lo sviluppo del proprio programma nucleare; il congelamento dei beni di individui e imprese collegati al programma nucleare; per gli individui in questione vige inoltre il divieto di ingresso negli stati membri dell’UE; il blocco delle esportazioni verso l’Iran di tecnologia e componenti per la raffinazione e l’estrazione di gas naturale; il blocco delle importazioni, dell’acquisto e del trasporto di petrolio e gas naturale iraniano; il congelamento dei beni di proprietà della Banca Centrale Iraniana e il blocco delle transazioni in oro o altri metalli preziosi con la stessa banca; e infine il blocco delle transazioni finanziarie con banche iraniane.

Le sanzioni precedentemente descritte hanno portato Teheran a ritrattare sul programma per uscire dal baratro economico nel quale stava lentamente scivolando. Ciò che è in ballo sono quindi le sanzioni imposte dalla comunità internazionale e Teheran spera di riuscire a raggiungere un accordo in modo tale da vedersi alleggerite le condizioni cui è attualmente soggetto. Non dimentichiamo, poi, che gli accordi provvisori stipulati nel mese di Gennaio da Iran e le sei potenze del “5+1” (Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia e Germania) vedranno terminare la propria validità nel mese di luglio: i Paesi in questione sono pertanto interessati a redigere un nuovo accordo, possibilmente di durata maggiore e con impegni più rigorosi dell’Iran, entro il mese di Maggio.

Posizioni contrastanti – I segnali che provengono da Vienna fino a questo momento sono sostanzialmente positivi, nonostante l’incertezza statunitense. L’Alto Rappresentante per la politica estera e di difesa dell’UE, Catherine Ashton, che sta conducendo i colloqui, ha definito quest’ultima “tornata” di marzo come sostanziale e utile. Segni positivi provengono anzitutto da Teheran: anche il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif è stato positivo, affermando ai media iraniani che “ci sono segni che un’intesa che rispetta i diritti della nazione iraniana è possibile”. Più indefinita la posizione statunitense: nella giornata di venerdì, un alto funzionario americano coinvolto nelle trattative ha dichiarato all’agenzia di stampa AFP di essere “assolutamente convinto che un accordo possa essere raggiunto e che entrambe le parti sono volte alla redazione di un accordo entro maggio”; al contrario la bocciatura del diplomatico Aboutalebi, ambasciatore dell’Iran alle Nazioni Unite, mette in evidenza che gli Stati Uniti non sono ancora pronti a chiudere del tutto con il passato, in particolar modo fin quando l’Iran non darà evidente prova di aver cambiato rotta. Il diplomatico è infatti considerato molto vicino ai riformatori iraniani e al Presidente Hassan Rouhani e soprattutto fu coinvolto nel sequestro degli americani dell’ambasciata del 4 novembre 1979, sebbene, secondo i media iraniani, Aboutalebi sarebbe intervenuto esclusivamente in qualità di interprete quando gli studenti rilasciarono le 13 donne americane.

Il vero problema sussiste però non tanto in riferimento alla stesura dell’accordo, quanto per le scelte che l’Iran sarà costretto a fare, molte delle quali difficili. In base all’accordo interinale di gennaio, l’Iran ha congelato alcune attività nucleari per un periodo limitato (6 mesi), in cambio di un temporaneo alleggerimento delle sanzioni economiche imposte al Paese. A questo punto è evidente che le potenze mondiali non siano disposte ad accordi “a mezza via”, ma chiedano a Teheran un impegno duraturo ed evidente, onde evitare futuri rischi di stabilità per l’area. La comunità internazionale da tempo scongiura l’Iran di ridurre in modo significativo e permanente la portata del suo programma di arricchimento, e di permettere agli ispettori ONU di visitare qualsiasi struttura nel Paese, cosa che fino ad ora non è ancora stata possibile, con particolare riferimento agli stabilimenti di Arak (reattore ad acqua pesante), il centro laser di Lashkarabad e soprattutto il centro di ricerca di Parchin, dove si sospetta siano avvenuti test e simulazioni riguardanti lo sviluppo di armi nucleari.

La più concreta minaccia al successo della conferenza è rappresentato tuttavia dalla Russia: fino a questo momento, infatti, le sei Potenze mondiali si sono unite nei lavori negoziali, ma l’annessione alla Russia della penisola di Crimea del mese scorso ha causato notevoli tensioni tra Mosca e l’Occidente, spostando l’attenzione generale sulla questione ucraina e facendo scivolare in secondo piano quella del nucleare iraniano. A questo si aggiunge che Russia e Iran, secondo fonti non ufficiali, sembra stiano negoziando un accordo oil-for-goods (perolio in cambio di beni), stimato per un valore complessivo di 20 miliardi dollari che, secondo gli Stati Uniti, pregiudicherebbe i colloqui sul nucleare. È probabile, come alcuni analisti sostengono, che in seguito a quanto accaduto in Ucraina, il mondo stia rispolverando le logiche di contrapposizione egemonica tipiche della Guerra Fredda. In tali termini, sembrerebbe che la Russia intenda giocarsi dopo la vittoria crimeana, la carta dell’Iran: Mosca rappresenta infatti il solo Paese con i mezzi capaci di sostenere l’economia iraniana e al tempo stesso capace di permettere il boicottaggio delle sanzioni imposte al Paese. Inutile dire che sarebbe un’ottima occasione per Mosca di assestare un altro colpo, guadagnando un prezioso alleato in Medio Oriente.

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Stefano Sarsale

Dopo la laurea triennale in Scienze politiche e Relazioni internazionali a Pisa 2011, consegue quella Magistale presso la LUISS Guido Carli di Roma con votazione 110. Consegue succesivamente una seconda laurea Magistale in Security and Terrorism presso l'università di Kent, Canterbury. Esperienze lavorative presso il Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.) a Roma, Il Conflict Analysis Research Centre (CARC) a Canterbury, l'nstitute for National SecurityStudies (INSS) a Tel Aviv e l'European Strategic Intelligence and Security Centre (ESISC) a Bruxelles.
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