Mogherini e la carica di Alto Rappresentante: conviene veramente all’Italia?

16/07/2014 di Elena Cesca

Nel summit di questa sera a Bruxelles il Consiglio Europeo si riunirà per decidere il successore del presidente Herman Van Rompuy e verranno presentate le nomine per la carica di Alto Rappresentante finora ricoperta da Catherine Ashton. Converrebbe all’Italia candidare il proprio Ministro degli Esteri?

Federica Mogherini

Altro Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza. Mentre il Consiglio è nominato per un mandato di due anni e mezzo, rinnovabile una sola volta, l’Alto Rappresentante servirà per un mandato di cinque anni. La sua nomina è deliberata dal Consiglio europeo a maggioranza qualificata, con l’accordo del presidente della Commissione, mentre la sua elezione è soggetta ad un voto di approvazione del Parlamento europeo. Innanzi alla nomina di un euroscettico come Philip Hammond a Ministro degli Esteri britannico e all’alta presenza di euroscettici nel Parlamento europeo, la composizione della nuova Commissione e le posizioni di Presidente del Consiglio e dell’Alto Rappresentante dovranno essere – oltre ad essere bilanciate geograficamente e in genere – ben pensate e adattate alla pianificazione del neo presidente della Commissione Junker, altrimenti si rischierebbe lo stallo istituzionale.

Compiti e funzioni. Secondo il Trattato di Lisbona, l’Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza è anche vice presidente della Commissione, capo dell’Agenzia Europea di Difesa e presiede il Consiglio “Affari esteri”. È incaricato di guidare la politica estera e di sicurezza comune (PESC) dell’Unione, contribuendo a questa con le sue proposte;  è inoltre responsabile del coordinamento degli altri aspetti dell’azione esterna. In poche e semplici parole, dovrebbe fungere da ministro degli esteri europeo e fare in modo che i 28 stati membri parlino, nei rapporti con gli stati terzi, come un’unica voce. Una funzione ben lontana dall’essersi esplicata sotto la guida della Ashton.

Questioni e problematiche. L’Unione Europea non ha, ancora, una politica estera comune. Né, tantomeno, ha una politica di difesa comune. Entrambe sono prerogativa degli stati membri e, il trattato conferma, sono discusse in sede di Consiglio. Per i nostalgici del Trattato di Maastricht, le due politiche appartengono a quello che una volta era definito come secondo pilastro e vengono trattate secondo il metodo intergovernativo: non sottendono, quindi, a quello comunitario. Tra la Commissione – garante dei Trattati -, un Parlamento rafforzato e la inamovibilità degli stati di cedere sovranità anche nel campo della politica estera e di difesa, appare chiaro quanto l’Alto Rappresentante dovrà essere capace di bilanciare le visioni eurocentriche e intergovernative. Ancor di più: esso dovrà dialogare con gli alleati statunitensi, con i vicini russi e i dirimpettai del Mediterraneo. Si necessita, quindi, di una persona che abbia navigato nelle acque poco calme della diplomazia e sia esperta di affari esteri.

Commissione EuropeaMogherini: esperienza, ma non troppa. Il Ministro degli Affari Esteri, Federica Mogherini, potrebbe apparire un buon candidato alla carica di Alto Rappresentante. Classe ’73, laurea in Scienze Politiche e una, relativamente, lunga esperienza come responsabile delle relazioni internazionali dei Democratici di Sinistra, e di Europa e Affari Internazionali nella Segreteria Nazionale del Partito Democratico, dal dicembre 2013. Parlamentare dal 2008, ha ricoperto la carica di Segretario della Commissione Difesa ed è stata membro della delegazione italiana all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, della Commissione Affari Esteri, nonché Presidente della Delegazione italiana all’Assemblea Parlamentare della NATO dall’agosto 2013 allo scorso febbraio quando, ad appena 40 anni, è divenuta l’inquilino principale della Farnesina.

Mogherini filorussa? Durante la sua carriera, il nostro Ministro avrà maturato una non trascurabile conoscenza dei temi e degli affari esteri, sebbene non ancora paragonabile a quella di navigati politici europei ed italiani, come Massimo D’Alema. Sarebbe proprio la sua relativa esperienza, unita ad una certa inclinazione filorussa – impressione tutta della Polonia e dei Balcani – a frenare la sua candidatura. Si vocifera siano dieci i Paesi che contrasterebbero l’ascesa della Mogherini e non sarebbe un caso che proprio dieci siano i paesi dell’Europa centrale e orientale, ex comunisti, entrati nel 2004 e nel 2007, che vorrebbero un approccio meno soft con Mosca.

