Mussolini, l’incarico di governo e il protocollo di corte

29/12/2013 di Lorenzo

All’indomani del 28 ottobre 1922, il re incaricò Benito Mussolini di formare un governo. Molti sanno, come andarono più o meno i fatti, ma pochi sono a conoscenza dei modi in cui tali fatti si svolsero. In tale articolo ci vogliamo concentrare sulla giornata del 30 ottobre 1922, quando Mussolini, giunto a Roma, si presentò dinnanzi al Capo dello Stato per sciogliere la riserva. Tale incontro o, meglio, incontri, si svolsero nell’arco di questa giornata, una domenica piovosa di fine ottobre.

Il rifiuto. Due giorni prima, venerdì 28 ottobre, il re aveva incaricato Antonio Salandra di formare un nuovo governo insieme a Mussolini. Avendo ricevuto parere contrario dal futuro Duce, Salandra rimise l’incarico nelle mani del sovrano, suggerendo di affidare allo stesso Mussolini tale onere. Mussolini, avvisato informalmente del rifiuto e della volontà del re di incaricarlo come prossimo Primo Ministro, volle espressamente essere chiamato, tramite telegramma, dal re in persona. E così fu. Il re, nella persona del generale Cittadini, fece pervenire verso le 12 e 30 un telegramma nella sede del Popolo d’Italia nel quale invitava Mussolini a Roma per un colloquio con lui.

Sua Maestà il Re mi incarica di pregarla di recarsi a Roma, desiderando conferire con lei.
Ossequi.
Generale Cittadini.

Mussolini e il Protocollo di CorteL’arrivo. Alle otto di sera del 29 ottobre, Mussolini parti a bordo del direttissimo per Roma delle ore 20, giungendo nella Capitale solo alle 11 e 30 del giorno dopo, a causa delle innumerevoli soste che il convoglio dovette fare lungo il tragitto dove lo aspettavano folle di fascisti per osannarlo. Venne quindi prelevato da un automobile che lo condusse nella sua temporanea dimora, l’Hotel Savoia, sito in via Ludovisi dove alloggerà in quei fatidici giorni di formazione del nuovo governo.

Protocollo di corte. Alle ore 11 e 45, avviene il primo incontro al Quirinale tra il futuro capo dell’esecutivo e il re. Mussolini entra dalla porta della Manica Lunga e ivi viene ricevuto dal sovrano, vestito con l’uniforme militare, con la greca di generale d’armata. È qui che sorge il problema del protocollo di corte, Mussolini non veste l’usuale frac con pantaloni a righe e cilindro, essenziale per essere ricevuti dal sovrano e facente parte del rigidissimo protocollo di corte italiano, ma veste in abiti borghesi – in camicia nera – con le decorazioni belliche cucite sul petto.

“Chiedo perdono a Vostra Maestà se mi presento ancora in camicia nera, reduce dalla battaglia, fortunatamente incruenta, che si è dovuta impegnare”

Il primo incontro. Lo slogan di “battaglia incruenta” è tipico del ricco repertorio lessicale del futuro duce e poco importa se ciò vuol dire tutto e non vuol dire nulla. Quanto, invece, alla storica frase –“Maestà vi porto l’Italia di Vittorio Veneto”– erroneamente attribuita a Mussolini, fu pura invenzione dei cronisti dell’epoca. Traspare, infatti, anche dai ricordi di sua moglie Rachele, che lui stesso ammise il falso storico, ma gli piacque a tal punto da lasciar correre la frase come sua. Durante questo primo incontro, il Duce si rivelò piuttosto impacciato alla vista del sovrano che, al contrario, appariva molto a suo agio e non curante dell’abito non protocollare del suo interlocutore. Nel corso di questa breve consultazione, che si aggiornò poi nel tardo pomeriggio, il re ricordò a Mussolini quando visitò il suo ospedale di campo durante la Grande Guerra e l’incontro per le consultazioni al Quirinale dell’anno precedente.

L’incontro con i Presidenti di Camera e Senato. Di questo primo incontro sappiamo che Mussolini, lasciato il Quirinale, rimase molto soddisfatto, arrivando a confessare anche a suo fratello Arnaldo, l’animo conciliante e comprensivo del sovrano innanzi alle sue proposte di governo.Rientrato per l’ora di pranzo all’hotel Savoia, Mussolini si recò – nel primo pomeriggio  – a far visita al presidente del Senato, Tommaso Tittoni e a quello della Camera, Enrico De Nicola. Comunicando loro la sua volontà di formare un governo di unità nazionale insieme ai liberali e ai popolari.

