Million dollar players

08/02/2015 di Isabella Iagrosso

Dopo le polemiche suscitate dal selfie che Francesco Totti ha scattato durante il debry, arriva la denuncia del Codacons che chiede la squalifica del giocatore. Da questo evento, una riflessione sulla commistione tra calcio ed economia.

Totti Selfie

Non sarebbe giusto definire il calcio odierno una mercificazione del talento. Sarebbe impietoso nei confronti di chi questo sport lo ama e allo stesso tempo sarebbe riduttivo rispetto al giro economico che fa da sfondo allo spettacolo che vediamo tutte le domeniche. Per i più digiuni, solo per tentare di avere un’idea approssimativa degli interessi dietro al gioco del calcio, ecco un dato: lo stipendio di Cristiano Ronaldo, il talento del Real Madrid è di 21 milioni di euro all’anno, circa 2 al mese dunque. Potremmo non a torto dire che Cristiano Ronaldo lavori anche mentre dorme al ritmo di 0,70 cent al respiro. Davvero ossigeno costoso, quello che si inala a Madrid.

Date queste premesse, ciò che è successo domenica 11 gennaio è un fatto noto. Francesco Totti, per festeggiare il secondo goal in acrobazia nel derby, è corso sotto la sua amata curva, la stessa Sud che poco prima lo aveva celebrato con un ritratto ed un posto d’onore tra i grandi nella storia dell’As Roma. Al passo con la moda del momento, si è scattato un selfie memorabile, in mano il suo nuovo acquisto, un’iphone 6 dorato, che, apparso sugli schermi di milioni di spettatori, ha inondato il web anche nei giorni successivi. Il Codacons, l’Associazione di tutela dei consumatori, non ha gradito il gesto, ritenendolo lesivo per gli utenti e accusandolo di pubblicità occulta. Di pochi giorni fa infatti la notizia della presentazione di un esposto ufficiale all’Antitrust in cui si richiede la squalifica del giocatore. “Siamo convinti che Totti sia un grande calciatore, un vero campione nel calcio e nella vita”, fa sapere ancora il Codacons, “proprio per questo il suo gesto è apparso ancor più grave, perché mostrare in quel modo un marchio commerciale rappresenta una mancanza di rispetto verso il pubblico e verso la sua squadra; anche in assenza di dolo o intenzione il gesto è contro la legge.” La notizia sembra avere dell’incredibile, eppure è proprio così.

Non sarebbe giusto definire il calcio odierno una mercificazione del talento, sarebbe impietoso nei confronti di chi questo sport lo ama davvero. Allora questo episodio in quale cornice rientra? Se la legge esiste e condanna Totti, ben venga che sia rispettata. Limitiamoci ad analizzare invece l’aspetto umano della vicenda. Francesco è il simbolo di Roma, di una città che nel bene o nel male vive il calcio appassionatamente ed intensamente. E’ la città dove è cresciuto, che lui ama e che non ha mai voluto abbandonare, nonostante offerte irrinunciabili da altri club. Il selfie doveva essere un segno di ringraziamento per il calore che i tifosi gli dimostrano ad ogni partita, una trovata, geniale, per mostrarsi al passo con i tempi come è sempre stato.

Totti però è anche un giocatore di fama internazionale, seguito e conosciuto al di fuori dell’Italia. Non stupisce dunque che il suo gesto, se avesse dovuto essere quantificato in denaro, sarebbe stato valutato circa in 5 mln di euro (fonte: calcolo di Simone Mazzarelli, ad di Ninetyme, sommando i brand con cui Apple avrebbe dovuto accordarsi). Una foto, con uno smartphone. 5 milioni di euro. Una prova tangibile della commistione anomala che inevitabilmente si viene a creare tra il mondo dello sport, dello spettacolo e del commercio. I confini diventano labili, non si riconosce la differenza, ogni gesto assume un valore economico.

Lo sport si alimenta tramite sponsor, gli atleti diventano manichini che si espongono in vetrina prezzolati dalle grandi marche, allo stesso tempo tramite la pubblicizzazione dei prodotti, essi stessi ottengono visibilità e creano un circolo virtuoso, o vizioso, di denaro e mercificazione. Così il loro valore, e il valore del brand, lievita. Ma non cresce per qualche strana legge dell’economia. Aumenta perchè siamo noi consumatori, ormai abituati a vedere un unicum laddove esistevano prima tre mondi separati, ad alimentare il sistema. Noi che pur vivendo nella società dell’immagine, monito che ripetiamo ogni giorno, unica certezza del XXI secolo, non riusciamo comunque a quantificare il reale valore dell’immagine stessa.

Oramai sempre di più le società passano nelle mani di qualche sceicco arabo (vedi il City o il Psg), che, vedendo le potenzialità in visibilità e guadagno anche di fronte a investimenti enormi, hanno ben pensato di regalarsi questi nuovi “giocattoli”, pur dovendo sopportare qualche perdita (almeno iniziale). Gli investimenti nella squadra saranno sicuramente più consistenti in liquidità, ma assai poco in emozioni. Le società che non stanno al passo con i tempi, che non possono permettersi cifre oramai spropositate, vengono emarginate. Sono lontani gli anni ’70 e ’80, in cui il calcio era vera passione pur rimanendo, per quanto possibile, un gioco. Il risultato è che il talento, ancor prima di essere valorizzato, viene mercificato. Allora ecco la cornice entro cui si muove il gesto di Francesco Totti, un gesto innocente, in un mondo sportivo che ha abbandonato la spontaneità nel momento in cui sono cominciati ad arrivare i milioni: i million dollar players appunto.

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Isabella Iagrosso

Nasce a roma il 19/03/1994, iscritta alla facoltà di scienze politiche della Luiss Guido Carli. Appassionata di viaggi e di culture straniere. Da sempre coltiva l'interesse per tutto ciò che riguarda l'estero e le relazioni internazionali
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