Milano 2016, una finestra sulla politica nazionale

07/07/2015 di Edoardo O. Canavese

Pd contro Lega, Renzi contro Salvini, governo contro opposizioni. Tante le partite dentro le prossime comunali milanesi, per le quali i dem sono ancora alla ricerca di candidati unitari e la destra si affida alle decisioni del segretario leghista.

Palazzo Marino

Milano 2016. Capitale del calcio europeo, sede della finale di Champions League. Capitale della politica italiana, luogo delle municipali più incerte e determinanti degli ultimi anni, forse anche più di quanto avvenne nel 2011. La battaglia per la poltrona di Palazzo Marino non determinerà banalmente il solo nome del successore di Giuliano Pisapia, che ha già rinunciato alla disponibilità per un secondo mandato. Costituirà un ennesimo, probante test per il centrosinistra di governo, non certo in una fase felice per quanto riguarda il gradimento elettorale, nonché un’altra tappa di crescita dell’ultra destra di Matteo Salvini, che ambisce a fare del capoluogo lombardo il punto di partenza per la conquista di Palazzo Chigi. Il tutto in una cornice di frenesia cittadina di difficile gestione, dal dopo-Expo al caos migranti.

Il centrosinistra era sicuro di proporre un Pisapia bis, nel solco della continuità e col favore di un’esperienza con qualche ombra (gestione case popolari) e molte luci (mobilità, sviluppo urbanistico, solidarietà). L’annuncio del 22 marzo, in cui il sindaco annunciava il ritiro da una nuova corsa elettorale, ha sconquassato Pd ed alleati. Più in generale, per il Pd è una fase complessa di riconferma amministrativa, come si è potuto vedere alle regionali di maggio; i democratici, appesantiti da una politica nazionale che non entusiasma più, subiscono il pressing degli avversari anche sul territorio, rischiando di arretrare in elezioni storicamente favorevoli al centrosinistra. Le sconfitte in Liguria e a Venezia insegnano: impossibile per il Pd andare da soli, senza sinistra radicale (tanto più che Pisapia era uomo di Sel), poco credibile proporre un radicale cambiamento laddove si son commessi errori, riproponendo modelli politici già visti. Rinnovamento, quindi, ma anche coscienziosa continuità. Tuttavia le candidature cominciano a prendere forma.

Due i profili che oggi appaiono più adatti per la successione di Pisapia, per il Pd. Un “pisapiano”, o meglio un esponente dell’amministrazione del sindaco uscente che sappia garantire continuità all’esperienza di governo e che al contempo rinnovi la linfa della maggioranza politica. Molti i nomi possibili, tra tutti spicca quello di Pierfrancesco Majorino, addetto alle Politiche Sociali, già vicino a Civati ma critico con il suo abbandono, democratico che ben si addice a legare il suo partito alla sinistra radicale e a proporre politiche mirate alla solidarietà sociale e al sostegno dei più deboli. Oppure un renziano, personaggio locale o nazionale vicino a Renzi che sia proposto con forza per superare tutte le incognite di primarie esageratamente frammentarie: potrebbe riprovarci Stefano Boeri, ma è più probabile che vengano opzionati membri del Pd nazionale, come Emanuele Fiano e Lia Quartapelle, o esponenti regionali, come Umberto Ambrosoli. Senza dimenticare la terza via, la candidatura tecnica, alla quale ben potrebbe aderire Giuseppe Sala, commissario straordinario Expo.

A destra il dibattito non si è ancora aperto, e pure si direbbe che la corsa a Palazzo Marino sia di più agile gestione. La Lombardia, come Milano e come il centrodestra nazionale, paiono balcanizzati da Salvini, che a più riprese in passato ha espresso desiderio di mettersi alla guida della città di cui per quasi vent’anni è stato consigliere comunale. E anche se preferisse concentrarsi sui grandi progetti per prendersi Roma, a lui spetterà l’ultima parola. Di nomi non ce ne sono altri. Si potrebbe avanzare quello di Lupi, già ministro dei trasporti licenziatosi per lo scandalo Grandi Opere e particolarmente forte nei salotti milanesi, tuttavia si dovrebbe mettere in conto la difficoltà di dialogo tra Nuovo Centrodestra e ultra destra leghista, né le recenti vicende dell’ex ministro lo renderebbero facilmente appetibile ai suoi alleati ed all’elettorato. Resta che Milano non sarà né la Liguria né Venezia, qui il centrodestra non potrà contare soltanto su eventuali autogol avversari, ma proporsi come alternativa di un progetto politico che, nonostante limiti e errori, ha scosso una metropoli delusa dalla destra.

Coloriti gli outsider. Il primo ad aver promosso la propria candidatura è stato Corrado Passera, passato da manager e più recentemente ministro nel governo Monti. Oggi è leader di Italia Unica, più che un partito un punto interrogativo politico, non essendosi mai prestato nella sua breve esistenza al giudizio elettorale, ma dal programma liberale. Abbastanza, assicura Passera, perché non vi sia alcun inquinamento dei propri voti col lepenismo di Salvini e della restante destra. Quindi niente primarie di centrodestra, qualora fossero promosse? E’ ancora presto, tanto più che è facile immaginare come Italia Unica da sola rimanga ininfluente. E possa essere addirittura superata dalla lista civica di Vittorio Sgarbi che, personaggio pubblico già speso in politica e dalle innate doti comunicative, punta a fare di Milano una capitale culturale. Promettendo una campagna elettorale ficcante e gustosa.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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