Medicina e Chirurgia, tra specializzazioni mancanti e un futuro negato

27/04/2014 di Pasquale Cacciatore

Test medicina

Non sarà sfuggito, ai più, il clamore nuovamente riecheggiato in questi giorni in seguito allo svolgimento dei concorsi di ammissione alle facoltà di Medicina e Chirurgia. Eppure, fra le tanti discussioni e polemiche, è mancato qualcuno che sottolineasse una problematica enorme: la questione dell’accesso alle scuole di specializzazione.

Di cosa si parla. Il tema relativo alla specializzazione post-laurea è piuttosto complicato da delineare, per questo dedicheremo qualche paragrafo in più a spiegare gli antefatti della vicenda.  In Italia, secondo decreto ministeriale, la durata obbligatoria di ogni corso di Medicina e Chirurgia è di sei anni. Nel corso del tempo, si è giunti a livello centrale a concedere ad ogni facoltà un range abbastanza ampio d’autonomia organizzativa, in modo che corsi e programmi possano essere organizzati individualmente per ogni sede. Unico requisito richiesto è il rispetto delle linee guida ministeriali e del raggiungimento degli obiettivi programmati, cioè, fondamentalmente, il conseguimento delle clinical skills che dovrebbero esser parte di ogni studente al termine della propria carriera universitaria. Fino a qui, quindi, poco differenzia lo studente in medicina da quello di qualsiasi altra facoltà universitaria, ad eccezione della durata del percorso di studi.

Una volta conseguita la laurea, invece, emerge il profondo divario che separa il dottore in Medicina da ogni altro suo collega non medico. Il neo-laureato non può legalmente esercitare alcun tipo di professione medica se non intraprendendo un percorso di formazione aggiuntiva: una borsa di specializzazione che consenta la formazione-lavoro presso uno dei vari corsi di specializzazione offerti dalle sedi universitarie o l’accesso alle scuole di formazione in medicina generale. Poche sono le eccezioni concesse: oltre all’ovvia pratica privata, al medico laureato non specializzato si offre la possibilità di lavorare presso i centri di guardia medica, di servizio sostitutivo ambulatoriale sul territorio, e poco più. Il tutto, necessariamente dopo aver conseguito l’abilitazione e l’iscrizione all’ordine dei medici.

Specializzandi e laureati medicina e chirurgia, esteroSpecializzazione obbligata. È facile comprendere come le opportunità di lavoro, per un medico privo di specializzazione, già ridotte al settore privato, si scontrino con la continua richiesta dal mercato del lavoro di personale specializzato. Se è vero, infatti, che dal giorno successivo all’iscrizione all’ordine dei medici il medico laureato ma non specializzato potrebbe effettuare un intervento chirurgico sull’addome presso una clinica privata (nei modi e nei limiti stabiliti), è altrettanto vero che, nella realtà, casi del genere risultano quasi impossibili, considerando che al medico sopra citato verrà sempre preferito il medico chirurgo specializzato nella branca di chirurgia addominale. Sopraggiunge, infine, il problema più grande: al medico non specializzato è preclusa la possibilità di partecipare a qualsiasi tipo di concorso presso strutture pubbliche. Esclusa, sostanzialmente, ogni possibilità di carriera lavorativa in questo ambito. Insomma, al termine dei sei anni di carriera universitaria, lo scenario dello studente di medicina non è dei più rosei; ingabbiato in un groviglio normativo, l’unica opzione concreta che gli si prospetta è quella della specializzazione. A che costo e con quale precarietà, è possibile leggerlo più in basso.

La riforma Carrozza. Fino a qualche anno fa, per l’ingresso ad una scuola di specializzazione era necessario prender parte all’esame di Stato (e quindi ad una prova di ingresso) definito da un bando nazionale e organizzato localmente nelle varie sedi universitarie. Un concorso pieno di punti critici: accuse di “poca meritocrazia”, di corruzione più o meno celata, di macchinazioni sottobanco atte a garantire l’ingresso di determinati candidati. È per questo motivo che, complici l’opinione pubblica e quella medica, certamente non insensibile all’argomento, a livello centrale si è iniziato a discutere di un modo per riformare l’accesso alle scuole di specializzazione. Discorso che sembrava aver trovato un  relatore forte e sicuro nell’ex-ministro dell’Istruzione e dell’Università Maria Rosaria Carrozza, autrice del decreto Istruzione (per esattezza, il 104 del 2013) recante “Misure urgenti in materia di istruzione, università e ricerca”, trasformato poi in legge nel novembre dello stesso anno.
Senza affrontare nel dettaglio i punti specifici del decreto, in somme linee si stabiliva l’abolizione delle commissioni di selezione locale, sostituite da un’unica commissione di valutazione nazionale, con l’istituzione di una graduatoria di accesso alle scuole di specializzazione su scala nazionale che premiasse essenzialmente il merito dei candidati.

