Morire per un lavoro

23/08/2013 di Giacomo Bandini

Disoccupazione giovanile

La storia di Moritz – Si può morire per inseguire il sogno di un vero lavoro? La risposta è sì. È successo a Moritz Erhardt, un ragazzo tedesco di 21 anni tirocinante presso la sede inglese della Bank of America. La sua giornata tipo negli ultimi 3 giorni della sua breve vita si può suddividere in due porzioni ben distinte. La prima comprende il solo lavoro, dalle 9 del mattino alle 6 del giorno successivo. La seconda, ben più ridotta in termini orari, include il rientro a casa, un ora di riposo e di nuovo sveglia. Il tutto farcito con una doccia e qualche caffè. Forse un tramezzino, se c’è tempo, ma parliamo di minuti quasi ininfluenti.

Morire di stage – Il coinquilino lo ritrova mentre credeva stesse vivendo la seconda porzione di giornata nella doccia, morto. Moritz soffriva di crisi epilettiche e dunque il suo corpo era stato nel tempo profondamente indebolito. Era più a rischio di tanti altri, il problema però rimane. È possibile lavorare come stagista 21 ore giornaliere, senza riposo e con un’alimentazione scarsa? A quanto pare sì, visto che sicuramente Moritz non era né il primo né l’ultimo, ma sicuramente non si può considerare una condizione umana. È altresì vero che la Bank of America è uno dei datori che paga meglio (3000 euro al mese), ma bisogna considerare che gli stagisti devono vivere a Londra. La città col costo della vita e gli affitti più alti d’Europa.

La questione permette così di far emergere una situazione sulla quale in Italia si tace troppo spesso nel mondo dell’informazione. Eppure circa 500 mila persone devono affrontarla ogni anno, facendo i conti con il tirocinio e con la falsa speranza di trovare un lavoro fisso per il futuro.

Le carenze delle imprese – Partendo dall’assunto che lo stage dovrebbe essere un periodo di apprendimento pratico ulteriore per il giovane fuoriuscito dalle aule scolastiche o universitarie, non è difficile dimostrare come industrie e società varie lo considerino spesso una mera perdita di tempo in cui devono gestire una persona in più, spesso indesiderata in quanto non qualificata pienamente e dunque ritenuta inutile. A tutto ciò si contrappone invece lo sfruttamento che molti subiscono in certe situazioni, oltre ai meriti non riconosciuti e ovviamente l’assenza totale di retribuzione. Manca visibilmente la via di mezzo, ma in Italia ce la siamo scordati spesso e in molte situazioni.

Una carenza legislativa reiterata – Sul versante legislativo, il precedente ministro Elsa Fornero ha tentato di regolamentare soprattutto l’aspetto dei “congrui contributi” ottenendo persino il sì della Conferenza Stato-Regioni. Sono state approvate però solamente delle linee guida da tradurre ancora in atto avente forza di legge. Il documento pilota indica  un’indennità minima variabile fra i 300 e i 600 euro, lasciando ampia discrezionalità alla Regione. Tale regolamentazione è poi prevista solamente per i tirocinanti extracurricolari, ossia chi è già diplomato o laureato, dimenticando completamente coloro che devono ancora completare gli studi.

Il lavoro che non arriva mai – Oltre alla grave mancanza di certezza normativa riguardo l’esperienza dello stage è necessario evidenziare un ulteriore problema generato dal sistema mal funzionante consolidatosi nel tempo. Spesso infatti lo stagista cade nella trappola della continua ripetizione del tirocinio senza mai arrivare ad un vero e proprio impiego. A volte perché vi è costretto in quanto non assunto dopo l’esperienza gratuita. Altre volte perché trasferito dal datore di lavoro in un’altra sezione, ma con le medesime funzioni e di conseguenza non vi è alcun cambiamento reale, tanto meno possibilità di carriera.

Volere è potere – Non serve dunque arrivare ogni volta alla tragica fine di Moritz per comprendere davvero quale sia la realtà che ci circonda. Basta guardarsi un attimo attorno e fermarsi a pensare. Pensare che il sogno di ottenere un lavoro è stato talmente distorto da fare in modo che si sia arrivati a morire pur di raggiungerlo. Eppure politica e società, insieme, potrebbero cambiare questa e molte altre situazioni, se solo lo volessero.

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Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
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