La missione italiana in Afghanistan: la situazione

30/01/2013 di Stefano Sarsale

Le conseguenze degli attentati dell’11 settembre sono stati di portata vastissima e avranno effetti che dureranno per un tempo che appare, ancora, oggi indefinito. Ma per quanto riguarda la conseguenza più immediata, ovvero l’intervento militare avviato prima con l’operazione “Enduring Freedom” e poi con la missione ISAF (International Security Assistance Force) in Afghanistan, si comincia a parlare (prematuramente) di fine. Dopo quella che è stata una guerra durata più di 11 anni e che ha provocato migliaia di morti tra le file delle forze della coalizione, tra cui 52 italiani, c’è chi per motivi politici o di bilancio, promette un ritiro da realizzarsi in tempi brevi, “bruciando le tappe”. A questo proposito possiamo dire che di fine si parla da anni, ma il il fatto stesso che le forze internazionali siano ancora sul posto, è indice di un assetto interno ancora immaturo per essere lasciato privo di sostegno.

soldati-italiani-afghanistanL’Italia è stata impegnata all’interno dello scenario sin dagli inizi del 2002 nella zona di Kabul e dal 2005 in poi ha avuto l’importante incarico di gestire una delle 5 zone in cui il paese è stato diviso a seguito della decisione di allargamento del controllo per motivi di mantenimento della sicurezza interna. Il RCW (Regional Command West), situato nella parte Ovest del paese, comprendeva la regione di Herat, composta dalle provincie di Farah, Baghdis e Ghowr, nella quale gli italiani hanno svolto incarichi che vanno dal mantenimento della sicurezza dell’area al supporto logistico dei PRT (Provincial Reconstruction Team) che svolgono un ruolo essenziale nel supportare i governi locali ad avere un maggior controllo ed efficacia sul territorio.

La missione ISAF in Afghanistan nacque con la consapevolezza di dover seguire 5 “step” essenziali. La prima di queste ha riguardato l’attività di analisi e preparazione; la seconda ha avuto l’obiettivo di realizzare l’espansione sull’intero territorio afgano attraverso  4 distinti stages riguardanti, rispettivamente, le aree Nord, Ovest, Sud ed Est; la terza fase è volta a realizzare la stabilizzazione del Paese; la quarta riguarda il periodo di transizione; la quinta prevede il rischieramento dei contingenti. Sebbene le prime 3 fasi si siano svolte e compiute in tempi decisamente rapidi, i problemi sono sorti durante la quarta fase, che è tutt’ora in corso. La transizione è infatti il momento più delicato dell’intera operazione dal momento che un ritiro troppo repentino delle forze internazionali potrebbe infatti vanificare tutti gli sforzi fatti fino a questo momento. L’obiettivo cui si punta (almeno da un punto di vista di interessi occidentali riguardanti la sicurezza), è di lasciare un paese che sia ragionevolmente stabile, nelle mani di un’élite risoluta nel respingere la causa del jihadismo internazionalista propagandato da Al Qaeda e dotata della capacità di difendersi efficacemente dai propri nemici.

Per questo motivo l’Italia, che aveva assicurato lo schieramento dei propri militari nel febbraio 2012 fino al 31 dicembre dello stesso anno (legge n.13 del 24 febbraio 2012),  ha confermato e prorogato la propria presenza nel paese all’interno della missione ISAF fino al 2014, anno durante il quale presumibilmente dovrebbe essere completato il ritiro progressivo delle forze della coalizione, sempre che gli sviluppi interni del paese lo permettano. Il capitolo italiano in Afghanistan è quindi tutt’altro che concluso, ma questo è un impegno che oramai deve essere portato a termine per non correre il rischio di vanificare gli sforzi fatti fino a questo momento. Da sottolineare per quanto riguarda la messa in sicurezza del paese, è il lavoro che i nostri militari stanno facendo nell’addestramento dell’ANA (Afganistan National Army) e l’ANP (Afghanistan National Police), ossia le forze militari e di polizia che sono senza dubbio necessarie affinché il paese possa considerarsi stabile e capace di difendersi.

Da un altro punto di vista va ammesso invece che gli obiettivi iniziali connessi all’ “esportazione della democrazia” sono stati pian piano abbandonati dato che è risultata evidente l’incompatibilità del sistema occidentale in un contesto come quello afghano.  L’Afghanistan presumibilmente non diventerà quindi uno Stato come quelli in cui viviamo, almeno nell’orizzonte storico entro cui ci muoviamo, ma questa non è una ragione per abbandonarlo a se stesso. La soluzione che pare raccomandabile e che viene attuata dalle forze dell’ISAF è quindi quella di un ritiro lento e graduale, da perfezionarsi a lungo termine soltanto se e quando ci sarà la certezza, qualunque sia il compromesso che si raggiungerà con la leadership della guerriglia, che Kabul non cada nuovamente nelle mani di un regime ostile e collaterale al jihadismo.

Per questo motivo ogni previsione che sia troppo precisa rappresenta una forzatura, dato che qualunque decisione che riguardi in particolare il ritiro, va prima ponderata in base ai risultati raggiunti. Il capitolo Afghanistan è quindi ancora a tutti gli effetti da considerarsi aperto.

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Stefano Sarsale

Dopo la laurea triennale in Scienze politiche e Relazioni internazionali a Pisa 2011, consegue quella Magistale presso la LUISS Guido Carli di Roma con votazione 110. Consegue succesivamente una seconda laurea Magistale in Security and Terrorism presso l'università di Kent, Canterbury. Esperienze lavorative presso il Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.) a Roma, Il Conflict Analysis Research Centre (CARC) a Canterbury, l'nstitute for National SecurityStudies (INSS) a Tel Aviv e l'European Strategic Intelligence and Security Centre (ESISC) a Bruxelles.
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