Una delle tante immagini di protesta circolanti su twitter negli ultimi mesi
Una delle tante immagini di protesta circolanti su twitter negli ultimi mesi

Criticità invariata. Nel decreto si sottolineava l’esigenza di “migliorare progressivamente la corrispondenza tra il numero degli studenti ammessi a frequentare i corsi di laurea in medicina e chirurgia e quello dei medici ammessi alla formazione specialistica”. Ovvero, veniva finalmente sottolineato, a livello nazionale, lo squilibrio fra il numero di persone che – per legge – venivano ammesse ai corsi medici e il sempre più ridotto numero di posti disponibili nelle scuole di specializzazione. Riassumendo, il numero di matricole ammissibili ai corsi di Medicina & Chirurgia è stabilito annualmente da un bando del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, di concerto con il Ministero della Salute. Negli anni sono diminuite le borse di specializzazione stanziate a livello centrale, con numeri che oggi si avvicinano a meno del cinquanta percento dei laureati annuali. La possibilità di specializzazione, insomma, è garantita solamente al 50% dei laureati. Le conseguenze?  L’altra metà dei medici-non-specializzati è così costretta all’attesa, trasformandosi nei cosiddetti “medici frequentatori”, sospesi nel limbo di un reparto nel quale lavorano e studiano ma senza retribuzione, né assistenza  legale. Le soluzioni sono limitate e, per molti, coincidono con la scelta di espatriare.

La protesta. Con il sostegno di varie associazioni ed enti, firme universitarie e mediche, nel corso dell’ultimo anno si sono susseguite varie proteste, portate avanti anche grazie al mondo dei social network, nonchè sit-in presso il Ministero, in cui si è reclamato, a gran voce, il diritto alla formazione. Non son mancati alcuni timidi cenni di reazione da parte dei rappresentanti delle istituzioni: mentre alcuni parlamentari (Roberto Speranza e Filippo Crimì del PD in testa) incontravano i manifestanti nelle diverse occasioni di protesta, il Gabinetto del Miur apriva un dialogo con i rappresentanti delle associazioni degli studenti in medicina, al fine di valutare proposte e contenuti di chi il problema lo vive quotidianamente sulla propria pelle.

Tutto in sospeso. Il governo Letta, nel parapiglia invernale, è stato freneticamente sostituito dal governo di Matteo Renzi, ma nessuna presa di posizione, per il momento, è arrivata dal nuovo Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca Stefania Giannini, che ha preferito parlare mediante documenti ufficiali atti a dirimere i dubbi sulla modalità del nuovo concorso. Nessuna vera riflessione approfondita, quindi, sulle risorse economiche. Se si pensa che, per i prossimi anni, sarà necessario reperire almeno 100 milioni di euro ( stime dsl SIGM, Segretariato Italiano dei Giovani Medici) per garantire i contratti formativi per almeno 5000 laureati, si capisce perché, forse, è necessario affrontare il problema in modo programmatico e concreto, magari tenendo in considerazione le varie proposte avanzate dai medici stessi come, ad esempio, il ricorso ai fondi strutturali europei.

Proteste, medicina e chirurgiaIl problema non è solo dei giovani medici. Limitare le risorse per la formazione specialistica dei neolaureati in medicina non vuol dire solo rinunciare alla formazione d’eccellenza di molti talenti della futura classe medica, o ingolfare la macchina degli atenei o dei policlinici universitari, affollati dai tanti esclusi, ma significa principalmente rinunciare ad una risorsa sanitaria nazionale. Spesso operanti in sordina, spesso dimenticati, i medici specializzandi sono talvolta i veri funzionari dei reparti, colmi di impegni e responsabilità, senza cui difficilmente la complessa macchina professionale degli ospedali e dei policlinici potrebbe andare avanti. E non è certamente un caso se, nel corso di questi mesi, a sostegno delle proteste dei giovani medici sian giunti in soccorso gli accorati appelli di numerosissimi professori universitari e medici di lunga data, consci che “senza l’aiuto dei medici specializzandi non si può lavorare”. Una diminuzione del numero di specializzandi, inevitabilmente, avrebbe come primo effetto quello di congestionare il lavoro nei reparti e nelle corsie, di rallentare i percorsi sanitari e, inevitabilmente, di compromettere seriamente l’assistenza al protagonista indiscusso dell’attività medica, ovvero il singolo paziente. Per non parlare, inoltre, del triste spreco di risorse di un Paese che investe per formare i laureati in medicina e che costringe, una volta terminata la carriera universitaria, il frutto di tali investimenti a migrare all’estero, esportando un know-how di cui ingiustamente non riusciamo a vantarci. Con tutte le sue luci ed ombre, il sistema sanitario nazionale italiano rappresenta da tempo, infatti, un bel modello per i Paesi occidentali, invidiato all’estero; veder le sue pedine principali, ovvero le figure mediche del futuro, costrette a cercare altrove uno sbocco professionale non può che apparire, giustamente, paradossale.

Se appare populista il grido “più borse di specializzazione, meno portaborse”, altrettanto populista è il voler discutere di accesso programmato senza tener conto della questione globale, facendo finta di non riconoscere le criticità di un sistema che va ripensato alla radice. Un sistema che non è capace di garantire gli strumenti e le risorse per la formazione, di premiare il merito e tutelare le eccellenze, di venir incontro alle esigenze sanitarie dell’intera popolazione. Solo quando, finalmente, questo sistema verrà abbattuto, sarà possibile parlare di vero diritto al lavoro ed alla formazione.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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