Napoli e Pino Daniele, una polemica inevitabile?

08/01/2015 di Iris De Stefano

Gli ultimi due giorni sono stati particolari per Napoli. La morte di Pino Daniele ha messo in luce anche la parte migliore della città, spesso velocemente giudicata con facili stereotipi. Nonostante le polemiche seguite alla morte del cantante, su cui indaga anche la magistratura, la reazione della popolazione ci insegna qualcosa

Pino Daniele

Non accennano a placarsi le polemiche seguite alla morte di Pino Daniele su pressoché ogni aspetto che riguardi le ultime ore di vita del cantante napoletano e quelle immediatamente successive. Il misto di confusione, polemiche, adorazione, commozione e un po’ di pettegolezzo che caratterizza la vicenda ricorda molto la sceneggiata napoletana, dimostrando, ove fosse necessario, la totale appartenenza del cantante alla città in cui nacque 59 anni fa.

In città in questi giorni regna un clima particolare, con canzoni che vengono spesso intonate in ogni dove, dalle piazze alle metropolitane, complici anche le programmazioni musicali dedicate. Così come in ogni occasione importante, quando è toccata nei propri valori fondanti, Napoli risponde in un sol coro. Le 100.000 persone in piazza del Plebiscito nella serata del 6 Gennaio si sono radunate nel giro di 24 ore e grazie al tam-tam sui social media senza un palco, senza programma, senza artisti, solo spinti da un sentimento di appartenenza ad una terra i cui difetti sono talmente numerosi ed evidenti che è quasi banale usarli come capri espiatori. Pino Daniele si è fatto spesso interprete di questi sentimenti, diventandone così voce ufficiale. E abituata a critiche serrate quando non ignoranti e alla condiscendenza più spietata, la città ha risposto al suo meglio.

È pur vero che nel corso degli anni l’artista si era progressivamente allontanato dalla città, esprimendo opinioni spesso più simili a dei j’accuse, sulla sua gestione, come durante la crisi dei rifiuti del 2011. Il trasferimento nella capitale, dopo aver incontrato lì la seconda moglie, era stato visto come un tradimento alla città che pretende tutto da chi, tra i suoi cittadini, sale all’onore della ribalta. In un’intervista a Panorama, motivando il suo trasferimento il cantante disse, tra le altre cose: “non volevo che i miei figli crescessero in un clima di terrore o con la mentalità che per vivere protetti bisogna entrare in contatto con certa gente.

Nonostante l’abbandono però, e proprio grazie alla capacità di Pino Daniele di spiegare la sua città come solo un napoletano riesce a fare, il sentimento di proprietà non era diminuito e i concerti avevano continuato a registrare sold out o presenze straordinarie nel caso di eventi in piazza. Proprio alla luce di questa affezione, di questa sensazione di appartenenza, va considerata l’enorme risposta del pubblico napoletano alla morte del suo cantante. Erri De Luca in Napòlide scrive: “Da Napoli è stato bandito l’agio di muoversi. Il passante si inoltra nel labirinto cieco del tocco e del ritocco, dell’invadenza del prossimo suo presso sé stesso. [..] Toccare, parlare, mai lasciare inerte il corpo: è la terapia per i casi di coma. A Napoli è premura che i cittadini gratuitamente dispensano l’un l’altro.” La camera ardente all’ospedale Sant’Eugenio è rimasta aperta ai fan del cantante nella giornata del 6 gennaio solo per circa mezz’ora: la maggior parte delle persone entrava e cercava di toccare la salma, atteggiamento certamente condannabile per quanto parte integrante della tradizione mortuaria partenopea. Pino Daniele era quindi considerato un familiare, per cui ogni forma (o rispetto) tra estranei poteva essere travalicata.

Chiunque consideri quello che è successo in città un’esagerazione dovrebbe ascoltare Napul’è cantata dai 100.000 in piazza del Plebiscito o dai 50 in un vagone della metropolitana, alle 8 del mattino del giorno del ritorno al lavoro per eccellenza. Dovrebbe ascoltare Terra mia, Fortunata, Na tazzulell ’e cafè, Chi ten ’o mar’, Viento ‘e terra, Faccia gialla e così via. Perché, come scrive ancora Erri De Luca “a Napoli il sentimento del sacro è scaturito dal sottosuolo, non disceso dal cielo. Non si è ispirato sulle terrazze di notte contemplando comete, eclissi, costellazioni, ma fiutando il gas dei campi ardenti, flegrei, ascoltando il ringhio della terra scossa, guardando la discesa a fiumi del fuoco viscerale del vulcano. Il sacro di questo Sud affiora in superficie come la Solfatara che sfiata zolfo verde.” Napoli è la città intrappolata tra fuoco e mare, la città del sangue, dei mille colori, dei sentimenti borbonici mai sopiti, delle urla nei vicoli, della musica in ogni dove. La sua voce non poteva certamente andar via in silenzio.

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Iris De Stefano

Nata a Napoli il 02/10/90 dopo la maturità classica ha studiato Relazioni Internazionali a "L'Orientale" di Napoli e alla LUISS Guido Carli di Roma. Esperienze in Belgio e in Spagna.
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