Michele Romanov. L’Imperatore effimero e la Russia rivoluzionaria

10/03/2014 di Lorenzo

Michail Aleksandrovič Romanov

La maggior parte degli storici considera, de facto, Nicola II Romanov come ultimo Zar di tutte le Russie, non tutti, però, sanno o ricordano che, nei tumultuosi giorni di inizio marzo 1917, a Nicola successe, almeno de iure, il fratello minore, Michele che regnò, in maniera effimera, per quasi ventiquattro ore.

“Pietrogrado è nelle mani dei rivoluzionari. Ogni resistenza è oramai vana: nessuna unità militare se ne farebbe carico. Non vi resta, Sire, che eseguire il consiglio di coloro che ci hanno delegato e abdicare in favore di vostro figlio, insediando come reggente il vostro fratello Michele od un altro granduca”.

Michail Aleksandrovič Romanov
Michail Aleksandrovič Romanov

Queste le parole del deputato Guckov, delegato della Duma con il compito di ratificare l’abdicazione decisa dallo zar Nicola II. Egli era giunto, insieme ad un altro delegato del governo provvisorio, a Mogilëv, nell’odierna Bielorussia, dove lo Zar si trovava in qualità di comandante supremo dell’esercito imperiale russo al fronte. Nicola aveva da poco rinunciato alla corona, firmando un documento ad hoc redatto dal generale Alekseev e ratificandolo all’arrivo dei due delegati del nuovo governo. Tale governo era sorto in seguito agli scioperi che erano scoppiati a Pietrogrado sul finire di febbraio e avevano portato, quasi senza colpo ferire, allo sgretolarsi del regime zarista. A capo del governo provvisorio venne posto uno degli esponenti più in vista del partito dei Cadetti –i liberali russi- , il principe Georgij Evgen’evič L’vov.

I due deputati, ospiti del vagone-salotto del treno imperiale, descrissero l’imperatore come “impenetrabile” e con gli “occhi asciutti”, quasi a voler sottolineare che oramai non vi era più nulla da comunicare né lunghi discorsi da fare. Dopo aver terminato il suo esposto, lo Zar emerito comunicò di aver mutato idea riguardo alla reggenza e di revocare il flebile figlio Aleksej da tutti i doveri ad esso assegnati dall’atto di abdicazione, nominando come unico successore suo fratello Michele. Tale scelta derivava dai pressanti consigli del dottor Fedorov, medico di corte, che durante i colloqui gli aveva annunciato che la salute del piccolo zarevič non gli avrebbe mai permesso di regnare in quella difficilissima situazione.

L’ascesa del granduca Michele venne in buon parte accettata dalla fazione conservatrice del governo presieduto dal principe L’vov, ma il ministro della giustizia, Aleksandr Kerenskij, esponente del Partito Socialista Rivoluzionario, minacciò di rovesciare il governo appena costituito se Michele fosse salito al trono in quel modo. I rivoluzionari, specialmente i socialisti rivoluzionari, chiesero ed ottennero che venisse redatto un nuovo documento in cui il pretendente al trono si sarebbe rimesso al popolo russo che, tramite elezioni democratiche a suffragio universale, avrebbe scelto da sé l’assetto istituzionale per la nuova Russia ed eletto una Assemblea Costituente atta a redigere la nuova legge fondamentale dello stato. Ma oramai i fatti volgevano per il peggio: il Soviet di Pietrogrado, contraltare del governo provvisorio, acquisiva sempre più potere e legittimazione agli occhi dei rivoluzionari e Kerenskij, membro sia di quest’ultimo – a maggioranza socialrivoluzionaria- che del governo chiese, in nome degli operai e dei soldati, l’abolizione della monarchia.

Il giorno seguente all’abdicazione di suo fratello, Michele, temendo anche per la sua stessa vita e di quella dei suoi sostenitori, rinunciò al trono firmando il manifesto ideato dal Kerenskyij. Con l’atto di rinuncia al trono del granduca, avvenuto il giorno dopo l’abdicazione di suo fratello Nicola, si suggellò la fine del secolare regime zarista in Russia. Taluni, per via di tali eventi, dettero credito alle profezie del monaco Basilio, vissuto a cavallo tra il XVII ed il XVIII secolo, e a quelle del contemporaneo monaco Rasputin in cui veniva annunciata la fine dei Romanov.

“…Come la santa Casa di Roma andrà da Pietro a Pietro, così la santa Casa di Pietroburgo andrà da Michele a Michele. Il primo Michele costruì il trono e l’ultimo Michele non avrà il tempo di usarlo perché tutto passerà di fretta, la vita come la morte.”

Ritiratosi a vita privata, venne poi confinato dai bolscevichi in un albergo di Perm’, sotto stretto controllo della Ceka che, il 12 giugno 1918, decise di sbarazzarsi di lui. Venne massacrato in una foresta nei pressi di Perm’ e i suoi resti gettati nella fucina di una fabbrica non molto distante dal luogo del massacro. Un mese più tardi un evento simile si consumò presso Ekaterinburg, cittadina degli Urali, dove lo Zar Nicola II venne trucidato insieme a tutta la sua famiglia.

La figura del granduca Michele continua ancora a dividere alcuni degli studiosi di questa rinomatissima dinastia che fece della Russia una delle nazioni più potenti d’Europa; per alcuni egli è il legittimo e, dunque, ultimo autocrate di tutte le Russie, per altri la brevità del suo mandato, l’impossibilità di operare ed il non essere mai stato incoronato fanno di lui solamente un designato al trono di Russia al posto dell’ultimo vero Zar, Nicola II.

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Lorenzo

Nato a Roma, appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali Si occupa di storia e di esteri.
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