No money, no gas: l’UE tenta mediazione Mosca- Kiev e rischia l’inverno

16/06/2014 di Redazione

Geopolitica dell'Energia

È più che apprezzabile lo sforzo di mediazione fatto da Guenther Oettinger, Commissario europeo per l’Energia, nella trilaterale Russia-Ucraina-UE nella notte tra domenica 15 e lunedì 16 giugno. La disputa sul gas tra Mosca e Kiev non è stata risolta e al momento non vi sarebbero nuove date fissate per riprendere il dialogo. L’Unione Europea, tramite il Presidente della Commissione Barroso e il Commissario Oettinger intende, però, invitare le due parti ad incontrarsi nuovamente dopo questa prima fase esplorativa. La guerra commerciale del gas rischia, infatti, di avere ricadute sul resto del territorio europeo, dato che il 30-33% dei rifornimenti europei passa attraverso Kiev.

“L’Ucraina è un partner importante per l’Unione Europea”– ha affermato il Commissario Europeo per l’Energia, ma altrettanto importante è il rapporto con Mosca. Sebbene per ora non vi siano problemi nelle fornitura di gas all’Europa, se la disputa tra Ucraina e Russia non verrà risolta e se le riserve non verranno integrate ora, “in inverno potremmo tutti trovarci davanti a un problema”- ha continuato Oettinger. Capiamo il perché.

Energia e Gas: Europa e RussiaIl pomo della discordia passa attraverso i gasdotti russi. Nel 2009 Yulia Tymonshenko firmava con Putin l’accordo per le forniture del gas: l’Ucraina avrebbe pagato 485$ per 1000 metri cubi di gas fornito da Gazprom, la più grande compagnia russa per produzione di gas naturale. Ad oggi, Gazprom rivendica su Kiev 4,45 miliardi di dollari di debito per il gas dell’Ucraina – di cui 1,45 miliardi per le fatture di novembre e dicembre 2013 e 3 miliardi di dollari per gli acquisti d’aprile e maggio 2014. Da parte sua Naftogaz, la società di stato ucraina, oggi avvia un arbitrato alla corte di Stoccolma nei confronti di Gazprom per recuperare il sovrapprezzo pagato dal 2009 per la fornitura di gas russo e chiede che venga stabilito un prezzo equo che si aggiri intorno ai 300$ per mille metri cubi. Sul mercato europeo, infatti, il gas russo viene ceduto per 387$ per mille metri cubi per gli acquisti invernali e 280$ per quelli estivi.

No money, no gas. Secondo la proposta europea, da una parte l’Ucraina avrebbe dovuto pagare 1miliardo di dollari subito e continuare a saldare il resto del debito in sei rate entro dicembre 2014, dall’altra la Russia avrebbe dovuto vendere il gas a 385$ dollari per mille metri cubi in inverno e 300$ in estate. L’aumento dell’80% delle tariffe deciso da Mosca nell’ultimo trimestre, e il precipitare della crisi per via dell’annessione della Crimea, hanno però portato Kiev ad aggravare la sua morosità. In seguito al mancato pagamento anticipato per le forniture ucraine di giugno, il monopolista russo Gazprom ha così annunciato di aver interrotto le forniture a Kiev. Mosca ha posto il grande diniego alla proposta europea e ucraina, insistendo sul pagamento immediato di 1,95 miliardi di dollari e fissando un prezzo d’acquisto unico di 385 dollari. I negoziati – annuncia Mosca- verranno ripresi solo al pagamento delle forniture pregresse. Secondo il portavoce del Commissario europeo per l’energia, Sabine Berger,
“il livello delle riserve ucraine è oggi di 13,5 miliardi di metri cubi e, per assicurare la sicurezza della fornitura del gas russo acquistato dall’Unione europea, l’Ucraina dovrà completare le sue riserve prima della fine dell’estate per contenerne tra 18 e 20 miliardi di metri cubi”.

