‘Ndrangheta: una stampante difettosa “salva” 110 imputati

10/01/2013 di Luca Tritto

aula-tribunaleSembrerebbe uno scenario degno del teatro dell’assurdo, invece è pura realtà. Per colpa di una stampante difettosa, 110 imputati nel processo “Infinito” sulle ‘ndrine calabresi in Lombardia hanno visto le proprie condanne annullate dalla Corte di Cassazione per vizio di forma.

Il problema nasce quando, al momento del deposito delle motivazioni della sentenza d’appello, la stampante si è inceppata “mangiando” 120 fogli su 900 senza che nessuno se ne accorgesse. Solo dopo pochi giorni il Gup si è reso conto della mancanza ed ha inviato in allegato le parti mancanti. Tuttavia, il non aver depositato in un solo momento i documenti ha causato un vizio di forma con le conseguenze già chiare nel titolo: 110 condanne annullate con la Corte d’Appello che dovrà valutare il da farsi.

Il processo in corso non è uno dei soliti dibattimenti in materia di criminalità organizzata. “Infinito” è il processo più importante avviato dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, sotto la guida di Ilda Boccassini, che ha smascherato un potere estremamente ramificato della ‘Ndrangheta in Lombardia. Sono state ricostruite le strutture dei “locali”, le forme di aggregazione ‘ndranghetiste completamente codificate dalle leggi di malavita – estese su tutto il territorio lombardo, in particolare nell’hinterland milanese – e che gestivano, oltre i reati contro il patrimonio, estorsioni usura e rapine, soprattutto il settore di movimento terra, edilizia, riciclaggio di denaro sporco e traffico di stupefacenti. Più che i reati, ciò che viene alla luce è un quadro sconcertante: la ‘Ndrangheta ha instaurato rapporti con esponenti politici di primo piano per la gestione degli appalti e del movimento terra, per non parlare di episodi di voti di scambio, come recenti altre inchieste hanno scoperto. L’ingerenza nella vita economica e politica di una regione diversa dalla Calabria è stata oggetto di mistificazioni, polemiche, dibattiti e scontri.

Il lavoro dei giudici rischia ora di rivelarsi vano, in un processo fondamentale per la storia e la situazione criminale lombarda. L’ infiltrazione in un territorio economicamente ricco passa quasi inosservata quando si pensa di attuare una politica di riciclaggio di capitali illeciti. Il denaro non ha patria né padrone, quindi tutto ruota intorno alla logica degli affari. Di certo non risolverà il problema, ma questo procedimento potrebbe essere, anzi è, la pietra miliare nella lotta alla mafia più subdola, quella dell’ingerenza economica in un tessuto vergine. Le indagini hanno dimostrato come le ‘ndrine trapiantate in Lombardia, sebbene siano filiali di quelle residenti in Calabria per via di legami di sangue e regole ferree del Crimine, il livello decisionale supremo, abbiano goduto di una certa autonomia nella gestione degli affari e delle relazioni istituzionali. Nel 2008 avviene un episodio rappresentativo: viene ucciso, in un bar di San Vittore Olona (MI), Carmelo “Nuzzo” Novella, uno dei più importanti boss in Lombardia, trapiantato al Nord dopo aver perso la faida di Guardavalle contro il clan di Vincenzo Gallace. Il Novella aveva deciso di rendere totalmente autonoma la ‘Ndrangheta lombarda dalle decisioni del Crimine, ma questo è stato il suo errore più grande. Il segnale è chiaro: tutti devono appartenere alla stessa cosa. Gli affari si devono fare in tutti i campi, ma la politica criminale deve essere concertata da tutta l’organizzazione in sé.

A questo punto non resta che aspettare le decisioni della Corte d’Appello per capire cosa succederà, visto anche che nei provvedimenti di condanna erano previsti ingenti risarcimenti ai comuni della provincia milanese, alla Regione e alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Unica nota positiva, almeno gli imputati resteranno in carcere fino all’esito della diatriba burocratica. Sebbene debba vigere la presunzione di innocenza, in questi casi non bisogna rischiare.

Di certo, visti gli atti del processo, sorge una domanda spontanea: come è possibile continuare a negare l’esistenza della Mafia nel Nord? Fanno rabbrividire le parole di quei politici reindirizzanti i vari episodi alla criminalità comune, ancora convinti sostenitori di un’estraneità della politica con il fenomeno mafioso. Ingenuità o malafede? In un Paese normale, la classe politica dovrebbe essere la prima a lanciare l’allarme, a denunciare, a rendere trasparente l’assegnazione dei lavori nelle gare d’appalto. Invece succede tutto il contrario: sono i politici che per primi cercano i voti della malavita (una cena tra il sindaco di Leinì, Piemonte, e tutti i rappresentanti della ‘Ndrangheta piemontese docet). Questo fenomeno, intollerabile inquina l’economia, il territorio, rende deboli le istituzioni e non permette a quella parte sana di poter seguire il proprio processo imprenditoriale. Nessuno, però, sembra farci più di tanto caso.

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Luca Tritto

Calabrese di Paola (CS), è nato il 7/11/1988. Dopo il liceo linguistico, si laurea nel 2011 in Studi internazionali alla “Cesare Alfieri” di Firenze, con una tesi sull’UE e la criminalità organizzata. Sin dai tempi della scuola si interessa di analisi politica e si appassiona allo studio di realtà criminali. Amante di storia e attualità della Chiesa Cattolica, si è laureato con 110/110 e lode in studi in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli, con una tesi sulle normative antimafia di Italia e U.S.A. Collabora con "Redazione UniCal" , rivista del Centro di documentazione e ricerca sul fenomeno mafioso dell'Università della Calabria ed è responsabile dell'area Giustizia e Antimafia del think tank Cultura Democratica.
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