Michele Lanza, l’ambasciata d’Italia nel Reich hitleriano

13/07/2013 di Matteo Anastasi

Il 20 ottobre 1939 Michele Lanza fu inviato a Berlino come segretario dell'ambasciata d'Italia. Da quella difficile missione ha ricavato un diario, pagine di storia in cui emerge la pesante atmosfera di quei giorni

Nel gelido autunno del 1939, quando fu inviato a Berlino come segretario dell’ambasciata d’Italia, Michele Lanza aveva trentatré anni e un curriculum di tutto rispetto. Nato a Torino nel 1906, si era laureato in giurisprudenza nel 1928 e due anni dopo era entrato in carriera diplomatica. Ebbe subito incarichi di grande prestigio: Mosca nel 1931, Londra nel 1934, Tunisi nel 1937. Giunto nella capitale del Reich – con la Germania oramai in guerra da cinquanta giorni – ebbe la possibilità di trascorre qualche mese con Bernardo Attolico, la feluca italiana che maggiormente si era prodigata durante l’estate per scongiurare l’intervento italiano nel conflitto accanto a Hitler, dopo l’invasione della Polonia perpetrata dalla Wehrmacht il 1° settembre.

A Lanza, Attolico confessò immediatamente: «Sono riuscito a preservare il nostro Paese dalla guerra, ma Ribbentrop non me lo ha mai perdonato. Vuole la mia testa, e il Duce gliela darà». Le sue previsioni erano azzeccate. Nel maggio del 1940, alla vigilia dell’ingresso italiano nella Seconda guerra mondiale, fu rimosso dal suo incarico d’ambasciatore a Berlino e avvicendato con Dino Alfieri. Da quei difficili giorni Lanza ha ricavato un diario, pubblicato con lo pseudonimo di Leonardo Simoni nel 1946: Berlino, ambasciata d’Italia (1939-1943). Si tratta di un memoriale finemente scritto e ricco di particolari che ben testimoniano quale fosse l’atmosfera nella capitale tedesca durante il conflitto.

Come ha rilevato Sergio Romano, due episodi sono di particolare rilievo. Il primo narra un incontro con Hitler avvenuto dopo la caduta di Mussolini e la formazione del gabinetto Badoglio il 25 luglio 1943. «Occorreva cercare di capire quali fossero le intenzioni del führer verso il suo malfermo alleato e l’incarico toccò al generale Efisio Marras, addetto militare a Berlino. Accompagnato da Lanza, Marras arrivò all’aeroporto di Rastenburg, nella Prussia orientale, dove Hitler aveva la sua “tana del lupo”, nel tardo pomeriggio del 29 luglio. L’udienza ebbe luogo nella casupola del führer nella tarda mattinata del giorno dopo. La conversazione, fatta di silenzi e di risposte generiche, fu meno interessante dell’atmosfera. Quando Hitler entrò nella stanza, pallido e curvo, tre persone si schierarono alle sue spalle occupando deliberatamente tre diversi punti della stanza. Erano due generali, Jodl e Schmundt, e un ambasciatore, Hewel. Ciascuno dei tre aveva la mano destra nella tasca della giacca e teneva sugli ospiti italiani uno sguardo fisso, impassibile. Temevano che Marras e Lanza volessero uccidere Hitler?»

Il secondo descrive gli ultimi frangenti che i diplomatici italiani trascorsero nell’ambasciata di Berlino dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. «Furono bruciati gli archivi, distrutti i sigilli, impacchettate le poche cose che era lecito trasportare. Restava da decidere quale sarebbe stata la sorte dei ritratti, appesi nella residenza e nella cancelleria, quando un primo segretario, Raimondo Torella, disse: ‘Nella nostra diplomazia vi è una tradizione. Quando una rappresentanza diplomatica deve essere chiusa per ragioni di guerra, tuti i ritratti di Sua Maestà vengono distrutti, fuorché uno che i parenti portano con sé. Vi prego di aiutarmi a compiere questo penoso dovere’. I grandi ritratti furono bruciati e Torella tirò fuori dalla cornice una fotografia che Vittorio Emanuele aveva dedicato all’ambasciata. ‘Nei prossimi giorni’ disse ‘sarà la nostra bandiera, ne avremo bisogno’».

Tuttavia, anziché essere rimpatriati, come era stato inizialmente convenuto, i diplomatici italiani – tra cui Lanza – furono trattenuti per qualche giorno a Garmisch-Partenkirchen, in Baviera, invitati con accese minacce ad aderire alla Repubblica di Salò. Dopo l’ennesimo rifiuto, furono consegnati alle autorità della Rsi e trasportati a Salsomaggiore Terme, dove vennero minacciati, destituiti e, infine, liberati.

Rientrato in Italia, Lanza aderì al movimento partigiano, occupandosi dei collegamenti con gli agenti segreti britannici e americani stanziati in Svizzera. Dopo la fine del conflitto partecipò alla conferenza di pace di Parigi ed ebbe un ruolo di primo piano nella soluzione del problema di Trieste. Proseguì poi la sua attività diplomatica come ambasciatore a Baghdad, in Marocco, India e, in ultimo, a Copenaghen, ritirandosi dalla carriera nel 1972.

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Matteo Anastasi

Matteo Anastasi (Roma, 1989) si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma e, sempre con lode, in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli. Per Europinione si occupa di storia ed esteri. Collabora inoltre con Cronache Internazionali e Mediterranean Affairs ed è co-fondatore del think thank di politica internazionale Il Termometro – Blog di opinioni e discussioni
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