I migranti tra CIE e Bossi Fini: la situazione e come funziona il sistema

20/12/2013 di Iris De Stefano

Quando si parla di episodi come quello reso pubblico dal TG2 di lunedì 16 dicembre riguardante il trattamento dei migranti nel Centro di Soccorso e Prima Accoglienza di Lampedusa, è facile trarre conclusioni veloci, biasimare gli esecutori, compatire le vittime e dopo poco più di mezza giornata aver dimenticato fatti e vicenda. La questione, come molte di quelle che riguardano le migrazioni è però più delicata e richiede un maggior approfondimento.

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Un barcone a Lampedusa

Il videoIl video trasmesso dal telegiornale serale del secondo canale RAI riportava le riprese di un migrante siriano, ospite del centro da circa 70 giorni, durante le procedure di disinfestazione dalla scabbia, infezione della pelle secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, dalla diffusione rapida in situazioni di importanti concentrazioni umane e scarso rifornimento di acqua. Sebbene secondo il TG, ma senza ulteriore conferma,  nessuno degli occupanti del centro fosse infetto nel video viene mostrata una coda di uomini nudi ed in attesa di essere docciati con appositi spruzzatori, mentre gli operatori si muovono in sequenza, evidentemente familiari con le operazioni di disinfestazione. Se già il giornalista autore del servizio non riprendeva immagini legate allo sterminio nazista del secolo scorso, le reazioni politiche non si sono fatte attendere: il premier Letta commentava “il governo ha intenzione di fare un’indagine approfondita, di verificare e sanzionare qualunque responsabilità” e tutti, dal Ministro Alfano al Presidente della Camera Boldrini, da Khalid Chaouki (PD) coordinatore dell’intergruppo parlamentare sull’immigrazione all’arcivescovo di Agrigento hanno espresso parole di denuncia. Le parole più dure sono però arrivate dall’estero, con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati che in una nota ha rimproverato al governo gli standard inadeguati dei centri di prima accoglienza, centri che appunto –come si evince dal loro nome- sono predisposti per un soggiorno di circa 48 ore, prima che i migranti siano reindirizzati in altri centri dislocati sul territorio italiano.

I datiSe il 18 dicembre si è celebrata la Giornata Internazionale dei Migranti, l’Italia sembra già aver archiviato la tragedia del 3 ottobre scorso quando a largo delle coste di Lampedusa a causa di un incendio sviluppatisi a bordo di un barcone quasi tutte le 600 persone a bordo morirono. Vicende come queste si inseriscono in un flusso continuo di persone che arrivano sul nostro territorio via mare e che conta ben 40.244 fino al 30 novembre 2013 secondo un rapporto appena pubblicato di Save the children secondo cui 5.273 sono donne e 7.928 minori. Per quanto riguarda le zone di approdo più battute la prima si conferma ovviamente Lampedusa, avamposto dello Stato italiano e primo porto dopo Malta, con circa 14.000 approdi, in un’isola che di abitanti ne ha poco più di 6.000.

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Khalid Chaouki, parlamentare del Partito Democratico

La normativa italianaÈ chiaro dunque che non potendo respingere i barconi, idea folle ogni tanto millantata da qualche esponente politico dalle dubbie conoscenze della Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti di tutti i migranti che ne assicura diritto alla vita, alla libertà di pensiero, coscienza e religione oltre al divieto di tortura, trattamenti inumani e degradanti e divieto di schiavitù, urge ripensare il sistema normativo italiano. I CIE, Centri di Identificazione ed Espulsione furono introdotti dalla legge Turco Napolitano del 1998 e poi modificati dalla Bossi Fini del 2002. Strutture detentive dove vengono reclusi i cittadini stranieri sprovvisti di regolare titolo di soggiorno, il soggiorno è autorizzato dal Questore per 30 giorni prorogabili a massimo 18 mesi “quando non sia possibile eseguire con immediatezza l’espulsione mediante accompagnamento alla frontiera o il respingimento, a causa di situazioni transitorie che ostacolano la preparazione del rimpatrio o l’effettuazione dell’allontanamento”. In Italia infatti secondo la legge in vigore possono entrare solo le persone in possesso di un regolare contratto di lavoro indeterminato, a cui viene dato un permesso di soggiorno di due anni trasformabile in carta di soggiorno ( la quale permette la permanenza definitiva e non obbliga al rimpatrio in caso di perdita di lavoro ) dopo cinque anni. Nel caso di mancanza di contratto indeterminato invece si è prima condotti nei Centri di Permanenza Temporanea (CPT) in seguito definiti, appunto, CIE.

La legge Bossi Fini, già criticata da numerose organizzazioni non governative come Amnesty International è da tempo nelle mire anche del Partito Democratico, il cui neo Presidente dell’Assemblea Nazionale Gianni Cuperlo in una dichiarazione rilasciata ieri e riportata sul sito del partito ha detto che: “Dobbiamo avere il coraggio di squarciare il velo dell’ipocrisia e di risolvere una volta per tutte la questione delle condizioni generali di accoglienza delle persone immigrate nei Cie, che sono indegne di un paese civile. Per questo è necessario abolire subito la legge Bossi-Fini e con essa il reato di clandestinità, che per la prima volta ha punito la condizione soggettiva e non il comportamento degli individui che migrano. L’Italia deve tornare a rispettare i diritti umani di chi lascia il proprio Paese per fuggire dalla miseria, dalla guerra, dalle persecuzioni.” Nel nostro paese si parla però tanto e spesso di quanto e come le cose devono cambiare per dar spazio al nuovo, anche se non c’è nulla di più vecchio del trattare come derelitti chi non ha i mezzi per difendersi. Non basta aver rimosso i responsabili della cooperativa “Lampedusa Accoglienza” che si occupava del centro e non bastano le inchieste di giornali come Panorama e l’Espresso per denunciare lo spreco di soldi statali nelle mani di alcuni tra i responsabili dei centri: il trattamento dei migranti è un problema socio-politico ed in quanto tale dalla politica deve essere risolto. Possiamo solo sperare che venga aggiunto alla lista, ormai quasi infinita di “ciò che deve esser fatto”.

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Iris De Stefano

Nata a Napoli il 02/10/90 dopo la maturità classica ha studiato Relazioni Internazionali a "L'Orientale" di Napoli e alla LUISS Guido Carli di Roma. Esperienze in Belgio e in Spagna.
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