La scelta di Monti è il “bene dell’Italia”?

09/01/2013 di Andrea Viscardi

lista-montiIl tema politico centrale delle ultime settimane è stato l’ascesa, come lui stesso l’ha definita, di Mario Monti in politica. Il Professore, probabilmente, si sarebbe aspettato un risultato migliore di quel 15% che, ad oggi, volendo essere generosi, viene attribuito dai sondaggi. In questo, però, l’inquilino uscente di Palazzo Chigi è stato molto meno freddo e calcolatore che in passato.  In realtà, un parziale fallimento della sua lista era più che prevedibile.

Il governo tecnico, d’altronde, non ha goduto, tra gli italiani, della stessa stima mostrata a livello internazionale verso il Professore. Per capirlo, però, non c’era bisogno di candidarsi e aspettare i primi sondaggi: il dato era già palese negli ultimi mesi di governo. Le modalità con cui Monti ha deciso di portare a termine quanto cominciato dal suo governo, inoltre, sono ben lungi dal non  essere discutibili.

La scelta di porsi a capo, ma quasi esternamente, ad una coalizione formata da Casini e Fini, quindi da Montezemolo, appare fallimentare già in principio. Per quanto lo scranno di Presidente del Consiglio spetterebbe a Monti, queste tre personalità sono tutto fuorché icone di successo politico. Anzi, la loro morte, politicamente parlando, sarebbe stata assicurata al termine di queste elezioni che si sarebbero concluse, per usare un eufemismo, con l’ennesimo fallimento.

Montezemolo aspettava ben altro consenso dalla sua avventura politica. Casini rappresenta il prodotto incompiuto, l’erede fallito della vecchia DC, quel vorrei ma non posso, ancorato, nei modi, nei valori, alla Prima Repubblica, con una differenza di spessore sia a livello carismatico che di seguito rispetto, tanto per citarne qualcuno, a un Fanfani o anche a quel De Mita protagonista, sul finire degli anni ’80, della crisi della Balena Bianca. Un eterno incompiuto, insomma, che ha costruito all’UDC uno spazio politico basandosi sui nostalgici dei tempi andati.

Gianfranco Fini, poi, è l’icona del trasformismo della “miglior” specie, nulla da invidiare a quello descritto ne “I vecchi e i giovani” di Pirandello. Post fascista prima, sostenitore di una destra europea poi, quindi esponente di un centro destra, con poca destra, difficilmente inquadrabile anche a distanza di quasi due anni . Quello che lo caratterizza, tra l’altro, è la percentuale di elettorato che è riuscito a bruciare in ogni sua trasmutazione, passando nel giro di sei anni da un consenso del 12% e da una base di iscritti superiore alle 180 mila unità a un misero, e forse anche esagerato, 2%.

Insomma, la scelta, di per sé, non è stata sin da subito delle migliori, almeno in prospettiva. Vero anche, in ogni caso, che le alternative sarebbero state inesistenti. Impossibile, infatti, accettare l’offerta di Berlusconi, mentre, dall’altra parte, le porte erano chiuse, almeno per quanto riguarda un ruolo politico di primo piano.

Un altro errore del Professore è stato quello di non considerare lo scarso appeal che potrebbe avere, oggi – più tra i cittadini che tra i politici – la rinascita di una nuova Democrazia Cristiana e il recupero, da parte del Professore, di quelli che possono essere tranquillamente definiti degli zombie della politica. Il problema è che la strategia montiana, per come impostata, sembra, almeno in parte, indirizzata in questo senso. Secondo molti rappresenta comunque un passo avanti, una rottura con il bipolarismo fallimentare degli ultimi anni. Nell’opinione di chi scrive, invece, rappresenta solo un rischio ukteriore per la governabilità del Paese.

Il grottesco della sua scelta, infatti, risiede nelle due conseguenze principali di mettersi in gioco, pur consapevole di uscirne, addirittura, come terza, se non quarta, forza politica del Paese. Pressioni internazionali, ambizione personale, volontà di portare a termine quanto iniziato nell’anno passato? La realtà dei fatti è che, un fallimento elettorale, ridimensionerebbe il ruolo svolto da Monti e dal suo governo tecnico. Ma non solo. La lista Monti rischia addirittura, in un gioco di paradossi, di andare contro all’interesse che ha sempre spinto il Professore, cioè quello di fare il “bene dell’Italia”. Perché il rischio è quello di provocare solamente un aumento dell’ingovernabilità del Paese. Se fino a un mese fa un PD vittorioso avrebbe avuto piena governabilità anche in Senato, oggi, tale obbiettivo, appare ben distante dall’essere sicuro. La causa, oltre all’aumento dei consensi ottenuto dalla nuova coalizione guidata da Berlusconi è da individuarsi proprio in quel 15% rappresentato dalla Lista Monti, composto, in parte, da un elettorato di centro-sinistra esodato dal PD anche per la presenza di Sel. Se proprio vogliamo dirla tutta, poi, nelle ultime settimane più di una voce ha sostenuto la similarità di agende tra Bersani e Monti. Perchè allora, rischiare un pasticcio simile?

Per ottenere la governabilità, tra un mese, probabilmente Bersani dovrà, in caso di pareggio in Senato, aprire ad un’alleanza con Monti, moltiplicando i rischi e le tensioni tra diverse personalità politiche. Bersani, Vendola, Fini, Montezemolo, Casini, Monti e, probabilmente, anche Renzi. Situazione ancora più complessa del paventato triumvirato di inizio Dicembre (Bersani, Vendola, Casini). Il risultato, onestamente, mette paura. I tempi della DC sono lontani e le ultime legislature hanno dimostrato quanto, l’unica personalità capace di mediare tra diverse visioni sia stata, seppur non sempre, quella di Berlusconi. Prodi e quelli prima di lui hanno dimostrato, invece, quanto quest’abilità non sia insita nella sinistra italiana neanche all’interno di una coalizione presentatasi unita alle elezioni, figuriamoci in una sorta di coalizione da negoziare di volta in volta. Certo, le posizioni forse sono meno distanti di un tempo, ma il rischio è più che concreto.

Il risultato quindi, può essere devastante, sia per Monti  che per l’Italia intera. Per Monti perché, come detto, uscirebbe pesantemente ridimensionato, privato di quell’immagine da consegnare ai libri di storia costruita con tanta fatica nell’anno precedente. Per l’Italia perché la volontà del Professore di non abbandonare il campo e di voler continuare a giocare un ruolo fondamentale nel nostro Paese rischia, oggi più che mai, di rallentare il lavoro del prossimo governo, fondamentale per il futuro della nazione o addirittura, nel caso peggiore, di rendere ingovernabile lo stesso alla prima rottura con Bersani, in un’ottica di un’alleanza, in realtà, ancora ben lontana dall’essere scontata.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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