Il mito dell’accountability ed il caso dei bilanci delle Regioni

05/11/2014 di Luca Andrea Palmieri

Le rivelazioni della Corte dei Conti non fanno altro che evidenziare una questione antica: in questo paese nessuna amministrazione si prende la responsabilità delle proprie azioni. Un fatto vale ad ogni livello ed è il “peccato originale” del sistema italiano

E dire che la minaccia dei tagli alla Sanità ha tanta forza. Non è passato molto tempo da quando i presidenti delle Regioni italiane si sono ribellati in massa alle anticipazioni sulla legge di Stabilità, con tagli per 4 miliardi di euro. Il coro generale è stato “Impossibile!”, con neanche tanto velate minacce alla necessità di colpire ospedali, Asl e via dicendo. Poi, dopo poche settimane, è arrivata la Corte dei Conti a gettare ombre enormi su tutti. Non si salva nessuno: da Nord a Sud le irregolarità sui conti pubblici sono state riscontrate ovunque. E a questo punto viene a galla un problema, molto più grosso: com’è possibile essere arrivati a questi livelli?

C’è una parola inglese, accountability, che torna alla mente andando a leggere i dati sugli sprechi regionali. Rispetto alla lingua italiana, questo termine ha una natura curiosa. Ci si lamenta, per lo più giustamente, del fatto che vengano usati troppi inglesismi nella nostra lingua, uccidendo la sua enorme ricchezza espressiva ed espositiva. Eppure accountability una sua traduzione vera e propria non la ha, se non un generico “responsabilità”. Basta fare una breve ricerca per avere una definizione più precisa del termine, visto come l’obbligo per un soggetto di rendere conto delle proprie decisioni e di essere responsabile per i risultati conseguiti, o, in senso più ampio “essere chiamati a rendere conto delle proprie azioni”.

E’ scontato come il termine abbia il suo contesto di base nel vocabolario economico e, soprattutto, politico. Colpisce non esista, nel vocabolario italiano, nulla di equivalente ed in grado di sintetizzare lo stesso concetto. Un caso? Un’ennesima prova dell’eccesso di sintetismo inglese? Guardando al nostro paese sembra piuttosto che lo stesso concetto non esista, o quantomeno che sia così secondario da non meritare un significante che lo richiami direttamente.

E' praticamente enorme la quantità di problemi verificati dalla Corte dei Conti nei bilanci delle Regioni italiane
La quantità di problemi verificati dalla Corte dei Conti nei bilanci delle Regioni italiane è praticamente enorme

Infatti l’accountability è forse ciò che più di ogni altra cosa manca nel sistema pubblico italiano, ad ogni livello: non solo in quello politico, ma anche in quello dirigenziale e impiegatizio. Se i privati quantomeno sono legati dalla redditività dell’impresa, che ne limita nel più dei casi la de-responsabilizzazione, nel pubblico se ne vedono quotidianamente di cotte e di crude per il fatto che sono ben pochi a render davvero conto delle proprie azioni, tutelati da una sostanziale illicenziabilità e dall’assenza del timore del fallimento. E forse è per questo che una certa mala politica riesce ad andare avanti e ad essere sempre potente: per chi ama truccare le carte, è più facile agire con chi nell’amministrazione ha la stessa tendenza. E quando in mezzo c’è molto denaro, l’effetto è ancora più forte: crea la possibilità di avere un saldo bacino di voti.

Per fare un esempio, torniamo alle Regioni: in Liguria i direttori delle Asl (ah, la vituperata Sanità) risultano aver preso un bonus in busta paga fino al 20% in più di premio: come è stato assegnato? Semplice, l’obiettivo di produzione per tutto il 2013 viene fissato un mese prima la fine dell’anno. La conseguenza di quest’illogicità viene da sé: gli obiettivi fissati sono facilmente raggiungibili ed il premio è assicurato. In bilanci da miliardi di euro questi saranno spiccioli, per carità, ma chi si nasconde dietro a un dito parlando di tagli – ergo di sanzioni che alla fine colpiscono direttamente il cittadino – dovrebbe andare un secondo a guardare sprechi e inefficienze di un sistema quasi ovunque diventato un buco nero.

E’ un esempio tra tanti. Francamente la sensazione è che di queste cose si parli troppo poco. Quando è arrivata la Spending Review il timore (giustificato) di una vita più difficile ha scatenato proteste, ed è indubbio che l’attuale regime renda sempre più difficili gli investimenti, e dunque la ripresa. Ma possiamo, come Italia, veramente permetterci di lamentarci con chi ci imputa di sprecare troppo? E’ la prima volta che la Corte dei Conti, dopo una legge di ottobre 2012 (governo Monti) ha avuto la possibilità di certificare i bilanci regionali. Già questa cosa, in sé, fa pensare parecchio: va bene il federalismo fiscale, ma avere la possibilità di farsi da soli regole e valutazioni – in un contesto comunque Statale – è eccessivo: non stupisce a questo punto la ritrosia dei legislatori statali – ben più visibili al grande pubblico – di fronte all’idea dell’avanzamento del federalismo fiscale. Ed oggi sembrano tutti scesi dalle nuvole, tra dipendenti fuori bilancio (Friuli), scalate in società in perdita (Toscana), trasferimenti illegali di risorse a società partecipate senza contratto di servizio (Sardegna) o addirittura bilanci bocciati in blocco (Campania).

La questione qual è? E’ che in questo paese, dalla testa come dalla base, mai si è fatto abbastanza per eliminare gli sprechi. Anzi, sembra che ogni minimo problema sia la base per giustificare spese, prebende e privilegi ingiustificati, a tutti i livelli. Quel che manca nel nostro paese è proprio un concetto di base di accountability, l’idea di fondo che alla politica, così come all’amministrazione, si debba accompagnare la responsabilità delle proprie azioni e di rappresentare quindi tutti (e non solo negli interessi particolari) in maniera efficiente ed efficace. Questo vale per chi ci rappresenta ma anche per chi, anni dopo anni, non partecipa al dibattito pubblico e appoggia ancora chi non ha saputo che accumulare sprechi. E’ una questione della politica in generale, ma spesso anche delle singole persone: che si senta dire “lo immaginavamo tutti” di un Galan, presidente della Regione Veneto per 15 anni e oggi nel Carcere di Opera per le indagini sul caso MOSE, francamente non è degno di un paese civile.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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