Mps – Antonveneta, quando il sistema è malato

26/01/2013 di Giacomo Bandini

Monte-Paschi-di-Siena-lavoroNell’articolo che precede questo sono stati sottolineati gli intrecci della politica del centro-sinistra con la Banca dei Monti dei Paschi di Siena, intrecci che hanno posto molte domande riguardo le responsabilità condivise nel crollo dell’istituto. Oggi, invece verrà analizzato uno dei momenti critici per il Mps: il caso della banca Antonveneta e della sua controversa acquisizione che tanto creò scompiglio all’epoca ed è tornata a riempire le pagine di cronaca attuali.

Partiamo dal novembre 2007.  Mussari è diventato Presidente e Mps deve ancora compiere il vero salto di qualità. L’occasione questa volta si chiama Abn-Antonveneta. Abn Amro, enorme conglomerato di banche olandese, all’interno del quale era capitata anche la padovana Antonveneta, viene spartito all’interno della cordata Royal Bank of Scotland, ora nazionalizzata per la maggior parte, l’istituto Fortis, di origine prevalentemente belga e il Banco Santander, spagnolo e di proprietà di Emilio Botìn. Antonveneta nella divisione finale delle spoglie di Amro finisce per essere inglobata dalla banca spagnola per un valore di 6,5 miliardi di euro, dalla quale però separa e scorpora Interbanca, unica fonte di utili. L’istituto padovano, infatti, non sembra passarsela troppo bene: si registrano numerosi cali nei depositi e nei ricavi totali e Botìn e i suoi si accorgono ben presto del cattivo affare.

Qui entra in gioco il Monte dei Paschi. Mussari spinge per l’acquisizione di Antonveneta, che rafforzerebbe la posizione di Mps nel Nord-Est della Lega Nord e della piccola-media impresa. Una prospettiva interessante per chi pretende di diventare la terza banca d’Italia. Viene così versata la cifra spropositata di 9,3 miliardi di euro che finiscono nelle casse di Santander per una plusvalenza di 2,36 miliardi, il prezzo appare davvero eccessivo per un operatore scafato come Mussari e per una banca tanto ambiziosa, fondata nel lontano 1472. La banca di Padova è stimata al valore di appena 2,3 miliardi, soprattutto senza la partecipazione di Interbanca che si sono tenuti gli spagnoli. Gli equilibri di bilancio del gruppo senese sembrano messi così seriamente in discussione.  Il tutto avviene però con il benestare della Banca d’Italia di Draghi e della politica nazionale, mentre il giorno successivo il mercato condanna il tutto con un -10,5% per Mps.

La crisi globale è alle porte (Northern Rock ha già dichiarato il default) e gli analisti non hanno mai approvato l’operazione sul piano finanziario. Il Monte capitalizza in Borsa 12,6 miliardi di euro e per finanziare l’acquisizione – che prosciuga il suo “patrimonio libero” – si trova costretta ad una ricapitalizzazione da 5 miliardi di euro (come ci riesce è oggi motivo di indagini della procura: Alexandria, Santorini e Nota Italia). Poco dopo si scopre anche che il costo totale dell’acquisizione è lievitato a 10,3 miliardi di euro, una cifra mostruosa per il modesto valore di Antonveneta e le sue filiali. La domanda sorge spontanea: perché pagare un’operazione svantaggiosa quasi 7 miliardi più del dovuto?

L’Italia si divide. C’è chi elogia il ritorno dell’istituto italiano entro i confini nazionali (a quale prezzo però?) e c’è chi al contrario lo considera il peggior affare della storia (esperti, analisti, le borse). Una cosa però non viene messa in discussione: Mussari e la sua dirigenza che conta anche Antonio Vigni. Questi ha l’appoggio della politica locale e soprattutto di Mario Draghi, appena insediato dopo le dimissioni dell’indagato Antonio Fazio, entrambi approvano senza riserve la salatissima operazione. L’unico ad aver tratto un vantaggio dalla situazione sembra essere stato Emilio Botìn e il suo manager Ettore Gotti Tedeschi. Antonveneta pochi mesi dopo registrerà un passivo di 7,9 miliardi, una cifra insostenibile anche per Mps. Nessuno comunque pare chiedersi veramente come sia stato possibile sborsare una cifra simile per un prodotto scadente.

Il silenzio però non dura. Nel maggio del 2012 iniziano le prime indagini della procura di Siena, che silenziosamente avevano monitorato l’andamento di Rocca Salimbeni, prima con Mussari e poi quando questo è diventato presidente dell’Abi, Assobanche, con Profumo. Iniziano anche le prime improvvise perquisizioni, Siena è immobile ad osservare quello che succede al suo gioiello finanziario. Vengono indagati e poi prosciolti l’ex sindaco Ceccuzzi, Vittorio Grilli (attuale ministro dell’economia) e Anna Maria Tarantola, mentre Profumo prende le distanze dalla vecchia gestione e Mussari è escluso dalle indagini.

Per poco. Il 22 gennaio infatti Mussari si dimette immediatamente dalla presidenza dell’Abi per la nota inchiesta del Fatto Quotidiano che lo travolge completamente e che oggi ha portato ad un risvolto ancora peggiore. Oggi infatti, 26 gennaio 2013, la Finanza ha annunciato che l’indagine sta vertendo su un fondo da 2 miliardi di euro depositati presso una banca londinese direttamente da Mps. Quei due miliardi di surplus inspiegabile ai tempi dell’operazione Antonveneta. Pare che Santander fosse già pronta a chiudere la transazione per 7 miliardi di euro, ma un rilancio improvviso di Mussari avrebbe alzato l’asticella a 9,3 (poi 10). I 9 miliardi iniziali sono stati versati su due conti separati, 7 direttamente nelle casse di Santander e i rimanenti in un conto a Londra. Una tengente di proporzioni gigantesche, atta a soddisfare le necessità dei menager e dei vertici di Mps coinvolti nell’operazione, ma anche di politici. Questo, almeno, credono i Pm di Siena.

La domanda che sorge spontanea alla luce dei fatti e delle dichiarazioni quotidiane è: com’è possibile che nessuno sapesse niente?  Risulta effettivamente difficile credere che i problemi di Rocca Salimbeni fosserep dei perfetti sconosciuti all’interno del cosiddetto sistema.  Soprattutto perché, nel settore, la storia dei due miliardi di surplus, alla “prendi i soldi e scappa”, è divenuta una sorta di barzelletta da almeno un paio di anni. Le colpe forse non appartengono solo Mussari e al suo entourage. E’ giusto ricordare come Bankitalia abbia approvato l’operazione, dando il suo benestare, chiedendo a Mps solamente la ricapitalizzazione come garanzia, sapendo benissimo che di lì a poco sarebbe servito un aiuto di stato. E’ difficile anche non credere che l’approvazione di via Nazionale facesse il vantaggio di tutti e servisse a coprire la falla di un sistema di cui Antonveneta era il principale sintomo. E così le scelte, gli errori, il silenzio e anche l’avidità hanno oggi fatto crollare un sistema di interessi fondato su di un patto fra finanza e politica, un sistema che ha ridotto una città intera al silenzio e alla rabbia. Se non è questa l’ora per cambiare, quando mai lo sarà?

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Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
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