Napolitano, i saggi e la reazione dei partiti: cosa sta succedendo?

02/04/2013 di Luca Andrea Palmieri

Dieci saggi scelti direttamente dal Quirinale, per proporre al parlamento riforme istituzionali e socio-economiche da varare anche in assenza di un nuovo governo. E’ questa la scelta di Napolitano, dopo il doppio giro di consultazioni forse più tormentato della storia della Repubblica. La decisione, al di fuori di ogni consuetudine e di indicazione nella Costituzione (che, a onor del vero, non prevede un caso del genere), tiene in vita il governo Monti.

Giorgio Napolitano

Revival – La continuazione del lavoro del governo in carica è resa possibile da una scelta di Napolitano risalente a dicembre, quando Mario Monti diede le dimissioni da primo ministro: di queste il presidente si limitò a “prendere atto”, senza mai ratificarle. E’ per questo che il governo può andare avanti, non avendo mai, tra l’altro, subito la sfiducia delle Camere. Non mancano dubbi di costituzionalità macroscopici. La legislatura è finita, ed il Parlamento è stato rinnovato: non deve dunque il nuovo Parlamento dare fiducia a questo governo? Il punto è che, nell’assenza di un accordo, alla fine si va avanti secondo la formula finora utilizzata del “governo dimissionario”, che può prendere in carico solo gli “affari correnti”. Sembra dunque che nell’impasse l’abbia avuta vinta Grillo, che proprio a poche ore dalla conferenza di Napolitano (preceduto, a distanza di qualche settimana, da quello che sarebbe a breve diventato uno dei suoi responsabili della Comunicazione, il blogger “Byoblu” Messora), aveva chiesto che il Parlamento lavorasse anche in assenza di un nuovo governo, quantomeno sulle riforme fondamentali.

Reazioni contrastate – Non è andata esattamente così, proprio a causa della convocazione di questi “saggi”. Le reazioni dei partiti all’inizio sono state piuttosto accondiscendenti. Anche il Movimento 5 Stelle si è sentito parzialmente soddisfatto della scelta da parte del presidente di puntare su una soluzione in ottima parte coerente con le loro proposte. Le reazioni però sono cambiate quando i nomi dei saggi sono stati annunciati. Tutti, chi più o chi meno, chi in maniera evidente chi con critiche velate hanno iniziato a prendere distanza da questo gruppo. Questi propone personalità indipendenti, ma anche nomi piuttosto vicini ai partiti, come Gaetano Quagliariello del Pdl e Luciano Violante, che parlamentare non lo è più, ma è stato uno degli uomini più forti del governo Prodi fino alle sue ultime dimissioni.

Para-governo? – La sensazione del primo istante è che si tratti di una sorta di “para-governo” di Napolitano, espressione in parte sua (e questo spiegherebbe l’età media piuttosto elevata) e in parte dei partiti, magari attraverso nomi indicati durante le consultazioni stesse; questo spiegherebbe l’assenza di possibili personaggi cari al Movimento 5 Stelle, su cui la polemica del “nome” potrebbe essere silenziosamente allargata al contesto privato delle consultazioni. Si spiegherebbero anche le reazioni tendenzialmente tranquille del Movimento davanti alla rosa: il blog di Beppe Grillo ci ha abituati a esternazioni piuttosto forti contro i politici. Il “badanti della democrazia” dell’ultimo post, in richiamo alla (giusta, a mio avviso) richiesta di istituire le commissioni, suona leggero rispetto ai “casi psichiatrici” di pochissimi giorni prima.

I partiti – Intanto i partiti storici della seconda Repubblica di certo non ridono: la pioggia di critiche piovuta da Pd e Pdl è sintomo della sensazione di sentirsi espropriati da parte del Presidente della facoltà di proposta legislativa. Sembra una mozione di sfiducia verso forze che in questi giorni difficili per il paese si sono ancorate saldamente sulle proprio posizioni, figlie più di situazioni interne che di vere valutazioni sulla tenuta del sistema. Lo dimostra, è bene ribadirlo, l’assenza da parte di ogni leader della volontà di fare un passo indietro personalmente nell’ottica di un accordo; nel Pdl questo è quasi scontato, nel Pd sa di attaccamento alla poltrona.

saggiSe non lo si vuole definire così, quantomeno si può parlare di un indurimento dei quadri dirigenti, che giocano la loro credibilità sulla coerenza interna. Ad un’analisi più approfondita è un atteggiamento comprensibile. Quando si crea un periodo di contrasti politici come questo, tutti tendono alla radicalizzazione intorno al proprio elettorato, per paura, in una situazione di consenso fluido, di perdere le proprie basi (che potrebbe voler dire sfaldamento del partito). Ma è anche vero che se un gruppo dirigente aveva un obiettivo e non solo lo ha fallito, ma non è stato neanche in grado di costruire alcunché da quel che ha ottenuto, allora è il caso che lasci ed altri abbiano la possibilità di mettere in atto un processo di transizione. Dal Partito Democratico questa indicazione non è arrivata, anche se il silenzio di Bersani degli ultimi giorni pesa come un macigno: che nel Pd sia in atto una resa dei conti interna è un’ipotesi più che plausibile.

Un progetto difficile – La sensazione è che questo “progetto saggi” sia destinato a fallire. I malumori delle forze politiche fanno intendere che il tempo loro dato per trovare soluzioni condivise (tentativo non riuscito fino ad ora, nel lungo anno del governo Monti) sarà ben poco. La stessa affermazione colta dal Presidente oggi, che si sente “abbandonato dai partiti” indica come il suo sforzo di tenere in mano le corde del paese è mal visto da quasi tutti. D’altronde i saggi non sono stati eletti dal popolo (salvo i pochi che in Parlamento vi sono effettivamente), ma allo stesso tempo sono molto vicini alle forze politiche storiche. Sono punti di debolezza per tutte le forze parlamentari; si apre alla logica che, pare evidente, segue il vecchio adagio “se hai un problema istituisci una commissione”. Napolitano ha più di un problema, e questa commissione sembra quasi più un modo per “ammorbidirne l’impatto” e guadagnare tempo.

La questione tempo – Il tempo è quel che più manca. Le dimissioni del Presidente avrebbero significato l’assenza di ogni forma di guida istituzionale per il Paese. Una cosa rischiosa dal punto di vista internazionale, ma anche interno: una nazione, anche in caso di stallo, ha comunque bisogno di una garanzia della sua stabilità istituzionale. Se all’orizzonte non paiono possibili veri e propri colpi di mano è vero comunque che la situazione creerebbe un pericoloso precedente. Allo stesso tempo però, senza il nuovo Presidente della Repubblica le camere non possono essere sciolte, dunque non si può andare al voto subito. Sembra così che il tentativo di Napolitano sia di avviare alcuni processi di riforma, legge elettorale in primis (a onor del vero un obiettivo difficilissimo) e di guadagnare tempo, facendo avviare la discussione Parlamentare e creando i presupposti perché il nuovo Presidente sia eletto, possa indire nuove consultazioni e, presumibilmente, far tornare tutti al voto, probabilmente a settembre.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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