Il centro senza Monti

21/12/2012 di Giacomo Bandini

Pier Ferdinando Casini
Pier Ferdinando Casini, leader dell’UDC

Oggi doveva finire il Mondo e invece pare sia tutto ancora così, come si presentava ieri: Berlusconi lo si può trovare su ogni media possibile, 24 ore su 24, mentre racconta ogni giorno qualcosa di diverso. Bersani,  dopo il presunto successo delle primarie del centrosinistra (dove in realtà ha palesemente vinto Renzi), pian piano scompare. Nel mentre, Casini inserisce, al solito, in ogni frase, la parola “serietà” e la Lega Nord prova a racimolare gli ultimi granelli di dignità, ma Renzo Bossi è di nuovo indagato. E Monti? Super Mario, dato da alcuni come certo candidato di un Grande Centro, il fronte dei moderati d’Italia, ancora si muove silenziosamente nei meandri della politica italiana ed è avulso al sistema moderno della “grossa sparata” che attira voti nell’immediato; cosa farà, dunque, il Professore? E’ la domanda che sta tenendo in sospeso l’Italia anche nelle ultime ore. Già, perchè nonostante le notizie degli scorsi giorni, non è ancora tutto così scontato.

La prima notizia in merito è che il Prof. non ha chiamato Silvio, e quest’ultimo pare ci sia rimasto assai male, tanto da dichiarare: «Monti non ha ritenuto nemmeno di farmi una telefonata. Io mi vedo costretto a essere ancora il federatore dei moderati» e subito dopo muovere una durissima critica all’ultimo anno di governo, un anno in cui il paese si sarebbe piegato ai voleri dell’Europa tedesca e dello spread. La tattica di Berlusconi, sempre la solita peraltro, è di invadere ogni schermo e di presentare uno schema fisso: no ICI (cioè no IMU), meno tasse, la magistratura governa, i comunisti esistono ancora. Tecnica rodata e di sicuro funzionamento, con l’obbiettivo di rosicchiare qualche punto percentuale alla parte più populista del Paese e ricompattare le fila prima del rush finale dei prossimi mesi. Le stime attuali infatti dicono che il PD ha perso negli ultimi giorni quasi il 2%, il M5S quasi l’1% tutti a favore di PDL + 1,5% e Lista di Montezemolo + 1%. Non parliamo di grandi cifre chiaramente, ma qualcosa si è mosso e il ritorno di Berlusconi ha ovviamente attirato l’attenzione lontano dai veri guai del suo partito che si sta sempre più spaccando, concentrando piuttosto l’occhio dell’opinione pubblica sui processi del Cavaliere (che novità!), sulla sua nuova fidanzata e sulle grandi frasi a effetto che solo lui sa utilizzare con tanta maestria.

La seconda notizia è che qualche indiscrezione, qualche voce di corridoio ha dichiarato questa mattina che Monti non avrebbe intenzione di candidarsi né per il Terzo Polo, né con una lista tutta sua in appoggio al Centro di Casini e Montezemolo. Le motivazioni che avrebbero portato a tale scelta pare che siano l’eccessivo rischio di arrivare terzo fra gli schieramenti in lista e ovviamente la non volontà di essere a capo di una coalizione moderata patrocinata da Silvio Berlusconi, motivazioni un po’ scarne a dire il vero. Nulla di ufficiale comunque. Tutti dunque sono in attesa di Monti, ma nessuno ha concretamente preso in considerazione l’ipotesi di un suo passo indietro, nessuno riesce a vedere le prossime elezioni senza il Professore candidato. Ma se ciò accadesse? Quale dunque lo scenario se Mario Monti non si candidasse e ci avesse seriamente ripensato?

A questo punto, dinnanzi all’elettore le proposte politiche di possibile successo sarebbero concretamente solo tre. Da un lato il centrosinistra guidato da Bersani, con Nichi Vendola a sinistra, il piccolo Partito Socialista e qualche spezzone di centro orientato a sinistra, alla Tabacci per intenderci. Quindi il Movimento 5 Stelle, diventato oramai una realtà stabile del contesto politico italiano, forse accreditato di un consenso superiore a quello che effettivamente riscuoterà alle elezioni politiche (dove si finisce per votare con modalità assai diverse da quelle delle amministrative e dove, al momento fatale di mettere la scheda nell’urna, non sempre si sceglie secondo quanto si è detto o pensato nelle settimane precedenti), ma comunque un blocco da almeno il 15% di voti. Infine il centrodestra, ormai ritornato in mano al Cavaliere, senza primarie interne, senza alleati, diviso come non mai e con una porta aperta alla Lega Nord di Maroni, per ora ancora sola.

Quello che agli elettori a questo punto non appare chiaro è cosa voglia il centro, da chi sia effettivamente formato e quale leader effettivo possa avere a fronte di un, seppur poco probabile, improvviso dietrofront del Professore. Ad oggi non risultano chiari né la strategia delle forze del Terzo Polo né le idee condivise (o meno) con le quali si presenterà al voto. Il Centro, in questo momento, è un buco nero, o se si vuole un mistero, o un problema irrisolto. L’idea di un Terzo Polo che dovrebbe ricomprendere, per lo meno, l’Udc di Casini, il Fli di Fini e il movimento “Verso la Terza Repubblica” ispirato da Montezemolo (che a suo volta ingloba la Fondazione di quest’ultimo Italia futura, le Acli, la Cisl e la Comunità di S. Egidio) non appare infatti così scontata agli occhi stessi dei protagonisti. Il centro rischierebbe così, senza il Professore, di andare alle elezioni disunito, senza una strategia chiara e privo di un leader significativo. E’ vero, c’è Casini, l’unico che possa contare su un partito minimamente strutturato e su una quota di consenso stabile e minimamente significativa (all’incirca del 5%), ma è più probabile che opti per un accordo con Bersani, un accordo che salverebbe se stesso e la sua formazione.  Nulla a che vedere, quindi, con l’idea di creare un polo alternativo alla sinistra, alla destra leghista-berlusconiana e al populismo di Grillo, in grado di attirare il voto di quei milioni di italiani che per convenzione vengono definitivi “moderati”. Un progetto che è sempre stato ambizioso, ma che rischia di rivelarsi velleitario e fallimentare.

Che scelta farebbe dunque, il grande bacino elettorale dei moderati, non apertamente schierato e privo di una guida che lo convinca veramente? La soluzione più probabile è l’affidarsi, in primis, ad un crescente astensionismo che, seppure in lieve flessione fisiologica con l’avvicinarsi alle elezioni, si rivelerà il fattore chiave della prossima stagione politica. La vera sfida dei prossimi mesi e anni, dunque, senza Monti in gioco, sarebbe riconquistare quel settore sfiduciato e non rappresentato, tradito dalla stessa politica e dai partiti tradizionali. Una fetta “grigia” di elettorato che attende, ancora, di essere convinto da qualcuno e che, secondo i dati del Cise, potrebbe variare dal 32% al 35%. Senza il Professore nè una credibile offerta politica di centro, comunque, almeno per queste elezioni, preferirà probabilmente attestarsi sulle barricate del non-voto simbolico. Tutto questo se Monti non si candidasse, ma si sa, la storia è segnata dalle azioni di ogni individuo e Super Mario ha in mano il potere di cambiare ogni cosa e sparigliare la scena.

Giacomo Bandini

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Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
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