Sul primo punto, sarebbe già pronto un team di esperti, capeggiato da Ferdinando Nelli Feroci, ex ambasciatore italiano a Bruxelles e ora Commissario all’Industria ad interim. Sulla vicinanza del Ministro Mogherini agli ambienti di Mosca la smentita è subito pronta: non si poteva prendere delle posizioni forti nei confronti della Russia sul caso Ucraino; allo scoppio della crisi il nuovo Ministro – e il nuovo governo – si era insediato da appena qualche giorno. Sarebbe stato molto più funzionale e congeniale un intervento concreto della Ashton che, non fa torto ammetterlo, mancava di esperienza agli esteri prima di arrivare in ambito PESC.

Ma la nomina conviene veramente al Paese? Più che sull’esperienza e le vedute del nostro ministro, chi scrive ritiene importante soffermarsi sulla reale convenienza per l’Italia di questa carica in questa fase ancora transitoria. Sicuramente è una posizione di prestigio e il contributo non passerebbe inosservato: avremmo, almeno per un semestre, tre italiani in posizione di vertice: Mario Draghi alla BCE, Matteo Renzi alla Presidenza di turno e Federica Mogherini all’Alta Rappresentanza.

Tuttavia, la verità è che questo ruolo rischia di essere fine a se stesso, per non dire controproducente. La funzionalità concreta dell’Alto Rappresentante dipenderebbe, infatti, non solo dalla capacità di imprenditorialità politica della persona che lo ricopre (un modello da seguire sarebbe l’ex AR, Javier Solana, nei primi anni 2000), ma anche e soprattutto dalla convinta adesione dei grandi padri fondatori, come Parigi, Roma e Berlino al progetto di quella ever closer union pensata nel ’57. Fino a quando gli Stati non saranno in grado di pensare le vicende esterne ai propri confini in termini comuni, l’Alto Rappresentante potrà fare poco. Il probabile insuccesso, allora, verrebbe senza troppi scrupoli fatto ricadere sul nostro ministro, nonché sul nostro Paese.

Visione strategica. Servirebbe, allora, una Commissione Europea dotata di grande impulso programmatico sui temi dell’industria e mercato della difesa, così come è stata quella di Barroso, o, perché no, l’istituzione di una nuova Direzione Generale incaricata di questioni estere. Ma a questo scopo c’è già dal 2011 il SEAE, ovvero il Servizio europeo per l’azione esterna che supporta il lavoro dell’Alto Rappresentante e dei cui lavori si conosce ancora poco. Ieri, allora, è stata avanzata l’ipotesi di un Commissario UE al Mediterraneo, a cui affidare le varie politiche dell’area geografica – dal commercio alla pesca e dalla lotta al terrorismo alla cooperazione – o di un Commissario UE all’immigrazione e asylum policy.

Ripensare le direzioni. Direzioni che tornerebbero utilissime ad un paese come l’Italia, proteso sul Mediterraneo e protagonista, solitario, nell’accoglienza dei migranti. Ma se si pensa nel medio/lungo periodo, oltre all’attuale focolare del Mediterraneo, potremo trovarci a far fronte a nuovi disordini nei Balcani o nell’Artide e dover aver bisogno di altre direzioni generali. Direzioni da comporre, a prima vista, spezzettando la DG Home e ripensando, necessariamente, il servizio Frontex e il SEAE per evitare di avere doppioni e quella divisione così accurata di compiti che finisce per far sentire tutti con le mani bloccate in un campo d’azione troppo ristretto. Ciò si è reso evidente in occasione delle crisi in Libia, Mali, Siria, Iraq e Ucraina, durante le quali la risposta europea è risultata frammentata, tardiva o addirittura assente un po’ per volontà politica, un po’ per questioni tecnico-organizzative.

Perché il problema, ancora una volta, è qui: nell’incapacità degli Europei di pensare queste istituzioni europee come unità auto-implicantisi in un sistema a cerchi concentrici. I dubbi sull’essenzialità di questa Europa continueranno a passare proprio dal livello di contributo concreto delle istituzioni e dei suoi servizi ai bisogni dell’Unione. I cittadini continueranno a vedere l’Unione come un sistema complesso e per niente operativo se i suoi attori istituzionali e politici non comprenderanno che il concetto della flessibilità non interesse solo il lato economico e monetario.

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Elena Cesca

Tarantina, del 1988. Maturità classica. Laurea Triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università del Salento. Laurea specialistica in International Relations presso la LUISS Guido Carli. Ha condotto studi di approfondimento sul funzionamento interno della Commissione Europea, le iniziative europee nel campo della difesa (mercato e industria), la non-proliferazione nucleare e le politiche del Sud-Est Asia. Esperienze studio e di ricerca in Austria, Belgio, Canada e Inghilterra. Attualmente collaboratore parlamentare presso la Camera dei Deputati e PhD Candidate in Storia dell'Europa presso la Sapienza di Roma su tematiche di cooperazione tecnologico-militare in ambito NATO.
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