Medicina sempre più tecnologica, ma non si può sostituire il medico

21/09/2014 di Pasquale Cacciatore

La tecnologia ha fatto passi da gigante anche nel settore sanitario, aprendosi al grande pubblico. Ma bisogna ricordarsi come questa sia strumento, e mai fine della pratica medica quotidiana

Nel corso degli ultimi decenni, il progresso tecnologico in medicina ha percorso strade con velocità inimmaginabili, informatizzando a tal punto il settore che non sembra lontana l’epoca in cui vedremo veri e propri computer sostituirsi ai camici bianchi in carne ed ossa. La spinta verso tale direzione sembra particolarmente vigorosa negli Stati Uniti, soprattutto in quella zona occidentale così attiva, tra Silicon Valley e startup medico-tecnologiche, nel promuovere il progresso elettronico in un ambiente generalmente tradizionalista come quello medico.

Già oggi abbiamo iniziato ad abituarci all’idea di dispositivi medici sempre più comuni anche nella pratica quotidiana: otoscopi collegabili a smartphone, apparecchi per controllo glicemico che segnalano il livello sull’iPhone del paziente diabetico, fonendoscopi classici sostituiti da raffinatissimi strumenti tecnologici che integrano la possibilità di registrare ed editare il battito cardiaco. Insomma, la medicina del futuro è certamente una medicina tecnologica anche nei suoi strumenti di base. Ma anche il medico del futuro diventerà un tecnico o, addirittura, una macchina computerizzata? È possibile pensare di sostituire i medici in carne ed ossa con strumenti informatici? E fidarsi dei dati collezionati dalle nuove tecnologie per sostituirli a menti pensanti negli studi medici?

Negli ultimi mesi abbiamo visto la grande crescita delle vendite di dispositivi per monitorare i propri parametri vitali, non ultimo lo smartwatch di Apple; quello su cui bisogna riflettere, però, è l’effettiva utilità di questa mole di dati in termini di outcome sanitari. Numerosi studi hanno dimostrato che gran parte degli acquirenti di tali dispositivi smette di utilizzarli a pochi mesi dall’acquisto, probabile segno che al momento è difficile che questa tecnologia accessibile al grande pubblico possa tradursi in un effettivo miglioramento in salute.

Medicina e tecnologiaUna grande mole di dati inutile? Il vero problema è che quello che la popolazione generale definisce “salute” non sempre coincide con il concetto autentico condiviso dai professionisti in sanità; ed è per questo che molte tecnologie di monitoraggio, almeno al momento, non possono sostituire l’interpretazione medica che oggi milioni di persone in tutto il mondo effettuano quotidianamente per professione. Livelli di ormoni continuamente fluttuanti nel sangue, conta piastrinica dipendente dalle condizioni del singolo soggetto, valori pressori da adattare al paziente specifico: tutto va razionalizzato, inserito nel contesto della storia clinica del singolo e integrato in modo armonico. Al momento, l’unica figura che può fare ciò è il medico in carne ed ossa, perché nessuna macchina ha ancora raggiunto quell’intelligenza artificiale che permette di dedurre, schematizzare e comprendere la miriade di collegamenti che le patologie hanno fra di loro.

Un paziente può benissimo morire nel letto di una terapia intensiva nonostante i suoi parametri emodinamici ed elettrolitici risultino nella “norma” (secondo i valori standardizzati); allo stesso modo, due persone della stessa età con bassi livelli di testosterone possono o meno necessitare di cura sostitutiva. Il grande ed arduo compito del medico è quello di collezionare tutti i dati possibili dal paziente (un processo anamnestico che inizia già con la stretta di mano al primo incontro in ambulatorio) per riuscire a estrapolare solo quello che è importante e le relazioni che tali dati hanno fra di loro.

Oggi le tecnologie permettono in modo molto più semplice ed accessibile di raggiungere questi dati, ma senza il processo finale di integrazione il tutto diviene una mole di inutile raccolta, perlomeno al grande pubblico. Un paziente aritmico noterà sul suo smarwatch che le misurazioni della frequenza risulteranno incredibilmente differenti nei vari momenti della giornata, ma il suo device non gli suggerirà certamente la causa del problema. Per quello ci dovrà essere sempre il professionista sanitario.

Ovviamente, il discorso non va estremizzato. La tecnologia ampiamente diffusasi oggi è di grandissimo aiuto nel settore sanitario, perché aiuta a rendere i pazienti più consapevoli delle proprie patologie e più complianti alle terapie, così come rende più semplice la vita dei medici risparmiando tempo utile per la programmazione terapeutica. Quello che conta, però, è non dimenticare che al di fuori del pratico intervento medico ogni utilizzo di tali tecnologie non è che strumento, e mai fine, nella pratica medica di ogni giorno. Dall’altra parte della macchina, per il bene del paziente, deve esserci sempre un attento medico.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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