Napolitano richiama all’ordine, ma è il Paese il primo a non poter rispondere.

18/12/2012 di Andrea Viscardi

Napolitano ha richiamato tutti all’ordine, sottolineando quanto, ad essere in gioco nei prossimi mesi, sia il destino della nazione e non un semplice bacino di voti. Anche il Presidente della Repubblica si è accorto come, in meno di una settimana, il focus della politica sia tornato a rispondere alle logiche degli scorsi anni. L’inizio, in realtà, era stato promettente: dopo le primarie del PD sembrava finalmente riportato al centro dell’attenzione un vivace e continuo dibattito su quali sarebbero dovute essere le idee di riforma, economiche o politiche, da portare avanti e sostenere nella corsa alle elezioni. Insomma, si prospettava la chiusura definitiva di una parentesi ventennale fatta, più che di politica, di scontri che ponevano in secondo piano la natura stessa del termine.

Parlo al passato perché è bastata la (ri)discesa in campo di Silvio a far riemergere le vecchie tendenze. In un attimo l’attenzione è passata dalla politica come dovrebbe essere a quella che, per troppo tempo, è stata: risalto minimo “all’affrontare temi e problemi politici specifici” e attenzione (anche mediatica) ad ogni mossa dell’ex Premier, alla conseguente possibile candidatura di Monti e alle strategie da intraprendere solo ed unicamente per conquistare il voto. Ironicamente, infatti, in questa settimana, nessuno, o pochi, si sono domandati quali siano i programmi delle nuove parti che si sono messe, o stanno per mettersi, in gioco. Un Monti, per esempio, in un ruolo politico, manterrebbe in toto quanto portato avanti dal governo tecnico o, finalmente libero dal dover ottenere il consenso di un Parlamento in cui non rappresenta la maggioranza, si concentrerebbe anche su altri aspetti? Anche i partiti, in realtà, badano bene dal far ritornare l’attenzione su ciò che sarebbe essenziale in questo momento, forse perché, ma questo lo suppongo io, si trovano a disagio in un ruolo che, negli anni passati, è sempre stato oscurato e messo in secondo piano dal fattore Berlusconi.

Generalizzando il tema si ricava, però, una riflessione seria e preoccupante. In Italia, la bussola, è stata persa un po’ da tutti. Nel Paese vige, infatti, una confusione totale dei ruoli. E’ un paese, il nostro, in cui tutti parlano e si occupano di tutto fuorché di ciò che il proprio ruolo indicherebbe. Il problema risiede tutto nel fatto che, oggi, il livello di coscienza e di appartenenza civile dell’individuo in quanto inserito nel contesto nazionale ha raggiunto livelli minimi. La colpa non è solo del cittadino. E’ difficile pensare che tali elementi si sviluppino dal nulla, senza un intervento esterno che possa, quantomeno, fissarne le basi. Il risultato è, in parte, la mancanza di consapevolezza dei propri diritti ma, soprattutto, di mezzi per assumersi la responsabilità dei doveri derivanti dall’essere un cittadino e non una semplice persona, con conseguente impossibilità a sviluppare un senso critico costruttivo piuttosto che distruttivo. Tale intervento dovrebbe essere messo in atto, in primis, dallo Stato che invece, in materia, latita come non mai. Non esiste infatti un programma di istruzione, all’interno delle scuole dell’obbligo, atto a rendere consapevole i cittadini di ciò di cui fanno parte, a creare quei tasselli che possano spingerli all’interesse, alla partecipazione. Non esiste nulla del genere neanche all’interno della televisione di Stato, troppo impegnata, da qualche decina di anni, a cercare di mettersi in competizione con le reti private, piuttosto che ad assumere una funzione, anche in minima parte, pedagogica. L’individuo è quindi propenso ad estraniarsi, alienarsi dalla realtà a cui dovrebbe partecipare, con il risultato di lasciare la possibilità a una serie di personaggi di distorcere il proprio ruolo e di porsi al centro delle attenzioni degli italiani in riferimento ad argomenti che, forse, dovrebbero avere come protagonisti altri soggetti.

Quindi, considerando che la politica in quanto tale ha rappresentato, negli ultimi vent’anni, una delle più grandi carenze nazionali, tutti fanno a gara per dire la loro. Alcuni di questi, ad un occhio critico e consapevole, dovrebbero immediatamente apparire fuori luogo: pensare, ad esempio, che un presentatore televisivo di una rete pubblica possa, de facto, perdere totalmente la propria neutralità e trasformarsi in un conduttore “politico” è eticamente contestabile. Paradossalmente, invece, chi ha seguito questa strada è stato trasformato in mito. Altri, come Benigni, diventano più che comici o uomini di spettacolo dei veri e propri formatori di coscienza, politica e civile. Per carità, ascoltare quello che Roberto ha da dire, a prescindere dalle idee, è sempre un piacere, nessuno, tra l’altro, vuole mettere in discussione il suo diritto ad esprimersi. Il problema sorge quando, il suo personaggio, viene visto come il punto di riferimento di un’attività formatrice della coscienza civile dell’italiano o, addirittura, un riferimento politico. Lui, su questo, ci gioca un po’, senza rendersi neanche conto di quanto, ad uscirne limitata, sia la sua stessa icona di gigante del mondo dello spettacolo e della cultura. Benigni può essere un contributo, un arricchimento, ma la sua è anche e soprattutto, un’azione di indirizzamento. Assegnarli un ruolo fondamentale o, addirittura, mitizzarlo, è un processo sintomo di una malattia presente in tutta la società.

Questo scambio dei ruoli, questa confusione, non pone l’accento sull’esigenza immediata e concreta: attuare un costante e intenso impegno da parte dello Stato per far sì che possa finalmente prendere forma, anche in Italia, la consapevolezza di cosa significhi essere cittadino. E’ impensabile, altrimenti, sostenere la necessità di un cambiamento politico, non solo nei protagonisti ma anche nei modi. La nostra classe dirigente è lo specchio del nostro modo di essere ma è anche un entità in grado di utilizzare questa nostra mancanza per conservare la propria posizione. Benvenga, quindi, un popolo visto come un mercato del voto, privo di un reale potere critico e facilmente condizionabile perché in gran parte alienato dal contesto collettivo nel quale vive.

Oggi, quindi, i politici sono consapevoli di quanto abbia più presa sull’elettore medio il focalizzarsi su strategie che contrappongano il buono al cattivo, che identifichino un nemico al quale scaricare la colpa di ciò che è avvenuto fino ad oggi, che sottolineino la differenza di identità e di valori. D’altronde, la creazione di un’identità per contrapposizione, invece che per proposizione, se di successo, è la tecnica che porta a risultati più facili ed immediati. Non che tali elementi non siano utilizzati anche in altre nazioni, anzi, ma la differenza è il porli o meno al centro della propria azione, declassando ad un piano secondario, come avviene in Italia, il dibattito sui temi reali della politica.

Ecco allora che la maschera del politico diviene quella di un politicante, perde di valore, di competenza, di significato e può essere indossata da chiunque, permettendo, all’apice del suo decadimento, una situazione paradossale: che un comico, ad esempio, esca dal suo ruolo e venga mitizzato a tal punto da diventare lui stesso, prima di tutto, un politico.

Andrea Viscardi

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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