Mps e la corsa al Quirinale

02/02/2013 di Michele Tritto

Nei primi cinque mesi dell’anno ci saranno delle tappe importantissime per la vita politica italiana. Il 24-25 febbraio le elezioni nazionali consegneranno il nuovo governo, sperando in una politica di riforme e di risanamento del nostro BelPaese. Nel mese di Maggio, invece, ci sarà la scelta del successore di Giorgio Napolitano alla Presidenza della Repubblica.

Per questa contesa i principali competitor sembrano, seguendo i rumors, tre autorevoli figure: Giuliano Amato, Romano Prodi e Mario Draghi. Nel Paese delle dietrologie e dei complotti plutaico-massonici, non si può non commentare e riflettere su alcuni eventi. Le vicende MPS, risalenti a quattro anni fa, spuntano fortemente adesso come una bomba ad orologeria. Il fortissimo potere locale esercitato dal PD – nonostante le grottesche smentite da parte del Segretario Bersani – è il primo a subirne i danni, con evidenti ripercussioni sui possibili risultati elettorali.

Ma questa è solo una piccola parte. Dietro le ultime inchieste si stanno combattendo importanti battaglie di potere e di sicuro le scelte sui successori di Napolitano non ne sono esenti. A è doveroso, allora, effettuare una breve descrizione dei candidati e delle loro implicazioni con le vicende senesi.

Giuliano Amato, professore di Diritto Costituzionale e più volte ministro di governi di centro-sinistra, è noto soprattutto per tre ragioni. La prima: fu l’ideatore ed esecutore del prelievo forzoso in una notte sui conti correnti degli italiani per salvare la lira ed evitare il tracollo. La seconda: è uno dei massimi esponenti dei cosiddetti “pensionati d’oro”, ossia coloro che beneficiano di un trattamento pensionistico a dir poco imbarazzante (molto opinabile questo punto). La terza: si tratta dell’ideatore delle fondazioni bancarie, al centro in questi giorni dello scandalo senese. Proprio nella cittadina senese il potere di Amato è molto forte, e finora è stato raggiunto solo da qualche schizzo di fango.

Romano Prodi, attualmente inviato dell’ONU per la crisi del Sahel, è stato premier per due volte e, soprattutto, è l’unico ad aver sempre sconfitto Berlusconi. È una figura molto rispettata a livello internazionale, visti i suoi precedenti come Commissario europeo prima di Manuel Barroso, ed è il leader straniero più influente all’interno della politica cinese. Tuttavia, nel periodo in cui MPS acquistò Antonveneta era il capo del governo. Operazioni di questa portata non avvengono mai senza il placet del governo stesso. Finora è rimasto in silenzio, ma ben presto qualcosa verrà detta anche su di lui.

Mario Draghi è l’italiano più potente al mondo. È il capo della BCE ed ha salvato attraverso il suo intervento il sistema finanziario europeo dalla tempesta speculativa. Tuttavia, nel 2008, anno in cui MPS acquistò Antonveneta, era il governatore della banca d’Italia, ed aveva i compiti di vigilare la situazione.

Ad oggi Draghi è, dei tre, quello maggiormente sotto i riflettori, anche dai media tedeschi. Ma siamo sicuri che non abbia vigilato? A mio avviso lo ha fatto, ed anche bene, per una semplice ragione.

Il Monte dei Paschi di Siena è la banca italiana che possiede più BTP in portafoglio per un valore 23 miliardi di euro.

La banca era in crisi a causa dell’operazione Antonveneta e per la sottoscrizione dei famosi derivati per coprire le perdite, tra cui un’interest rate swap sui BTP che portava l’interesse da tasso fisso a variabile. Questo derivato però non porta i risultati sperati perché i rendimenti sono bassissimi. Quindi cosa fare? Vendere i BTP? Non era possibile perché, anche se le carte non lo diranno mai, è abbastanza palese il vincolo imposto dalla Banca d’Italia sull’aumento di capitale per finanziare l’acquisizione di Antonveneta. In altri termini: la Banca d’Italia ha consentito, seppure con pareri vincolanti e molte osservazioni, l’aumento del capitale tramite il bond FRESH in cambio che i BTP in portafoglio non venissero venduti. Ma a quale scopo questo accordo? Mettiamo caso che MPS avesse venduto BTP per un valore di 20 miliardi. Conseguentemente, il valore del debito pubblico sarebbe diminuito e il famigerato spread schizzato verso l’alto. Pertanto, la Banca D’Italia ha preferito garantire la stabilità del sistema nazionale e lasciare autonomia gestionale al MPS, sapendo però che i guai sarebbero arrivati a breve e le colpe sarebbero ricadute sul management.

Ha fatto bene o male, il presidente Draghi? Meglio salvare 30000 risparmiatori o garantire la stabilità di un sistema finanziario che coinvolge l’intero stato? Direi la seconda.

Alla luce quindi delle vicende possiamo dire che Amato, anche questa volta (accadde già nel 2006), non la spunterà. Prodi, invece, ha scarso appeal all’interno della coalizione del centrodestra guidata da Berlusconi.

Mario Draghi è l’unico apprezzato in via bipartisan e con maggiore credibilità internazionale. Ma tornando alle dietrologie la sua scelta potrebbe essere anche determinata da situazioni di realpolitik.

Da un po’ di tempo, sono ricominciati gli attacchi dai media tedeschi e sappiamo tutti quanto i tedeschi stessi non sopportino che un italiano guidi la BCE. Pertanto, Draghi potrebbe essere un ottimo garante della tenuta dell’Italia nei panni del Presidente della Repubblica. Così facendo, si libererebbe il posto da Presidente da BCE, che spetterebbe, in caso di nomina al Quirinale, ad un tedesco. Questi ultimi, per sdebitarsi, offriranno un posto importante a Mario Monti nel 2014: la presidenza del Consiglio Europeo, vista la scadenza del mandato del fiammingo Van Rompuy prevista per il prossimo anno.

Realpolitik? Complottismo? Il tempo ci farà capire ci saremo sbagliati.

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