Musei italiani. Un tesoro da proteggere, rilanciare ed innovare

24/08/2015 di Lucio Todisco

Il dibattito agostano si è concentrato sulla questione dei nuovi direttori, ma ci sono ben altri punti su cui concentrare l'attenzione. Tra queste, le politiche sui contributi, la riqualificazione del patrimonio edilizio, l'accessibilità, la digitalizzazione: questioni essenziali per un sistema museale davvero moderno.

Un tesoro da proteggere, da rilanciare e da innovare. I musei italiani sono fondamentali nel percorso di crescita culturale ed economica del nostro paese. Il dibattito di fine agosto si è incentrato interamente sulla nomina dei 20 direttori di altrettante strutture museali avvenute per la prima volta a livello nazionale con bando internazionale. Con le nuove nomine cambia anche un modello di governance museale così come fino ad oggi conosciuto ma, ciò su cui ci si dovrebbe maggiormente confrontare, è su come ci si immagina e quale ruolo dovranno avere i musei italiani, quali attrattori indispensabili di cultura e del turismo nel nostro paese.

Investimenti pubblici ed il ruolo dei privati – I contributi da parte dello Stato verso le realtà museali si è notevolmente ridotto dal 2008 ad oggi. Secondo una ricerca dell’Università di Ferrara, il taglio dei finanziamenti statali ai musei è stato in media del 20%. Secondo il rapporto BES di CNEL e Istat per l’anno 2014 la gestione del patrimonio culturale italiano ha risentito fortemente dei tagli, sensibilmente superiori a quello di altri aree d’intervento dello Stato. Basti pensare che, al 2011, sempre secondo il rapporto in questione, la spesa pubblica italiana per la tutela e valorizzazione dei beni e delle attività culturali e dei beni paesaggistici ammontava a 5,77 miliardi di euro e di questi, 1,87 miliardi comprensivi dei trasferimenti alle amministrazioni locali era a carico dello Stato centrale pesando, in questo modo, dello 0,37% sul PIL, cifre inferiori a Francia e Spagna (rispettivamente 0,75% e 0,67%).

Ciò che emerge è che il ruolo dei privati nell’ambito dei principali musei d’arte contemporanea diventa sempre più decisivo per mettere in cantiere una serie di attività culturali a lungo periodo, sebbene, sempre secondo l’Università di Ferrara, anche le sponsorizzazioni private si sono ridotte del 30%, e i contributi delle fondazioni bancarie del 35%.

Per tale motivo si fa sempre più interessante la strada intrapresa da molti musei italiani che si sono indirizzati sulle politiche di fundraising e sul partnerariato culturale. Ad esempio, la Gamec di Bergamo dal 2000 conta, per le attività culturali e la progettazione, sull’appoggio del gruppo Tenaris Dalmine che nel 2013 ha elargito 271mila euro, e dal 2003 della Bonaldi Motori che ha contribuito nel 2013 con 51mila euro; oltre al Gruppo Ubi Banca. Con questa forma di partnerariato il Comune di Bergamo ha inciso sulle spese di gestione per il 29% delle risorse totali, mentre i privati per il 57%. Un rapporto che, se equilibrato e se non mette in pericolo il ruolo culturale dei musei, può creare meccanismi virtuosi. Secondo i dati forniti da Federculture, nelle strutture gestite con il contributo di privati le visite sembrano in costante crescita: ad esempio tra gennaio ed agosto del 2014 al GAM di Torino si è avuto un +266,1% di visitatori; al Macro di Roma un +198,9%. Infine, particolarmente interessante è la misura resa operativa dal Decreto Valore Cultura di lasciare nelle casse dei musei italiani i ricavi dalla bigliettazione e dalle royalties che prima entravano a far parte del bilancio statale.

Riqualificazione energetica, accessibilità, digitalizzazione – La valorizzazione dei musei italiani passa anche per alcuni elementi quali la riqualificazione del patrimonio edilizio, ormai obsoleto e inefficiente, l’accessibilità, per evitare un eccesso di visite “polarizzate”, e la digitalizzazione. Le strutture museali italiane hanno eccessivi costi gestionali sul piano energetico. Così come descritto in un articolo de Il Sole 24 Ore, i costi sopportati dai musei italiani sono andati progressivamente aumentando dagli anni 80 in poi, in un periodo storico in cui, mentre il settore industriale registrava una diminuzione del 12% nei consumi energetici, nei musei aumentavano del 50%. Tali consumi sono determinati dal fatto che, in edifici ormai obsoleti, si rendono necessari sistemi di illuminazione, climatizzazione e protezione delle opere particolarmente costosi. Molti di questi sono stati costruiti prima degli anni’80 e prima delle norme sul risparmio energetico. Ripensare energeticamente gli edifici museali permetterebbe di liberare risorse per le attività tipiche museali.

Altro tema di importanza centrale è quello di ripensare in termini di accessibilità le realtà museali italiane, soprattutto quelle più piccole. Abbiamo ingressi fortemente polarizzati nell’ambito dei 30 luoghi statali più importanti. Una delle politiche da mettere in campo per rilanciare un modello museale diffuso è quello di creare condizioni di accesso migliori, in tutte le strutture museali del nostro paese, soprattutto quelle meno conosciute, offrendo un servizio di eccellenza per coloro che sono affetti da disabilità, per gli anziani e le donne incinta che vogliono venire nel nostro paese, Secondo una serie di dati esposti da Carlo Hruby, vicepresidente operativo della omonima fondazione: su 4.588 musei, l’80% non ha più di 5 addetti e soltanto 1,5% ne ha oltre 50; infine, 1.571 musei non hanno personale e 903 un solo addetto. Per questo una grande rivoluzione per le realtà museali italiane sarebbe quello di inserire personale specifico e preparato per i visitatori che hanno problematiche di disabilità, creando in questo modo opportunità occupazionali.

Infine, la digitalizzazione: il nostro è un Paese dove si inaugurano oltre 11mila mostre l’anno, per un totale di 32 al giorno, una ogni 45 minuti. Tante di queste mostre possono diventare attrattori di nuovi turisti, magari riproponendoli sui siti web museali, immaginando brevi visite online per incuriosire i potenziali visitatori.

Per questo, il dibattito agostano sui nuovi direttori dei poli museali italiani risulta lontano dalla realtà. Una scelta che non significa un ridimensionamento culturale del nostro paese, ma una sua importante apertura. Il dibattito non può fossilizzarsi su questo, ma deve incentrarsi completamente nel campo gestionale, su quale modello museale intendiamo portare avanti nel corso dei prossimi anni. Le sfide ci sono e sono tante e bisognerà affrontarle nel migliore dei modi.

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Lucio Todisco

Classe 1987, Laureato in Scienze Politiche si è specializzato in gestione e formazione delle Risorse Umane e, ad oggi, è praticante Consulente del Lavoro. Una vita tra libri, film, politica, musica e del buon cibo. Il suo libro preferito è Oceano Mare, Mediterraneo il film che rivedrebbe ogni giorno, Oasis, U2 e Coldplay, la musica che ascolta nell’Mp3. Appassionato di innovazione, fa parte del comitato organizzatore dell’Innovation Day, manifestazione che coinvolge professionisti, organizzazioni, aziende e pubblica amministrazione sui temi dell’innovazione, crescita, sviluppo; collabora con la Fondazione Turismo Accessibile sui temi dell’innovazione e accessibilità turistica nel nostro paese.
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