Meno banche centrali, più politiche economiche

08/03/2016 di Alessandro Mauri

Cala la fiducia nelle banche centrali, un fenomeno che deriva da troppe speranze rivolte in passato alle politiche monetarie espansive

Secondo l’analisi della Banca dei regolamenti internazionali (Bri), la fiducia nelle banche centrali potrebbe cessare da un momento all’altro. I segnali ci sono, e la sfiducia dei mercati verso queste istituzioni sarebbe un duro colpo per l’economia mondiale.

Lo studio Bri – La Banca dei regolamenti internazionali ha evidenziato come la volatilità estrema dei mercati che si è verificata da inizio anno, nonostante il tentativo di ripresa delle ultime settimane, potrebbe essere riconducibile al venir meno della fiducia nelle Banche centrali, e nella loro capacità di garantire stabilità. L’organismo, che ha come obiettivo quello di garantire la cooperazione tra le banche centrali di diversi paesi, sottolinea come gli shock sui mercati di questo ultimo periodo potrebbero non essere episodi estemporanei e contingenti, ma frutto di un clima di sfiducia ormai diffuso a livello mondiale, e che prende atto di una serie di evidenze empiriche emerse negli ultimi anni.

La scarsa efficacia degli interventi – I massicci interventi delle banche centrali degli ultimi anni hanno infatti sortito ben pochi effetti, specialmente in Europa e in Giappone. Nonostante iniezioni di liquidità massicce e politiche monetarie mai così espansive infatti, sia l’inflazione che la crescita del Pil rimangono estremamente flebili: questo comincia a fare sorgere dei dubbi sulla effettiva possibilità da parte delle banche centrali di aiutare l’opera di risanamento dell’economia. In realtà queste considerazioni non tengono conto dell’esito positivo che invece hanno avuto analoghe iniziative negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, dove la crescita è tornata ad essere rilevante anche grazie alle politiche delle rispettive banche centrali. Dunque la sfiducia di parte degli analisti potrebbe essere infondata, almeno parzialmente.

Comprare tempo – In realtà è un fatto noto, e generalmente accettato da buona parte degli economisti, che le politiche monetarie non hanno alcun effetto duraturo sui principali indicatori macroeconomici, salvo gli effetti sull’inflazione. A questo proposito, se è vero che l’inflazione non sta crescendo come da aspettative (e come conseguenza delle politiche espansive), è altrettanto vero che concorrono ulteriori elementi che impediscono ai prezzi di crescere, come il calo dei prezzi delle materie prime e la digitalizzazione dell’economia. Il vero obiettivo delle banche centrali, come sostenuto più volte, può essere solamente quello di “comprare tempo” per le politiche economiche, arginando le pressioni sui mercati finanziari e liberando risorse per i governi (minori interessi sui titoli di stato) e per le famiglie (incentivi alle banche a concedere prestiti).

Gli effetti sul Pil – Nonostante nel lungo periodo le politiche delle Banche centrali non abbiano effetti sul Pil, dovrebbero averne sul breve, ma in questo periodo sembra non accadere. In realtà una spinta alla crescita, seppur limitata, c’è stata, e senza le politiche espansive della Bce probabilmente l’Europa sarebbe ancora in stagnazione. Il problema va quindi cercato nella debolezza dell’economia continentale, dovuta a diversi fattori, sia esogeni (come il calo della domanda globale e la crisi degli emergenti), sia endogeni, come l’incapacità di molti Paesi di innovare i propri sistemi produttivi e le proprie economie.

La diminuzione della fiducia nelle banche centrali deriva quindi da un errore iniziale, quando si è pensato che, da sole, avrebbero potuto risollevare l’economia europea (e più in generale mondiale). Ora, di fronte a dati economici non certo entusiasmanti, ci si rende conto che le aspettative superavano di gran lunga la reale capacità delle banche centrali di governare l’economia tramite le loro politiche monetarie. L’attenzione deve essere dunque spostata sulle politiche attuate dai governi, le sole in grado di generare crescita stabile e solida anche nel medio-lungo periodo. Ed è proprio questo punto che è venuto a mancare negli ultimi anni, colpevolmente trascurato nella convinzione che i vari “bazooka monetari” sarebbero bastati.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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