Impatto notevole – La fornitura di Gas che la Russia garantisce ai paesi europei rappresenta una quota considerevole del fabbisogno energetico dei 28 membri dell’Unione Europea, tanto da raggiungere una media del 24% del totale delle importazioni di gas naturale, con punte del 100% nei Paesi baltici, le cui vie di approvvigionamento non passano tuttavia dall’Ucraina. I Paesi che più sarebbero esposti all’aumento dei prezzi, o peggio alla diminuzione delle forniture, sono alcuni ex stati-satellite dell’Unione Sovietica, quali Ungheria,Romania e Bulgaria, e l’Italia, che importa dalla Russia gas per circa il 30% del suo fabbisogno. Si può tuttavia osservare che l’interdipendenza e la necessità di diversificare è una priorità anche della stessa Russia, dal momento che Mosca esporta l’85% del suo gas verso l’Europa.

Obiettivo: diversificare – Per questo motivo il Cremlino si è mosso annunciando, pochi giorni fa, la conclusione di trattative decennali con la Cina, che porteranno fino a 38 miliardi di metri cubi di gas l’anno verso Pechino ad un prezzo molto simile a quello praticato per i clienti europei (si parla, nel complesso, di 400 miliardi di dollari). Questo significa che la Russia sta tentando di svincolarsi dall’eccessiva esposizione verso i Paesi UE, che non le permette, al momento, di minacciare seriamente Bruxelles. Per quanto riguarda l’Europa, le alternative sono ancora più scarse: nonostante le pressioni americane, il gas Statunitense non sarebbe sufficiente a sopperire alla diminuzione delle forniture russe e avrebbe inoltre prezzi molto più elevati e difficilmente sostenibili per Paesi già in gravi difficoltà economiche come l’Italia. Lo Shale gas di cui molto si è parlato, e che ha permesso agli USA di diventare uno dei principali produttori mondiali, non è altrettanto facilmente reperibile in Europa, sia in termini di costi, sia in termini di normative. Infine, la possibilità di aumentare le forniture provenienti dal Nord Africa non garantisce maggiore stabilità rispetto alla situazione Ucraina, e il caso della Libia e del suo petrolio ne sono un esempio molto chiaro.

Quali opzioni? –Sicuramente le imprese sarebbero fortemente colpite dall’aumento dei prezzi, specie nel nostro paese, che già propone costi per l’energia molto più cari che altrove. Questo tuttavia potrebbe comportare, come effettivamente già sta avvenendo, ad un aumento certamente positivo dell’efficienza energetica e della gestione delle scorte di materie prime. L’apertura di nuovi gasdotti e nuove tratte potrebbe giovare, permettendo di aggirare, di volta in volta, zone instabili, ma l’immancabile opposizione dell’opinione pubblica di fronte alla realizzazione di opere così complesse (come sta avvenendo in Puglia per il cosiddetto TAP,che dovrebbe portare gas in Italia direttamente dal Mar Nero) ritarda l’applicazione di queste soluzioni.

Organizzazione mondiale del commercio. La Russia ricorre al pugno duro anche rispetto all’Unione Europea. Sul caso della costruzione del gasdotto South Stream, Mosca si è appellata all’OCM, dubitando della compatibilità delle regole europee al diritto internazionale. Secondo la regolamentazione UE, vi sarebbe incompatibilità tra la fornitura e l’accesso ai gasdotti; in altri termini, per Bruxelles il monopolista russo Gazprom sarebbe in difetto.

La situazione dunque è molto complessa: l’Europa non può fare a meno del gas russo, ma dal canto suo, nemmeno la Russia può permettersi di rinunciare ai suoi clienti europei. Fintanto che lo sviluppo di energie rinnovabili non le renderà competitive con i combustibili fossili, continueremo a dipendere per larga misura dalle situazioni politiche dei Paesi fornitori, lasciando alla diplomazia pochi margini di manovra.

 

Elena Cesca e Alessandro Mauri

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