La crisi dell’oro rosso

24/08/2014 di Pasquale Cacciatore

Il fabbisogno di sangue nel mondo occidentale è calato, negli ultimi cinque anni, di almeno due terzi

Sangue

La medicina degli ultimi anni si è evoluta con estrema rapidità, introducendo metodiche e tecnologie avanzate che hanno migliorato l’assistenza al paziente; tra i tanti traguardi, uno dei principali è relativo alla diminuzione delle trasfusioni di sangue, oggi spesso non necessarie per tantissimi interventi che in passato la richiedevano d’obbligo, dal bypass coronarico a sostituzioni valvolari.

Come ogni passo avanti, però, anche questo grande risultato ha comportato importanti conseguenze; tra esse, spiccano quelle relative all’industria del sangue, quella che dal periodo della seconda guerra mondiale era risultata in perenne crescita. Il fabbisogno di sangue nel mondo occidentale è calato, negli ultimi cinque anni, di almeno due terzi; l’introduzione di tecniche di chirurgia mininvasiva e la migliore assistenza medica hanno permesso di diminuire le trasfusioni, nonostante l’elevato tasso di crescita della popolazione anziana, sottoposta più facilmente a interventi dispendiosi in termini di sangue.

Qualcuno, negli Stati Uniti – dove il mercato del sangue è attivo da decenni nonostante le pressioni continue dei gruppi che vorrebbero render volontaria la donazione – ha iniziato quindi a preoccuparsi, ed a buon motivo. I ricavi delle banche del sangue statunitensi sono in rapido calo: miliardi di dollari persi solo negli ultimi dieci anni.

TrasfusioniLa legge della domanda e dell’offerta colpisce inesorabilmente anche sulle sacche del prezioso liquido: poiché la necessità di sangue è diminuita, le stesse strutture ospedaliere ne richiedono meno e pagano prezzi inferiori. Migliaia di posti di lavoro nel settore sono già andati in fumo, ed il rischio – almeno, secondo i dirigenti che lavorano nel business del sangue – è che il declino di tale mercato possa compromettere investimenti in nuovi prodotti o nuove ricerche, che rendano sempre più efficienti i meccanismi di trasfusione.

Tutto merito (o colpa, a seconda del punto di vista) di nuove procedure e, soprattutto, di nuove linee guida. Per la società internazionale di chirurgia toracica, infatti, è bastato aggiornare un paio di guidelines sulla necessità di trasfusione sanguigna dopo un intervento di bypass dell’arteria coronarica per ridurre di almeno il 50% la necessità di ricorrere a sacche di trasfusione. Stessa cosa per i protocolli chemioterapici, grazie all’uso di analoghi dell’EPO sempre migliori, o per le procedure ortopediche impegnative, come la protesizzazione d’anca, dove son diventate raffinatissime le tecniche di recupero sanguigno che evitano al paziente operato la necessità di esser trasfuso.

Un grande ricavo economico per le strutture sanitarie (e, considerando Paesi come gli USA, per le assicurazioni): una sacca di sangue oggi oltreoceano può costare dai 200 ai 250 dollari, e fino a 1000 se addebitata al singolo paziente. Se si aggiungono i costi per lo stoccaggio e la conservazione delle sacche (con tempi limitati d’uso, come quaranta giorni circa per i globuli rossi), si capisce perché la riduzione delle trasfusioni è certamente un risultato a due facce.

Così, infatti, se le strutture sanitarie respirano perché possono spendere molto meno del loro budget nell’acquisto dell’oro rosso, l’intera industria del sangue americana vede una vera e propria crisi sempre più vicina. I donatori registrati (a cui è corrisposto, almeno in suolo americano, del denaro per la donazione) son diminuiti in tutto il Paese; molte aziende si son fuse per evitare il fallimento e in generale si avverte la necessità di ripensare totalmente il sistema che fino ad oggi aveva goduto di altissimi privilegi e ricavi per la delicatezza del suo prodotto di mercato.

Quello su cui adesso si dovrà vigiliare è il mantenimento di protocolli di qualità e affidabilità, fondamentali nella gestione dei prelievi sanguigni, per evitare che alla crisi del settore corrispondano minori investimenti in tali ambiti; l’utilizzatore finale, ovvero il paziente trasfuso, non può infatti certo pagare in termini di efficacia e sicurezza le colpe di un mercato che non è riuscito ad adattarsi al rapido progresso medico degli ultimi anni .

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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