Napolitano, dimesso dal principe Matteo?

11/11/2014 di Edoardo O. Canavese

Le incontenibili strategie di Renzi. L'inettitudine parlamentare. Le riforme in ritardo. Tutti i perché dell'addio anticipato di Napolitano, che apre una confusa e complicata successione; scombinando i piani del premier, che teme di scivolare sul voto.

La resa – La politica italiana è un mare in tempesta almeno dalle elezioni del 2013, e l’indiscrezione di Stefano Folli che dalle colonne di Repubblica ha vaticinato le dimissioni di Giorgio Napolitano entro la fine dell’anno non può considerarsi un fulmine a ciel sereno. Già a settembre i cronisti rendevano conto da  che serpeggiavano nelle stanze del Quirinale, aizzati dall’immobilismo del Parlamento rispetto alle elezioni dei nuovi membri del Consiglio Superiore di Magistratura e Consulta. Se è vero che almeno quel capitolo pare faticosamente risolto, non si può dire lo stesso di tanti altri fondamentali punti dell’agenda delle riforme che Napolitano considerò imprescindibili nel suo secondo discorso di insediamento. E che il paludoso incespicare del centometrismo renziano, ingolfato tra dati economici cupi e strategie politiche convulse, sembra non in grado di soddisfare nel breve periodo. Di qui un addio anticipato rispetto alla richiesta di Renzi: restare in sella per inaugurare l’Expo.

Presidente dimesso – L’impressione è che Napolitano consideri semplicemente esaurito quel ruolo di super-Presidente con preminenze esecutive che i questuanti leader politici andarono mendicando in occasione delle ultime quirinarie; e non in luogo del soddisfacimento delle richieste mosse ai tempi dal Presidente, bensì per un suo prepensionamento sollecitato dalla politica a centralità renziana. Enrico Letta fu creato premier affinché orchestrasse il Parlamento in base ai desideri dell’agenda del Colle. Fallì, e Renzi, pur ereditandone idealmente gli obiettivi, ha in poco tempo riconquistato l’autonomia esecutiva e soprattutto comunicativa che nella primavera 2013 era stata commissariata da Napolitano. Il premier fiorentino è una scheggia impazzita nel ponderato e fragile disegno di re Giorgio il quale, di fronte al caotico tira e molla su una legge elettorale che da mesi pare in procinto di essere portata a casa, si sarebbe arreso ai cangianti piani del giovane Matteo. Il tutto va unito con molta probabilità alla stanchezza fisica, fisiologica per un uomo che a giugno prossimo compirà 90 anni.

Paolo Gentiloni: la scelta dell'attuale ministro degli esteri è forse l'ultimo frutto di una trattativa tra Renzi e Napolitano?
Paolo Gentiloni: la scelta dell’attuale ministro degli esteri è forse l’ultimo frutto di una trattativa tra Renzi e Napolitano?

Il re e il principe – Poco si sa di ufficiale su quelli che siano i reali rapporti tra Napolitano e Renzi. Si è parlato di profonda sintonia tra i due, espressa dal primo verso il secondo per quel che riguarda l’energia politica di un premier votato all’azione dopo la passività di Letta, confermata dagli endorsement del Presidente nei confronti dell’agenda di governo. Oggi tuttavia i due paiono politicamente distanti. Se pubblicamente, anche martedì scorso, Renzi esibiva ammirazione e confermava stima e fiducia collaborativa nei confronti di Napolitano, tuttavia era reduce da uno scontro con  lui, consumatosi in prima battuta sulle assai tardive nomine al Csm e alla Consulta, e più recentemente sul successore di Federica Mogherini alla Farnesina. In quest’ultimo caso le candidature proposte da Renzi sono state bocciate dal Quirinale, che si è imposto affinché venisse indicato un profilo politico più pesante della fedelissima Simona Bonafè e della giovane Lia Quartapelle. Alla fine l’ha spuntata l’evergreen Paolo Gentiloni accontentando tutti, ma la rinuncia alla parità di genere nel Consiglio dei Ministri e lo stop alle proprie candidature sono stati bocconi amari per il premier. Il quale, sul Patto del Nazareno, gioca al di là delle regole del Colle, ventilando rotture, rinviando impegni, ipotizzando cambi di maggioranza. Di fatto, tagliando fuori il Presidente dalla partita delle riforme.

Grattacapi renziani – La con-notizia è che, tanto per cambiare, la politica è in ritardo sull’ipotetico addio di Napolitano. Le indiscrezioni giornalistiche e la non smentita del Presidente ha colto i protagonisti in un misto di sorpresa e paura; la prima perché ci si aspettava che l’appello di Renzi a restare fino al giugno 2015 fosse stato accolto, la seconda perché la sua successione costituisce un problema gigantesco. Al di là del toto-Quirinale, si fa fatica ad immaginare come quello stesso Parlamento che inibì sé stesso e rinunciò alle proprie funzioni elettive oggi riesca a convergere su un nome che sia all’altezza del predecessore. L’auspicio di Renzi, almeno quello pubblico, è che sul nome vi sia il più ampio sostegno, come prescritto dalla Costituzione, e per questo è pronto ad inserire nel Patto del Nazareno anche la voce “Colle”, né disdegnerebbe a puntare sulla summa dei voti di Pd ed Ncd o addirittura su un’inedita alleanza con i grillini. Il suo grande timore è che l’elezione del prossimo Presidente si possa trasformare in una pericolosa arma in mano alle opposizioni, interna ed esterna, pronta ad esplodere per minarne la credibilità parlamentare e l’immagine pubblica: come accadde al rivale Bersani coi 101.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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