Menabrea, Sapeto, e lo sbarco italiano in Eritrea

29/12/2014 di Lorenzo

L'Unità d'Italia ancora non era stata completamente raggiunta, ma già le personalità più importanti del Risorgimento fissavano i loro sguardi al di là dei confini naturali del neonato Regno, convinti che l'Unità del paese dovesse divenire un trampolino per ricondurre gli italiani nel vivo delle competizioni internazionali

Eritrea Colonia

L’Unità d’Italia ancora non era stata completamente raggiunta, ma già le personalità più importanti del Risorgimento fissavano i loro sguardi al di là dei confini naturali del neonato Regno, convinti che l’Unità del paese non dovesse rappresentare il fine ultimo dei loro sacrifici, delle loro battaglia, bensì divenire un trampolino per ricondurre gli italiani nel vivo delle competizioni internazionali, e far loro riprendere il timone di civilizzatori dell’umanità.

Fra tutti costoro, grandi e piccoli personaggi, esisteva una sola divergenza di vedute: per gli uni, la ripresa delle missioni nel mondo dell’Italia avrebbe dovuto coincidere con la creazione di vere e proprie colonie non solo nella vicina Africa, ma anche in Asia e nella lontanissima Oceania; per gli altri, invece, il tutto si sarebbe dovuto incentrare in un’oculata e vasta azione di espansione economia e commerciale dovunque fosse stato possibile iniziare od incrementare traffici e scambi con vecchi e nuovi paesi aperti o in via di aprirsi all’intraprendenza europea. Prevalse la prima, e la testa di ponte scelta per guadagnarsi uno spazio tra i grandi imperi coloniali di Francia e Gran Bretagna, fu la costa dell’Eritrea che si affacciava sul Mar Rosso, ancora priva di insediamenti stranieri.

Già nel lontano 1857, il parlamentare ed esperto in materia Leone Carpi, primo deputato di fede ebraica eletto in Parlamento, aveva richiesto al Parlamento sardo di occupare una parte delle coste sud-occidentali del Mar Rosso, mentre il famoso esploratore Giuseppe Sapeto, nel 1863, spinse affinché i governi post-unitari della destra dessero impulso a tali richieste. Dal tempo dell’apertura del famoso Canale di Suez nel Khedivato d’Egitto, a detta di molti, l’Italia sarebbe stata pronta a calarsi nei panni della colonizzatrice ed avrebbe avuto anche lei una fetta della grande torta coloniale.

L’idea di occupare una località sul Mar Rosso era comunque destinata a divenire realtà proprio per mano di Giuseppe Sapeto, un ex-missionario lazzarista e mandatario politico del governo di Francia in Africa. Nel 1861 venne assunto per conto del Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio come inviato in quelle zone. Sapeto non aveva cessato di tentare la realizzazione dei suoi progetti nel Mar Rosso. Nel 1864, inaugurando a Genova il suo corso di lingua araba, aveva tenuto un discorso altisonante in cui è possibile cogliere alcuni passaggi interessanti legati alla politica estera e coloniale dell’Italia che verrà: “Noi abbiamo assistito al Risorgimento d’Ita­lia dal suo sepolcro millenario in mezzo d’immensa necropoli seminata di te­schi di martiri. Ma ciò non basta. L’Italia sente tuttavia l’inerzia del diuturno suo sonno: il cuore le batte, ma lo spirito suo è tuttavia infiacchito da regolare torpore, la sua persona rifinita con le cicatrici, a malapena rimarginate… Ha di mestieri pertanto che il moto la vivifichi e raffermi in prosperosa esitanza, ai­tante col motto taumaturgico surge et ambula, sorgi, cammina e va’ a lavorare nella mia vigna…; attendi al lavoro che ingagliardisce il corpo, che è l’alito puro delle virtù, la fonte della tua ricchezza e l’ancora di speranza di tua grandezza e potenza futura: surge adunque, et ambula, lavora, lavora, studia e sempre lavora”.

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Tale appello era un invito che voleva spingere il governo, allora presieduto dal generale piemontese Luigi Federico Menambrea, ad aprire una nuova pagina della storia d’Italia. Con l’appoggio del governo, della Corona e di parte della borghesia mercantile italiana, il Sapeto venne inviato a trattare la vendita di quelle baie eritree per conto del Governo Italiano. Sapeto agiva per conto e per manda­to del Governo italiano; solo in un secondo momento e con sorpresa di Sapeto spunterà il nome dell’armatore Rubattino, che si apprestava ad aprire proprio allora le vie di navigazione da Genova all’India attraverso il Canale di Suez e la sua attenzione cadde proprio su quella baia che poi, poco tempo dopo, sarebbe diventata possedimento italiano. Dopo diverse osservazioni di quelle coste con il pieno appoggio tecnico di alcuni ufficiali della Regia Marina, la scelta ricade sul porto eritreo di Assab.

Il 15 novembre 1869, a bordo della nave Nasser Megid, Sapeto stipulò con i fratelli Hassan e Ibrahim ben Ahmad un compromesso-contratto nel quale i due cedevano la piccola baia di Assab al governo italiano, tramite l’aiuto finanziario dell’imprenditore Rubattino. Il territorio acquistato per “seimila talleri” misurava la bellezza di sei chilometri di altezza e larghezza. Dopo varie contrattazione e problemi riguardanti il conio della moneta da versare ai due sultani – venne richiesta infatti il tallero di Maria Teresa, allora circolante in queglie stretti-  la Compagnia Rubattino concluse l’affare il giorno 13 marzo 1870, pochi mesi prima della presa di Roma da parte delle truppe regie.

L’affare venne strutturato in tal modo dal Menambrea che, prima della caduta del suo ministero, chiamò onerosamente in aiuto della spedizione coloniale l’interessato imprenditore naval,e che scongiurò una possibile caduta e cancellazione dell’affare da parte del ministero Lanza e dal suo ministro degli affari esteri, Visconti Venosta. La baia, ufficialmente proprieta privata della Compagnia Navale Rubattino, venne acquistata poi dal governo italiano, che pose la prima pietra all’espansione coloniale di Roma.

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Lorenzo

Nato a Roma, appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali Si occupa di storia e di esteri.
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