Migranti e lavoro in Italia: la crisi colpisce tutti

31/07/2015 di Luca Andrea Palmieri

I dati del Ministero del Lavoro descrive un quadro poco coeso: aumenta il numero di occupati, soprattutto in certi settori, ma diminuisce il tasso di occupazione e aumenta quello di disoccupazione. Segno che la crisi ha colpito tutti, che siano italiani o stranieri, ma che sono questi ultimi a risentirne maggiormente

Cosa succede agli stranieri nel mondo del lavoro italiano? Il quinto rapporto annuale “I migranti nel mercato del lavoro in Italia” del Ministero del Lavoro del 2014 (quindi fondamentalmente fuori dal Jobs Act che, tra decreti legge, conversione e decreti ministeriali si può applicare come minimo alla parte finale della seconda metà del 2014) ci dà uno spaccato dell’evoluzione di un mercato che, faticosamente, sta combattendo la crisi, e che deve uno dei suoi pochi dati positivi proprio alla manodopera straniera. “L’originalità del caso italiano è data, in particolare, dalla presenza di trend dell’occupazione asimmetrici tra le diverse nazionalità (si contrae il numero di lavoratori italiani e cresce la platea dei lavoratori comunitari ed extracomunitari)”: così recita l’introduzione del report, che continua affermando che “oggi, nel caso di alcune specifiche mansioni per i cittadini stranieri è possibile parlare di indispensabilità, visto anche l’effetto compensativo che essi svolgono in alcuni settori sottoposti a robusti processi di erosione della base occupazionale”.

Per tradurre in dati quanto appena detto, si parla di un numero di occupati, comunitari ed extracomunitari in crescita, tra il 2013 e il 2014, di 111mila unità, a fronte di una diminuzione dell’occupazione nativa di 23mila individui. La particolarità dei dati è che, nonostante la crescita, anche il tasso di occupazione dei lavoratori stranieri è in calo: dal 2010 al 2014 i lavoratori comunitari sono calati di ben 5,5 punti percentuali (dal 68,1% al 62,6%), e quelli comunitari di 4,1 punti (dal 60,8% al 56,7%). E’ segno che, a fronte di un numero maggiore di stranieri, le cifre riflettono comunque la crisi, che in questo senso, paradossalmente rispetto al dato assoluto, fa più male ai lavoratori stranieri: la riduzione degli occupati italiani nello stesso periodo è stata dello 0,8%.

Che lavori fanno gli stranieri? Principalmente lavori manuali o manifatturieri: gli imprenditori sono pochissimi e oltre il 70% dei lavoratori è impiegato con la qualifica di operaio. Conseguenza diretta è che le retribuzioni sono particolarmente basse. Se il 15,2% degli italiani ottiene un salario fino agli 800 euro, il dato sale al 40% per chi viene dall’estero. Guadagnano oltre 2000 euro solo il 2,5% dei lavoratori comunitari e lo 0,6% degli extracomunitari.

Il rapporto nota come “Il fabbisogno di manodopera a basso costo, la necessità di reperire personale per lo svolgimento di mansioni così dette di “cura” in settori che tradizionalmente hanno andamenti asimmetrici rispetto al ciclo economico e che risultano essenziali pena l’implosione del welfare italiano, fondato sulla famiglia piuttosto che sui servizi pubblici, nel complesso garantiscono una più ampia appetibilità della forza lavoro immigrata e dunque, in caso di perdita dell’occupazione, maggiore rapidità nel rientrare nel mercato.”

Insomma, molti immigrati fanno lavori che non solo hanno poca attrattiva per gli italiani, ma che, data la loro bassa rimuneratività, fanno sì che gli italiani preferiscano affidarsi a chi costa meno. Se non altro perché così è possibile permettersi quei servizi, in quegli ambiti dove il welfare non arriva e serve il sostegno privato.

Nonostante tutto questo, la disoccupazione tra gli stranieri è piuttosto elevata. La particolarità dei dati è che, negli ultimi anni, il numero di stranieri risulta aumentato fortemente (al 2014 si parlava di quasi 5 milioni di persone, pari all’8,1% della popolazione), con una crescita molto elevata rispetto al 2013. Ma questa non è dovuta ad imponenti flussi migratori: a condizionare l’aumento, nei dati ufficiali, è stata la revisione delle anagrafi operata dai Comuni. Insomma, sono stati “visti” nelle tabelle ufficiali, molti stranieri che già erano presenti (regolarmente si intende, per questi dati) sul suolo italiano. Al netto di questi dati, in effetti, dopo il boom dei primi anni 2000 (che hanno visto salire la quantità di stranieri nel territorio da circa un milione e mezzo a oltre tre milioni), il paese sta perdendo progressivamente attrattività nei confronti dei flussi migratori internazionali.

A questo punto è evidente come, con l’aumento degli occupati ma data la rispettiva diminuzione del tasso di occupazione, salga anche il tasso di disoccupazione. Circa 465.700 cittadini stranieri erano alla ricerca di lavoro nel 2014, con un aumento di 11 mila unità (in maggioranza extracomunitari), per un tasso di disoccupazione del 16,9%, più alto di circa 4 punti rispetto a quello italiano. Cresce inoltre il numero degli inattivi, dato molto preoccupante anche per quel che riguarda gli italiani: tra i migranti sono circa 1,2 milioni, con una presenza preponderante delle donne: sono infatti ben il 70% tra gli extracomunitari e poco meno del 75% tra i comunitari: non stupisce che, secondo gli studi, la motivazione principale di quest’inattività femminile sia la cura dei figli o di altri familiari non autosufficienti.

Un quadro, questo, che delinea una popolazione lavorativa straniera che si muove su un piano parallelo rispetto a quello italiano: subisce la crisi, e ne consegue l’aumento della disoccupazione. Con la problematica di indici peggiori, che di certo non favoriscono integrazione e indipendenza economica. Tutto questo nonostante sia indicato dai dati come molti stranieri siano impegnati in lavori, soprattutto assistenziali, che gli italiani svolgono in misura minore e su cui c’è ancora molta domanda. Insomma, la crisi c’è e colpisce tutti, italiani o stranieri che siano. E le conseguenze vanno oltre il problema, di per sé non secondario, degli stipendi.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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