Il ritorno innanzi al re. Il secondo incontro con il sovrano si tenne alle ore 19. Stavolta Mussolini si presentò a corte munito della lista dei ministri e riuscendo, seppur con qualche difficoltà, a rispettare il protocollo. La descrizione dell’abito del futuro Primo Ministro non manca di toni grotteschi: i pantaloni a righe glieli dovette prestare il suo amico Aldo Finzi e si rivelarono un po’ troppo lunghi per le sue gambe, il frac, dalle maniche un po’ corte, gli pervenne da Cesare Rossi; il portiere del Savoia gli rimediò i gemelli per la camicia e un vecchio cilindro nero, smarrito molti anni prima da un vecchio cliente, leggermente stretto per la testa del Duce. Bardato in tal modo, Mussolini presentò al re la lista delle varie personalità che dovevano far parte del suo ministero, tra le quali spiccavano: l’indipendente e filosofo Giovanni Gentile, quattro personalità del PNF (Mussolini, Giuriati, Oviglio e De Stefani), il nazionalista Luigi Federzoni, Paolo Emilio Thaon di Revel in qualità di ministro della Regia Marina e Armando Diaz come ministro della Guerra. Questi ultimi, vertici dell’Esercito e della Marina, erano stati decisivi, per il Duce, nei giorni che precedettero il suo arrivo a Roma.

Rinconciliazione con i nazionalisti. Alle ore 20 e 15, Mussolini uscì soddisfatto dal Quirinale levando il braccio destro in alto per fare il saluto fascista verso alcune migliaia di persone, per la maggior parte camicie nere, che si erano nel frattempo radunate intorno al Palazzo. Poco lontano di li, vi era un comizio di camicie azzurre – militanti nazionalisti – in cui, due dei suoi maggiori esponenti, Raffaele Paolucci e il neo sottosegretario Alfredo Rocco tennero un discorso per annunciare la fine del contrasto istituzionale tra loro e i fascisti, in quanto l’istituto monarchico era salvo e, anzi, rinsaldato da questo accordo con Mussolini e la susseguente costituzionalizzazione del Fascismo.

L’ultimo incontro. Il 31 mattina si recò nuovamente al Quirinale per la cerimonia e per il giuramento del nuovo Governo. Stavolta riuscì a procurarsi un abito su misura, nello specifico un redingote, e un cilindro fatto fare su misura la notte stessa. Poco dopo giurò come il più giovane Primo Ministro del Regno (39 anni) e assunse ad interim anche i ministeri degli Interni e degli Esteri. Le cronache dell’epoca ci ricordano il passaggio di consegne tra l’ex Primo Ministro Luigi Facta e Benito Mussolini che avvenne nel massimo rispetto, data anche la massima attenzione e rispetto che Mussolini ebbe nei suoi confronti, facendogli trovare un picchetto d’onore dinanzi all’albergo in cui alloggiava e nel quale Facta riconobbe – “con commozione estrema” – un commilitone del figlio caduto in guerra. Sempre nelle cronache dell’epoca si raccontano i passaggi di consegne tra Mussolini e gli ex-ministri degli Interni ed Esteri. Con il primo, Paolino Taddei, date le sue note antipatie nei confronti del Fascismo, la cerimonia fu rapidissima ed indolore tutta costernata in un’atmosfera gelida; al Palazzo della Consulta – l’allora sede del ministero degli Esteri. Avvenuto il passaggio di consegne con l’ex-ministro Carlo Schanzer, ebbe la fortuna di incontrare Quinto Navarra, primo commesso del Ministero che gli piacque immediatamente tanto che lo vorrà con sé per l’intero arco della sua lunghissima presidenza.

La Marcia su Roma, come sappiamo, si concluderà nello stesso pomeriggio in cui si darà il via all’entrata delle colonne fasciste nella Capitale per il saluto al sovrano. Erano passati solo dieci anni da quando un brillante maestro di scuola si ritrovò catapultato al Viminale, l’allora sede della Presidenza del Consiglio nella quale rimarrà, spostandosi poi a Palazzo Venezia, per ventuno anni.

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Lorenzo

Nato a Roma, appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali Si occupa di storia e di esteri.
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