Mps, ovvero storia di mala finanza

03/11/2014 di Alessandro Mauri

Ripercorriamo le vicende della banca senese dall'acquisto di obbligazioni "Alexandria" sino ai possibili scenari futuri in seguito alla bocciatura degli stress test della Bce

Fondazioni Bancarie

A una settimana dal disastroso esito degli stress test della BCE, il Monte dei Paschi di Siena (Mps) si appresta a vivere uno dei momenti più difficili della sua storia. Una storia esemplare su quanti danni possa fare una gestione finanziaria troppo orientata al rischio.

Bocciatura annunciata – A dire il vero la bocciatura di Mps negli stress test della BCE per verificare la solidità patrimoniali degli istituti finanziari e la qualità dei loro asset era nell’aria, anche se probabilmente non ci si aspettava un deficit così ampio. Secondo quanto emerso dai dati annunciati lo scorso 26 ottobre, alla banca più antica del mondo mancano più di 2 miliardi di euro di capitale per rispettare i nuovi vincoli imposti dal sistema di Basilea 3, e a questo punto inizia il conto alla rovescia, che dovrà portare entro 9 mesi Mps a colmare questa mancanza con un aumento di capitale, con la dismissione di attivi o con la fusione con un’altra banca più solida. La settimana appena conclusa è stata la più dura di sempre per Mps in borsa, dal momento che ha perso il 40% del proprio valore, e ciò impone agli amministratori senesi di intervenire il più velocemente possibile per scongiurare effetti ancora più nefasti.

I risultati degli Stress test della BCE – Fonte: ANSA.it

Maxi-aumento – Dopo la smentita da parte del presidente del Consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo Giovanni Bazoli di un interesse a fondersi con l’istituto senese, per Mps lo scenario più attendibile è quello di un maxi-aumento di capitale che dovrebbe coprire interamente i 2,1 miliardi di euro necessari, anche se non sono escluse altre operazioni. Innanzitutto è stato ipotizzato di far slittare la restituzione dei cosiddetti “Monti bond”, per poter guadagnare 750 milioni di euro, congiuntamente alla cessione di asset e all’emissione di obbligazioni ibride, in grado di far aumentare il capitale senza fare appello ai soci. Ma la pista più calda è proprio quella che porta all’aumento della posizione dei fondi esteri, che già avevano rilevato quote importanti di Mps in occasione del precedente aumento di capitale di 5 miliardi di euro, e che potrebbero nuovamente intervenire per proteggere il loro investimento, che già ha perso la metà del proprio valore. Si tratterebbe di un’operazione gestita da un consorzio di banche quali Mediobanca, Goldman Sachs, Morgan Stanley, Barclays e BofA Merrill Lynch. Tuttavia, finché non ci sarà un accordo, non potranno essere fatti annunci ufficiali, e questo farà aumentare l’ incertezza sul futuro di Mps, esponendo il titolo a una nuova raffica di vendite nella prossima settimana. Il tempo dunque stringe.

Condanna agli ex vertici – Nel frattempo, lo scorso 31 ottobre, è giunta la condanna a tre anni e sei mesi  per l’ex presidente di Mps Giuseppe Mussari e per altri due esponenti del management della banca in relazione al processo sull’ acquisizione della banca Antonveneta, e nel quale erano indagati per ostacolo alle Autorità di Vigilanza. Al di là delle questioni processuali, in realtà la colpa più importante che viene attribuita alla dirigenza di Mps degli anni del Presidente Mussari non è tanto l’occultamento di documenti compromettenti in occasione delle ispezioni di Consob e Banca d’Italia, bensì il tentativo, protratto nel corso degli anni, di fare operazioni sempre più rischiosi per nascondere le perdite delle speculazioni precedenti, e che hanno portato a perdite per diverse centinaia di milioni di euro, che ancora impediscono a Mps di uscire dalle proprie difficoltà.

Polvere sotto al tappeto – Per coprire le perdite dovute alla sopravvalutazione del valore di Antonveneta, i vertici di Mps avevano iniziato, nel 2005, ad avventurarsi in operazioni finanziarie sempre più complicate e rischiose, fino a portare la banca sull’orlo del collasso. In primo luogo erano stati acquistati dalla banca giapponese Nomura 400 milioni di euro di obbligazioni “Alexandria”, in apparenza sicure, ma in realtà comprendenti numerosi contratti derivati sottostanti, tra cui i CDO, che verranno travolti dal fallimento di Lehman Brothers nel 2008. A questo punto, per coprire i 220 milioni di nuove perdite, Mps rivende i bond a Nomura in cambio di più sicuri Btp a 30 anni, con l’intenzione di spalmare le perdite su un orizzonte temporale più lungo. Il tutto alla vigilia della crisi dei debiti sovrani, durante la quale i CDO riguadagnano terreno e i Btp crollano, determinando ulteriori perdite (in sostanza si è venduto dei titoli al minimo per comprarne altri al massimo prezzo appena prima dell’inversione di tendenza, un’operazione a dir poco disastrosa). A questo punto il “capolavoro” finale : si stipulano derivati sui Btp trasformandoli da tasso fisso in tasso variabile, il che, a causa del crollo dei rendimenti a cui stiamo assistendo ormai da diverso tempo, di fatto annulla le cedole che Mps avrebbe dovuto percepire sui Titoli di Stato. Non sorprende dunque che Mps abbia dovuto prima ricorrere ai Monti bond (di fatto un aiuto di Stato), e che ancora oggi sia bocciata dalla BCE.

La lezione che si apprende dal caso Mps è che le operazioni finanziarie, specie quelle più complesse, devono essere dettate da un’attenta valutazione delle prospettive future, e non dal tentativo di mascherare le perdite precedenti. Il risultato è quello di una continua rincorsa a rendimenti sempre più elevati, che si ottengono aumentando a dismisura i rischi che poi, quando si presentano, non si è in grado di affrontare.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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