Gratteri, una nomina (di cambiamento) troppo scomoda

22/02/2014 di Andrea Viscardi

Nicola Gratteri, Ministero della Giustizia, Quirinale

Ieri, mentre Matteo Renzi saliva al Quirinale, il nome di Gratteri – eroe della lotta alla ‘ndrangheta – alla Giustizia sembrava sicuro quasi quanto quello di Padoan all’economia. Napolitano nega il braccio di ferro, ma l’impressione, anche a giudicare dalle reazioni di chi sta vicino al Pm, sembrano confermare quanto rimbalzato dai media fin dal pomeriggio di ieri: Gratteri non andava bene a al Quirinale. Un nome che all’establishment non piace, un Magistrato controcorrente rispetto ai vari Ingroia e Di Pietro. Per comprendere il perché di questa bocciatura – motivata, per qualcuno, con la ridicola scusa del non poter mettere un pm in carica in un dicastero -, forse occorre andare a vedere e analizzare alcune dichiarazioni e le posizioni di quello che è considerato un pilastro della lotta contro la mafia.

Ncola Gratteri, bloccata la sua nomina al Ministero della Giustizia?Non un politico. Ecco, il primo punto, allora, è la sua propensione a fregarsene – mi si passi il termine – di destra e sinistra, di magistratura democratica o di quant’altra cosa che abbia a che fare con la politica. Lui, in un’intervista, sostenne che tra Alfano, la Severino e Nitto Palma nessuno fece nulla per combattere la mafia, perché per farlo occorre “avere il coraggio di sporcarsi le mani”. In un’altra, addirittura, disse che non si vuole affrontare in modo serio il tema di una riforma della giustizia perché, in un sistema efficiente, i primi ad essere controllati sarebbero quelli che stanno in alto. Scalpore, ad esempio, fece quando dichiarò: “Se confrontiamo i 18 mesi dell’ultimo governo Prodi con il governo Berlusconi, ebbene l’attuale esecutivo ha fatto di più in tema di lotta alla mafia. Almeno tre cose importanti. La prima: ha abolito il patteggiamento in appello che riduceva ad esempio pene di 27-28 anni si riducevano a pene ridicole di 6-7 anni. Secondo: ha fatto in modo che si possano confiscare i beni anche ai figli dei mafiosi che li ereditavano dai padri. Terzo: ha reso ancora più duro il 41 bis. Punto e a capo. Con la stessa franchezza occorre dire che se passa il ddl Alfano come è ora sarà un’apocalisse. Potremo dire addio alla lotta alla mafia”. (Corriere della Sera) Un’affermazione che, per qualcuno, non è mai andata giù all’establishment della sinistra di allora.

Contro la magistratura in politica. Posizioni abbastanza chiare anche per quanto riguarda il passaggio dalla magistratura alla politica, o le influenze reciproche tra le due sfere: in un’altra intervista, risalente a circa un anno fa, affermava “Ci sono magistrati che hanno fatto e fanno politica – Ingroia ne è un esempio – e questo non va bene, perché il magistrato è pagato con i soldi della gente. Nel compito che è chiamato ad assolvere per lo Stato non deve far capire se è di destra o di sinistra: chi lo fa causa un danno enorme all’intera categoria. Il magistrato deve fare indagini, non comizi”.

I pilastri – Nel 2011, al Corriere della Sera, il PM sintetizzava in maniera perfetta le proprie idee su come la giustizia andasse riformata. In primis attraverso un uso efficace dell’informatizzazione, anche nell’ottica di diminuire la durata dei dibattimenti e accorciare i tempi. Quindi lavorando per la massima garanzia di indipendenza dei PM dalla politica, per la depenalizzazione dei reati minori, la riorganizzazione delle circoscrizioni giudiziarie e la rete dei tribunali e per avallare un percorso di separazione delle carriere. Inoltre, si era recentemente dichiarato contrario all’indulto – tanto caro a Napolitano – sostenendo la soluzione fosse quella di riorganizzare gli spazi carcerari, seguendo un modello basato sul lavoro socialmente utile per chi fosse stato condannato per reati minori, permettendo questi di trascorrere le proprie giornate al di fuori delle celle, contribuendo così al reinserimento sociale e al bene comune. Insomma, un vero e proprio ciclone, capace di rivoluzionare un sistema da troppo tempo bisognoso di una riforma seria e profonda.

Non un Ingroia, quindi, non un Di Pietro e neanche un Grasso. Anzi, un personaggio tendenzialmente contrario al percorso seguito da ognuno degli individui sopra citati. Convinto sostenitore di una riforma del codice penale e della giustizia, atta anche a scardinare tutti quei punti fermi su cui si è basato il sistema negli ultimi sessant’anni, senza guardare in faccia a nessuno. Un rivoluzionario che, probabilmente, ha fatto storcere il naso a molti – e qualche messaggio in questo senso deve essere giunto al Presidente della Repubblica. Se le cose sono andate così, e i dubbi, al momento, sembrano meno delle certezze, allora, il Quirinale, questa volta, si è dimostrato essere il primo ostacolo ad un rinnovamento vero.

Andrea Viscardi

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Ecco chi è Nicola Gratteri (di Luca Tritto)

Giovanni Falcone una volta disse: ‹‹La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani avrà un inizio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine››. A tal proposito Nicola Gratteri ha aggiunto: ‹‹La mafia è un fenomeno umano, e dunque finirà quando finirà l’uomo››.

Rassegnazione? Non si direbbe, almeno per il super magistrato reggino, da più di 20 anni simbolo della lotta alla ‘Ndrangheta calabrese. Nato da una famiglia umile, Gratteri si laureò in giurisprudenza, entrando quasi subito in magistratura. Sotto scorta dal 1989, è divenuto uno dei magistrati più impegnati nelle indagini sulla mafia calabrese e le sue ramificazioni internazionali. Mai un cinema, una passeggiata in famiglia, solo un orticello da coltivare la domenica, suo unico hobby. Prima nella Locride, poi a Reggio Calabria, dove è Procuratore aggiunto, ha contribuito a decapitare innumerevoli sodalizi criminali coinvolti nei più grandi traffici illegali su scala planetaria. Una lotta che lo ha portato in Colombia, negli Stati Uniti, in Germania, dove tutti lo considerano il maggiore esperto di ‘Ndrangheta. Ma Nicola Gratteri non è solo un magistrato. La sua vocazione civile lo ha spinto a fare in modo che sia la cultura della legalità il primo deterrente all’essere mafiosi, girando per università e scuole, raccontando il suo lavoro. Un impegno caratterizzato anche dai suoi libri, dei quali molti scritti con Antonio Nicaso, massimo esperto mondiale di mafie internazionali, in cui propone concretamente delle modifiche dell’ordinamento giudiziario per migliorare gli strumenti nella lotta alle mafie. E sulla sua affermazione riguardo l’infinita perpetuazione del fenomeno mafioso, molti gli hanno chiesto come mai continui a fare questo lavoro, rinunciando alla sua vita. Secondo lui, non si può far altro che arginare il sistema, cercando di educare i giovani alla legalità e alla condanna della mentalità mafiosa. Inoltre, come ebbe a dire in un’intervista, le sue fatiche gli permettono di mantenere la sua dignità, o meglio ‹‹a camminare con la schiena dritta, senza piegarsi mai››.

 

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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