Monti: un problema di comunicazione politica

18/01/2013 di Federico Nascimben

Mario Monti

Credo che Monti abbia un problema di fondo: come direbbe un mio amico, cerca di applicare il metodo scientifico alla vita e, soprattutto, alla politica. Come testimoniato da pagella politica sembra non mentire mai, sembra non dire mai il falso, non sbagliare mai un numero, una citazione, una cifra: è un uomo “esatto” che applica una scienza esatta. C’è solo un unico problema, un’unica grande difficoltà: tutto questo a livello comunicativo non funziona. Il cittadino/elettore – quando parliamo di politica – alla fin fine ha bisogno di emozionarsi, di sentirsi parte, di poter credere ad “un qualcosa”. Deve sentirsi coinvolto, deve potersi identificare nelle tue parole e nella tua visione del Paese.

Di tutto ciò, ne ho avuto l’ennesima controprova mentre ascoltavo l’intervista di Monti a SkyTG24 da parte di Ilaria D’Amico. Nonostante l’inadeguatezza – a mio avviso – della conduttrice, il Professore è riuscito a farsi mettere in difficoltà. Non ne è uscito vincitore perché troppo ingenuo: si racconta, si scopre (e quindi si svela per ciò che è veramente) al proprio intervistatore. Non conosce il “politichese”, anche quando vuole recitare la parte del democristiano il tutto sembra troppo forzato, troppo finto, come se da dietro le quinte ci fosse Casini a suggerirgli le parole.

Il vero problema di fondo – come D’Alimonte ha raccontato – è che la sua scelta di “salire in politica” non è stata dettata da personalismi, ma “da un forte senso del dovere”: evitare che tutto ciò che era stato fatto dal suo Governo andasse per sempre perduto con la nuova legislatura. Credo che nella strana candidatura di Monti vi siano due importanti problemi alla base.

Primo problema. Non è stata fatta una scelta chiara fin dall’inizio. Sono sempre stato dell’idea che Monti, nel momento in cui decise di “metterci la faccia”, avrebbe dovuto rinunciare al suo posto da Senatore a vita (d’altronde il precedente c’è già ed è quello di Arturo Toscanini) e optare per una candidatura diretta, presentando una lista unica che portava il suo nome sia alla Camera che al Senato, invece tutto ciò non è successo ed il vero vincitore è risultato essere Casini. Certo, una candidatura diretta avrebbe comportato dei problemi di stampo politico soprattutto con Napolitano, ma era l’unica possibilità per poter puntare ad essere maggioranza nel Paese. D’altro canto non dobbiamo dimenticarci che nessun Governo ha mai goduto di una fiducia così ampia da parte degli italiani, i sondaggi hanno sempre attestato cifre che si aggiravano attorno al 50%: sarebbe stato un ottimo lascito da cui ripartire. Inoltre, permane un altro grosso problema di fondo che Monti non ha capito: la maggior parte degli italiani si identifica ancora secondo l’asse destra-sinistra, non sono ancora pronti a schierarsi secondo il “nuovo” asse vero riformismo/falso riformismo oppure europeisti/antieuropeisti. I tempi non sono ancora maturi.

Secondo problema. Non si è circondato di uno staff competente. Il Professore deve levarsi la nomea di “grande tassatore”, di persona vicina alle élites ed alle banche e lontana dai problemi della gente. Da questo punto di vista è la comunicazione che fa la politica: deve riuscire a semplificare il suo linguaggio senza snaturare la sua natura e la sua persona e quindi non perdere in credibilità; deve cercare di “sloganizzare” un po’ il suo linguaggio; deve andare subito al punto della questione, dicendo come intende lui risolvere i problemi, e poi passare all’analisi – invece tende a fare sempre il contrario. Ma soprattutto deve spiegare agli italiani perché è stato chiamato LUI a governare il Paese in un momento così difficile, e perché non era possibile che fosse la politica a risolvere la situazione che si era venuta a creare nel tempo; deve spiegare agli italiani che la politica doveva fare una sola cosa durante quei tredici mesi: approvare una nuova legge elettorale e tagliare i costi della casta. Non ha fatto né l’una né l’altra cosa: dal punto di vista delle riforme interne al Parlamento sono stati tredici mesi perduti e l’ennesima occasione persa. Monti avrebbe dovuto cavalcare tutto ciò, avrebbe dovuto spiegarlo agli italiani in maniera semplice e continua. Purtroppo rimane questo l’unico modo per far passare un messaggio in politica. Sarebbero stati questi i suggerimenti che gli avrei dato se fossi stato parte del suo staff.

In definitiva, il Professore avrebbe dovuto porsi come unico vero grande innovatore, l’unico in grado di riformare il sistema e di dare quindi risposte concrete a ciò che gli italiani pretendono in un momento di forte crisi. Invece tutto questo non gli è riuscito e si è trovato costretto a dover pagare pegno a Fini e Casini. Ma come si può essere veramente liberali e riformisti avendo in squadra questi due?

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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