Moretti e il taglio degli stipendi ai maxi manager: cronache di un paese che ha perso la bussola

22/03/2014 di Luca Andrea Palmieri

Davanti ai presupposti di riduzione degli stipendi dei maxi manager pubblici prospettata dal governo, ieri l’Amministratore Delegato di Ferrovie dello Stato Mauro Moretti, ha dichiarato che, di fronte a questa prospettiva, in molti, lui compreso, avrebbero abbandonato il loro incarico, optando per l’estero. La provocazione del manager ha scatenato fondamentalmente ironie in rete, più qualche commento livoroso nei confronti di una classe dirigente che, per quanto meno di quella politica, ormai è carica d’astio nel paese.

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Mauro Moretti, Ad del gruppo Ferrovie dello Stato

La verità è che la questione riguardante i manager pubblica è, come spesso accade complessa, ma ciò non toglie che le parole di Moretti risultino fuori luogo. Nel suo caso specifico, è persino comprensibile il punto di vista da cui partono le sue parole: nel 2012 FS ha fatto un utile di 380 milioni di euro, per un’azienda che pochi anni prima contava perdite per miliardi.

Sta di fatto che la valutazione di un’azienda del settore pubblico non può essere limitata alle performance economiche. Lo si chieda a tutti quei pendolari che nel corso degli anni hanno visto diminuire i treni a loro disposizione, nell’ottica di una riorganizzazione che, sebbene abbia aiutato le casse aziendali, ha visto spesso venir meno l’interesse pubblico alla base del servizio, a favore di una corsia preferenziale per l’alta velocità che, per chi la sfrutta è sicuramente comoda ed utile, ma comunque unisce solo una decina di città italiane (ed ignora totalmente il sud). Senza contare il fatto che definire l’impresa, come ha fatto lo stesso manager, una che sta “sul mercato” è quantomeno poco realistico: è vero che, oltre a NTV nel settore dell’alta velocità, vi sono alcuni operatori locali (come Trenord), ma è altresì vero che Ferrovie dello Stato è l’unica nel settore che agisca sul suolo nazionale a tutti i livelli, senza contare la questione della rete, e la quota di mercato che l’azienda pubblica conserva: con oltre il 75% sulle tratte veloci (ergo percentuali ben più alte su tutto il mercato), se non si può parlare di un monopolio di fatto, poco ci manca.

E a ben poco vale anche il riferimento all’omologo tedesco e al suo stipendio di tre volte e mezzo superiore. Se la si vuole mettere da un punto di vista prettamente finanziario va notato anche che Deutsche Bahn, l’azienda tedesca dei trasporti ferroviari, valeva nel 2012 intorno ai 38 miliardi di euro, contro gli 8,2 di Ferrovie. Sarà anche vero che gli stipendi dei manager non possono essere direttamente commisurati al valore dell’azienda, ma è inequivocabile che le proporzioni siano diverse. Senza contare la semplicità del prendere ad esempio l’economia più dinamica e forte d’Europa, che può permettersi di pagare bene anche grazie alla sua efficienza di fondo.

Perché poi il punto fondamentalmente è uno: siamo in regime di spending review, e, per quanto qualcuno pensi il contrario, non è solo una questione di fiscal compact: è la necessità di riportare alla normalità una nazione che, praticamente da quand’è nata, ha sempre sprecato risorse pubbliche come se non si dovesse mai rendere conto a nessuno. E invece il momento di renderne conto arriva, oltre che sul piano finanziario come minimo nel rapporto tra le tasse che si pagano per mantenere vivi certi carrozzoni rispetto alla qualità del servizio che ne deriva.

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Rüdiger Grube, amministatore delegato di Deutsche Bahn

Questo ovviamente non vale solo per Moretti, anzi. Andando a prendere in considerazione tutti i livelli di governo sono migliaia le aziende che con una gestione che va dagli sprechi più assurdi a gestioni semplicemente sbagliate, hanno contribuito a creare la situazione odierna. La questione dell’”esempio” può apparire a qualcuno retorica, ma in realtà è essenziale. Non è possibile pretendere tagli alla base della pubblica amministrazione se chi sta al vertice, si tratti di amministrazioni, politica o società a maggioranza pubblica, non è disposto a tirare la cinghia. Perché quel che forse manca a certi livelli è la consapevolezza di fare parte di un sistema paese, integrato nella sua totalità e come tale suscettibile in ogni sua parte delle oscillazioni economiche. E per l’Italia questa è una delle ore più buie, tenuta in piedi da una ripresa fragile più che altro sostenuta dal cambio di trend mondiale, dopo anni neri in cui sono stati bruciati punti di Pil per miliardi e miliardi. Tutti siamo su questa barca, dall’ultimo della classe al super manager con più lauree, più poteri e più responsabilità, ed ovviamente più pagato.

E’ ovvio che i limiti più importanti siano quelli verso il basso, dati dalla soglia di povertà che sempre più famiglie rischiano di oltrepassare. Abbassare lo stipendio ai maxi manager non è solo un atto simbolico dunque, è un atto dovuto nei confronti di un sistema aziendale pubblico che per anni ha speso male ed ora è giusto che venga colpito, nei piani più alti, in base al modo in cui ha appesantito il sistema sociale del paese. Senza contare che, date certe cifre, il risparmio che ne consegue potrebbe essere, almeno in parte, investito per permettere a molti giovani di entrare nel mercato del lavoro: il solo 10% dello stipendio di Moretti permetterebbe a sette giovani di avere un contratto annuale dal minimo dei mille euro al mese.

Per carità, se a Moretti questo ragionamento non sta bene nessuno gli vieta di proporsi alle ferrovie tedesche. E’ comunque vero che i manager hanno il loro mercato, e se c’è qualcuno, in particolare nel privato, disposto a pagarlo di più, è giusto che ne consideri le possibili offerte. E’ altrettanto vero che in altri paesi, soprattutto anglosassoni, c’è il problema opposto, con molti bravi manager che non lavorano nel pubblico semplicemente perché non gli conviene. Ma ciò non toglie che in Italia la situazione sia opposta: rispetto ai risultati, rispetto all’intero paese, quei posti convengono troppo. E girano fin troppo tra i soliti volti, anche se spesso poco noti al pubblico. Che si cambi è doveroso: siamo l’Italia anche nel male, e questo vale, e deve valere, per tutti.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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