Monti e Segni, il fallimento dei due Mario

03/04/2013 di Giacomo Bandini

Mario Monti- Monti: la sua storia è cosa oramai nota a tutti. Quella passata come quella più recente, caratterizzata dal fallimento elettorale. Si è parlato di occasione sprecata, di errori strategici durante la campagna, di problemi di comunicazione, ma la causa della sua rovina viene individuata soprattutto nell’alleanza stretta con il duo Casini – Fini. I sondaggi, difatti, davano la lista del Prof. in netta crescita verso Natale, con un eccellente 20%. Una percentuale, per chi si è appena candidato, da record. Eppure, nonostante le premesse lo vedessero come potenziale ago della bilancia del futuro scenario italiano, all’esame finale è stato bocciato. Sonoramente. In questi giorni è tornato alla ribalta, è vero, ma solo per la prorogatio obbligatoria al suo governo, successiva al fallimento delle consultazioni.

Mario MontiMario Segni – Tutta questa premessa non serve a ricordare né a infierire sul fallimento del Professore. Non è il nostro obiettivo. Questo articolo, infatti, va in cerca di qualcosa di più remoto, più sfumato. Qualcuno si ricorda per caso di Mariotto detto Mario Segni e del termine “rivoluzione mancata”? Segni nasce a Sassari nel ’39 dove si laurea in giurisprudenza per poi dedicarsi all’insegnamento della medesima a Padova. E’ il figlio di Antonio, Presidente della Repubblica nel 1962 e uno dei padri fondatori della Democrazia Cristiana. Come il padre, aderisce al grande partito della Prima Repubblica. All’interno della DC riesce a fare carriera fino a ricoprire la carica di europarlamentare e sottosegretario all’Agricoltura. Cos’hanno in comune dunque i due Mario, visti i curricula così diversi fra loro e un’estrazione culturale-politica non proprio combaciante? Per comprenderlo occorre raccontare ancora qualcosa sulla storia di Segni.

I primi referendum – Mariotto, nel 1987, ha creato una corrente tutta sua, sfruttando la fase calante della DC. Diventa così una figura preponderante nella scena italiana, tanto da richiedere (insieme ad altre figure di spicco come Gianni Agnelli e Montezemolo), nel 1991, un primo referendum per riformare la legge elettorale, che utilizzava allora il sistema proporzionale. Solamente un quesito, fra quelli proposti, viene approvato dalla Corte Costituzionale, ed è quello richiedente l’abrogazione delle preferenze multiple alla Camera. La vittoria del sì è schiacciante: 95%. Segni è il primo firmatario. La sua popolarità cresce ulteriormente. Sulla scia dell’entusiasmo, nel 1992, crea un movimento, chiamandolo Popolari per la Riforma. L’obiettivo, questa volta, è il passaggio dal proporzionale al maggioritario.

La popolarità – Il 1993 è un anno cruciale. Mani Pulite ha decimato le fila dei due protagonisti della politica italiana: Dc e Psi. Mario Segni abbandona il suo partito originario e si dedica principalmente al perseguimento degli obiettivi proposti  nuovamente utilizzando lo strumento dell’appello diretto alla popolazione. Il ’93 infatti è ricordato anche per essere l’anno dei referendum abrogativi per eccellenza. I Radicali, attivi tanto quanto Segni, supportano alcune delle proposte dei Popolari per la Riforma ed aggiungono altri quesiti. I cittadini sono chiamati ad esprimersi su numerosi aspetti della società politica del tempo: le competenze delle Usl, l’abolizione di vari Ministeri ritenuti superflui e accorpabili come Agricoltura, Partecipazioni Statali, Turismo e Sport, fino ad arrivare all’introduzione del sistema maggioritario per il Senato. La fama e il prestigio di Mario Segni raggiungono qui il loro apice: le sue proposte ottengono percentuali altissime di sì alle consultazioni. Apprezzato e sostenuto da altre figure di spicco del periodo, la sua vocazione popolare e di intercettamento delle issues dell’elettorato ne fanno l’uomo del momento. Ricorda Mario Monti quando prese le redini del governo, con le dovute differenze. Tutti però lo acclamano.

Il biglietto vincente – È indicato da molti come il Presidente del Consiglio del cambiamento, piace a destra e persino alla sinistra. Ricorda qualcuno? Era un moderato in un momento di difficoltà per il Paese. Gianni Agnelli disse: “Segni ha in mano il biglietto vincente della lotteria”. Tutto giocava dunque a suo favore. Era dato anch’egli in ascesa dai sondaggisti, poteva rappresentare l’ago della bilancia e il negoziatore/candidato privilegiato per un governo rappresentativo di quella parte di moderati italiani in cerca di una guida nel periodo di smarrimento generale e senza più la vecchia Dc. Persino qui ricorda molto la situazione di Monti a fine dicembre.

Cosa successe? – Successe che Segni, come il suo omonimo negli ultimi mesi, non seppe sfruttare il consenso attorno alla sua figura. Nel 1993 era stato fra i cofondatori di Alleanza Democratica (La Rete), un nuovo partito di centrosinistra da cui uscì pochi mesi dalla sua creazione per ricollocarsi al centro con il Patto Segni. Il progetto si rivela però fallimentare. Un po’ per incapacità del leader, un po’ per la situazione sfavorevole che vide l’enorme favore popolare per Segni non concretizzarsi in un analogo riconoscimento col suo partito. Se si aggiungono poi lo spostamento fisiologico dell’asse politico verso sinistra e la discesa in campo di Silvio Berlusconi, grande mattatore delle elezioni ’94, le conclusioni non possono che essere nefaste. Il Patto Segni ottenne difatti un misero 4,3%. La disfatta fu compiuta, e il suo protagonista finirà ben presto per perdere tutto il prestigio guadagnato.

Il finale – Qualcuno potrebbe obiettare: la storia di Monti non è andata proprio come quella di Segni. È vero. Le vicende sono diverse, ma permane l’ipotesi che anche il Professore avesse una specie di “biglietto vincente”. La popolarità del personaggio, Monti soprattutto all’inizio della sua carriera da tecnico, la rappresentanza dei moderati, la sensazione di poter “stravolgere” gli equilibri formatisi fino a qual momento, l’opposizione forte a Berlusconi, il consenso maggiormente spostato verso il leader piuttosto che al movimento. Questi sono gli elementi in comune ai due omonimi personaggi. Entrambi non hanno portato a termine il loro potenziale, entrambi sembrano eterni incompiuti. Uno è stato riposto nel dimenticatoio, l’altro vi sembra destinato, con l’eccezione odierna. Per l’uno si parla di “rivoluzione mancata”, per l’altro di “rivoluzione moderata”. La triste fine di Segni deve però far riflettere l’omonimo Presidente del Consiglio: verrà anch’egli ricordato per sempre come un grande fallimento?

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Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
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